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Al Parco della Musica la prima romana del “nuovo” concerto di Felix Mendelssohn |
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di Giancarlo Tammaro |
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Roberto Prosseda saluta il pubblico romano all’inizio del concerto
È approdato a Roma, alla Sala S. Cecilia del Parco della Musica, il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Felix Mendelssohn Bartholdy. Dopo la prima mondiale alla Sala grande della Philarmonia di Berlino l’11 febbraio 2007 – non poteva esserci sede più opportuna, poiché Mendelssohn vi ha vissuto da giovane ed è sepolto in quella città – e dopo la prima italiana a Milano, Sala Verdi il 15 dello stesso mese, questa “première romana” giunge a dieci mesi esatti da quella milanese, il 15 dicembre 2007, in una data però molto più prossima al 160° anniversario della morte del compositore tedesco, avvenuta il 4 novembre 1847, e questa volta in ben quattro repliche consecutive, dal 15 al 18 dicembre, tra le quali una straordinaria: domenica 16 a mezzogiorno per i “Family Concerts”. Una première sostanziosa, questa romana, che ha visto sempre un ottimo successo di pubblico. Nell’ambito della stessa Regione c’era stata, a dire il vero, una prima esecuzione a Latina il 17 febbraio 2007, ma di questo non deve certo dolersene la prestigiosa sede romana, in quanto è un’usanza non peregrina – ed anzi nell’epoca d’oro del musical americano (per citare un esempio) addirittura una prassi ineludibile – quella di provare un nuovo spettacolo facendolo esordire in una città più piccola prima di approdare nel capoluogo. Se alle prime uscite del febbraio scorso l’orchestra è stata sempre la Berliner Symphoniker diretta da Lior Shambadal (un direttore israeliano quasi in omaggio alle origini ebraiche dei Mendelssohn) questa première romana era di organico tutto italiano ad eccezione del direttore d’orchestra, l’ottimo Marc Albrecht, il quale ha saputo trarre colori smaglianti dalla compagine orchestrale di S. Cecilia, particolarmente evidenti nel poema sinfonico Vita d’Eroe di Richard Strauss, che costituiva la seconda parte del programma. Nella prima parte una vigorosa esecuzione dell’Ouverture del Fidelio di Beethoven faceva da preludio all’atteso Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in Mi minore di Mendelssohn. Ma come si può parlare di “première” per un concerto di un autore morto 160 anni fa? Il Concerto era inedito, ma non solo: la semplice mancata pubblicazione non poteva certo garantire che non fosse stato mai eseguito prima. In realtà si tratta di una ricostruzione moderna di un concerto per pianoforte e orchestra che Mendelssohn ha lasciato allo stato di progetto iniziato, certificato dal suo epistolario, e mai compiuto e del quale rimanevano solo il primo e secondo movimento, Allegro molto vivace e Andante, privi completamente di orchestrazione, se si eccettuano poche misure iniziali, e con la parte orchestrale annotata provvisoriamente a margine della sua preliminare stesura pianistica; del terzo movimento Allegro brillante solo un accenno ai due temi principali e più nulla. Di fronte ad una operazione di ricostruzione e completamento del genere vengono in mente altri esempi famosi, come la Turandot di Puccini e la Decima Sinfonia di Mahler, ma in queste il materiale di completamento è una piccola parte, su opere già compiute fino al punto d’interruzione; forse più somigliante è il caso della Settima Sinfonia di Ciajkowskij, rimasta ampiamente lacunosa, quasi allo stato di abbozzo, mancante totalmente degli ultimi due movimenti, e ricostruita, anche utilizzando altre musiche inedite di Ciajkowskij, dal compositore sovietico Bogatyriev nel 1956 (63 anni dopo la morte dell’autore). Qualcosa di simile ha dunque fatto il compositore e direttore d’orchestra italiano Marcello Bufalini, questa volta 160 anni dopo la morte dell’autore, con questo Concerto di Mendelssohn: non certo un falso d’autore, né un esercizio stilistico “a la manière de...” di caselliana memoria, ma un paziente lavoro di ricostruzione filologica e di creazione delle parti mancanti, sulla base dei pochi spunti rimasti e di una “summa” di reminiscenze di caratteri e temi mendelssohniani. Il lavoro appare condotto con gusto e grande discrezione, di modo che la parte completamente nuova, iniziante intorno alla cadenza solistica (inserita nel terzo movimento), pur fondendosi con le parti precedenti, ne risulti leggermente evidenziabile, come effettivamente si fa in certi restauri di statue o architetture antiche molto lacunose, dove cambia il colore della parte ricostruita: proprio per non cadere nel “falso d’autore”. In questa delicatissima opera, certamente il M° Bufalini si è giovato della consulenza di Roberto Prosseda, il giovane e affermato pianista italiano, primo e finora unico solista ad aver interpretato questo nuovo concerto di Mendelssohn, della cui ricostruzione si è fatto sicuramente promotore, dopo averne “riesumato” gli abbozzi autografi nella Bodleian Library di Oxford. Prosseda, come asserisce lo stesso Bufalini in una intervista, è da considerare attualmente tra i maggiori se non il massimo esperto della musica di Mendelssohn a livello internazionale: un titolo acquisito non sui libri soltanto ma sul campo, riscoprendo di persona, studiando, facendo pubblicare e interpretando nelle sale da concerto di varie parti del mondo tante composizioni rimaste inedite e dimenticate di quest’autore, il quale fu importantissimo a suo tempo e finché era in vita, ma in seguito ha subito una sorta di rimozione, o comunque di grave trascuratezza, soprattutto nella prima metà del ‘900 a causa del diffuso antisemitismo che ha notoriamente toccato punte tragiche proprio nella sua terra d’origine, la Germania. Felix Mendelssohn e sua sorella Fanny erano sì cristiani protestanti, ma pur sempre “ebrei battezzati”, insieme con i loro genitori: una decisione che suo padre aveva preso anche per evitare ai figli una possibile discriminazione e a tal fine aveva adottato, su consiglio dello zio materno di Felix, il secondo cognome Bartholdy per distinguersi dagli altri Mendelssohn.
Prosseda si dirige speditamente a stringere la mano al M° Bufalini
Questa riscoperta di tante musiche di Mendelssohn si è concretizzata, oltre che nelle esecuzioni dal vivo, in due cd prodotti dalla Decca, tutti di composizioni inedite per piano solo, interpretate dallo stesso Prosseda, ed ora anche nella ricostruzione di questo lavoro, che rappresenta il frutto più maturo di Mendelssohn nel genere del concerto per pianoforte e orchestra. Ci si potrebbe attendere la pubblicazione di un cd anche con questo nuovo concerto di Mendelssohn e forse a ciò prelude la registrazione “live” effettuata nella replica del 17 dicembre sera al Parco della Musica di Roma: una esecuzione che il pubblico ha salutato con calorosi e prolungati applausi, particolarmente intensi nel momento in cui il M° Bufalini che era tra il pubblico, sollecitato dall’interprete, si è avvicinato al palco per stringere la mano a Roberto Prosseda. Gli artefici di questa operazione culturale, che ha ridato vita ad un progetto del musicista amburghese altrimenti rimasto incompiuto e sepolto negli scaffali di una biblioteca, hanno così ricevuto insieme il plauso del pubblico di Roma, che è poi la città nella quale più a lungo ha soggiornato il giovane Mendelssohn durante il suo “Grand Tour” in Italia.
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“Note oziose” sull’acustica della Sala S. Cecilia al Parco della Musica di Roma
di Giancarlo Tammaro
La sera del 17 dicembre 2007, alla fine dell’esecuzione del nuovo Terzo Concerto per pf. e orch. di Mendelssohn (V. art. dedicato), ai prolungati applausi del pubblico il solista rispondeva concedendo un bis. Nella sala, fattasi prontamente silenziosa, le note del delicato Notturno in Do diesis minore op. postuma di Chopin arrivavano distintamente e corredate di tutte le sfumature dinamiche e di colore che il sapiente ed eccellente tocco di Roberto Prosseda sapeva trarre dal gran coda Steinway che aveva dinanzi a sé. Mi domandavo perché mai durante l’esecuzione del concerto i suoni dello stesso strumento mi giungessero meno percepibili, spesso sovrastati dalla pur contenuta compagine orchestrale che aveva eseguito la prima parte del programma, ben più piccola del poderoso organico che veniva usato nella seconda parte per il poema sinfonico di R. Strauss. Se non avessi già ascoltato lo stesso concerto dieci mesi addietro a Latina, avrei potuto anche pensare ad una orchestrazione non ben ricostruita da Marcello Bufalini: squilibrata, tale da non giovarsi neppure della notevole sonorità in più che hanno i pianoforti moderni rispetto a quelli che poteva conoscere Mendelssohn. Interrogato sull’argomento, il M° Prosseda mi ha detto di essersi reso conto, ascoltando i commenti di amici e conoscenti seduti in diversi settori dell’uditorio, del fatto che avevano sentito bene il pianoforte soltanto coloro che stavano in galleria e, a parte le primissime file, nella parte più lontana della platea, da oltre la metà in su. Alla seconda replica ha quindi forzato nel suonare il pianoforte ed ha avuto il riscontro che si era ascoltato bene anche nella prima metà della platea: d’altra parte, in galleria il pianoforte era risultato (prevedibilmente) un po’ troppo sonoro. Durante questa terza replica era però prevista la registrazione “live” e non poteva certo forzare: avrebbe dato l’impressione di un “pestatore di pianoforti” a chi ascoltava la registrazione! Ecco, io mi trovavo esattamente a metà della platea, nella zona penalizzata dall’acustica. Ma com’è possibile che questa Sala S. Cecilia, la più importante dell’Auditorium, questo gioiello della tecnologia applicata all’architettura realizzato da Renzo Piano con materiali appositi e dotato di riflettori acustici – il tutto studiato con la consulenza di una ditta tedesca specializzata ed esperta nel settore – presenti un difetto così evidente? Ho sentito anche dire (e a questo punto mi sento di avallare la veridicità di tale voce) che le soluzioni architettoniche per l’acustica sono state messe a punto prendendo come elemento campione il suono di un violino: giusto! il suo suono è sicuramente meno potente di quello di un pianoforte e quindi se la resa acustica va bene per lui... E allora? Guardando i riflettori acustici sul soffitto della sala e con la “deformazione mentale” dell’ingegnere, che mi porta a razionalizzare – anche solo a livello qualitativo – i fenomeni cui assisto, mi viene in mente che il violino “spara” il suo suono verso l’alto. I riflettori quindi funzionano bene con gli strumenti che emettono il suono principalmente verso l’alto e tra questi il pianoforte proprio non è, perché il coperchio inclinato a circa 45 gradi riflette la maggior parte del suono in orizzontale, verso la platea. Tale suono però si smorza rapidamente dopo le prime file, per l’effetto assorbente delle poltrone e del pubblico, cosa che non avviene per l’orchestra, il cui suono giunge rinforzato da quello riflesso sul soffitto e ricadente sulla platea. Questo rinforzo per il pianoforte non c’è, o meglio ce n’è solo una piccola quota, quella che sfugge verso l’alto allo schermo offerto dal coperchio e che inoltre si riflette più lontano, da oltre metà sala in poi, perché il pianoforte sta più avanti rispetto all’orchestra ed il suono che sfugge in alto è pure inclinato in avanti. Si potrebbe obiettare che non tutti gli strumenti dell’orchestra emettono il suono verso l’alto: in realtà anche i violoncelli sono inclinati un po’ verso l’alto, i contrabbassi no, ma hanno un volume di suono molto maggiore di viole e violini (e poi le note basse soffrono meno l’assorbimento); per le percussioni non ci sono mai problemi e per fiati ed ottoni mi viene in mente quanto scrisse proprio Richard Strauss (in programma nella seconda parte) nel suo “decalogo di consigli per un giovane direttore d’orchestra” ai punti 5 e 6: “ 5. ... tieni sempre d’occhio i corni e i legni e non volgere mai lo sguardo da loro: in generale, ascoltandoli, troverai sempre che suonano troppo forte. 6. Se ritieni che gli ottoni non suonino abbastanza forte, smorza ulteriormente il loro suono di almeno due gradi d’intensità.” Quindi, come dicevamo... per questi ultimi nessun problema. Stando così le cose, come ottenere in questa sala l’equilibrio di suono nei concerti per pianoforte e orchestra? A questo punto potrebbe essere poco praticabile ristudiare e modificare i riflettori acustici (a meno che non siano già previsti ad orientamento variabile ed allora si tratta di provarne la resa ed adattarne la posizione per ciascun tipo di evento) e allora?... si potrebbe mettere il pianoforte arretrato sul palco, ma andrebbe a finire dietro l’orchestra: soluzione improponibile, brutta e scomodissima! una cosa si potrebbe tentare, che comporta solo una piccola perdita sul colpo d’occhio generale (ma solo perché siamo abituati a quella immagine consueta) e che permetterebbe, anzi, di veder meglio il direttore d’orchestra: togliere il coperchio del pianoforte. ... ma sono solo “note oziose”: potrebbero esser tutte congetture errate!...
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