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Racconto
La nobiltà dei "grandi"
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III |
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di Faliero Bonciani
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Sestino, era un giovanetto già avanti nello studio a cui teneva molto per indole e per passione, oltre ad avere una tenace volontà e riflessiva accortezza. Veniva dalla provincia dove il padre, salsamentario, lavorava accanitamente per procurare i denari atti al mantenimento - a Roma - del figlio e della schiava Pompilia, messa a tutela del giovane inesperto e non in grado di provvedere a se stesso. Sestino, dopo una educazione scolare elementare, alla soglia dell'adolescenza, si era rivelato tagliato per lo studio e allora il genitore lo aveva mandato nella città dei Cesari, l'unica adatta per l'istruzione superiore e una volta conseguita questa, lo si sarebbe fatto perfezionare in Grecia, dove era possibile completare l'erudizione con un famoso filosofo.
A costo di gravosi sacrifici, il padre Caio Lucio Lemonia vedovo di Efesia dei Severa, aveva dato a Sestino, unico figlio, una schiava la quale, trattata con rispetto (una eccezione per l'epoca) si era affezionata al fanciullo che curava, serviva e sorvegliava, come se fosse suo. "Sestino", disse la schiava, "vieni via, andiamo a casa, non startene lì a rimirare le grosse pietre dell'acciottolato. Dai retta, andiamo". "Lasciami stare Pompilia, non dirmi sempre quello che devo o non devo fare. Vattene e lasciami solo" rispose di malagrazia il giovane. La schiava contrariata ma ubbidiente, dopo aver volto uno sguardo supplichevole verso il ragazzo, si allontanò lentamente. L'aver apostrofato la schiava con impertinenza, dispiacque a Sestino che aveva buon cuore e seduto su un gradino di una magnifica scalea d'una basilica dall'imponente struttura di marmi, capitelli e colonne, diede in un pianto dirotto. Ma non piangeva perché si era rivolto male alla schiava, ragioni più profonde lo opprimevano. Lacrime cocenti come il sole che dardeggiava solenne, rigarono il volto dell'adolescente mentre i singhiozzi gli facevano sobbalzare il petto. La bianca tunica che lo rivestiva, pure se non preziosa, si presentava pulita e nella sua semplicità, aveva qualcosa di elegante. Con un lembo della tunica Sestino si asciugò gli occhi e intanto rifletteva: a scuola il pedagogo lo stimava per la sua applicazione ma i suoi compagni di studio, quasi tutti figli di patrizi, di alti ufficiali, di autorità, non lo potevano soffrire. "Sestino", gli dicevano, "la tua tunica puzza di grasso, stai lontano. Non hai nulla da spartire con noi. Vattene, tanto nella vita non farai mai nulla di buono. Sei un miserabile pezzente!".
Sestino ne soffriva di questo atteggiamento, lui voleva solo essere accettato come persona e faceva di tutto per riuscire gradito. Gli sarebbe piaciuto scambiare con loro impressioni e desideri come fanno tutti i ragazzi.
Si sentiva combattuto fra il pensiero di ritornare al paese e quello di restare e resistere, questo perché sapeva che il padre sognava che Sestino avrebbe raggiunto quella maturità culturale da farlo stimare come sapiente, ottenendo la giusta ricompensa per i sacrifici compiuti oltre, una buona risoluzione economica.
Lo sconforto pesava nell'animo dell'adolescente il quale a pugni stretti, malediceva il fato che avvilisce i poveri. E intanto grosse lacrime solcavano il suo volto accigliato.
"Perché piangi?" Le parole venivano da un ometto bassino e un po' grassoccio ma dallo sguardo sincero e dolce. "E a te che importa!" rispose Sestino alterato. "Sì che m'importa", continuò lo sconosciuto, "un ragazzo solo che piange sotto il sole in una città come Roma, il quale può essere esposto a vari pericoli, è da aiutare seriamente e cercare di comprendere la ragione dell'angustia e porvi rimedio". Sestino ascoltava un poco irritato e intanto osservava quell'uomo il quale, indossava una tunica di gran pregio e fattura che solo i patrizi potevano permettersi, ma ciò che fece colpo sul ragazzo, fu la signorilità dei modi dello sconosciuto unita ad un parlare e gestire con eleganza non ostentata. Con più tatto il ragazzo rispose: "Signore, tu devi essere un patrizio mentre la mia condizione è di studente che non può vantare nobiltà di famiglia. Mio padre è un modesto salsamentario di provincia e siccome sono versato per lo studio, il genitore - con grandi sacrifici - mi mantiene, con una schiava che mi accudisce, a Roma per completare la mia educazione culturale. A scuola sono stimato dagli insegnanti ma i miei compagni, non mi vogliono perché dicono che sono un pezzente figlio di un pezzente e devo stare con i pezzenti miei pari. Loro, gli studenti, vantano nobili origini. Io vorrei solo averli come amici, per studiare, per condividere la giornata scolastica e ricreativa. Chiedo troppo? Per questo piango, sono addolorato". Lo sconosciuto interloquì: "Intanto non sono un patrizio, e non capisco perché nessuno ti abbia detto che non è necessario avere illustri antenati per essere persone degne di stima ed amicizia". Sestino si fece più attento, ascoltando lo sconosciuto dai modi tanto garbati. "Senti figliolo"continuò l'uomo, "ascolta: Tanti anni fa, un altro ragazzo come te venne a Roma dal paese natale - perché pure lui portato per lo studio - e come te fu beffato e schivato dai compagni altolocati. Il padre di quel ragazzo era esattore delle imposte. Egli metteva da parte i soldi guadagnati perché suo figlio potesse studiare ed anche quel ragazzo deriso dai compagni spesso piangeva e si disperava di tale incomprensione. Ma tenne duro perché non voleva deludere il genitore che credeva nella capacità, passione volontà del figlio. E' diventato un poeta. Forse lo conosci: è Orazio Flacco". "Oh! Sì che lo conosco", asserì Sestino con slancio, "sto studiando dei suoi versi" e citò: "Iam Cytherea choros ducit Venus imminente luna...". Sul volto dello sconosciuto apparve un vago sorriso. Sestino continuò; "Non sapevo che il sommo poeta Orazio fosse figlio di un povero. Proprio non lo sapevo né lo avrei mai immaginato. Potrò un giorno, anch'io, diventare qualcuno? Certo non come il celebre Orazio, ma tu credi che, forse, potrò? Ma perché dico queste cose a te? Ma chi sei? Però mi piaci, sai dire delle sagge parole che mi scendono nel cuore come se le dicesse mio padre. Sì, farò del tutto per riuscire ed essere degno del sacrificio del genitore e per la mia voglia di sapere. Ma dimmi tu che sai tutti questi fatti, ma chi sei?". Lo sconosciuto aveva cominciato a salire la scalinata della basilica dove si era fermato per consolare il giovanetto, si volse, si fermò un momento e accarezzato paternamente il capo di Sestino, disse: "Se ti convincerai che non è il nome di famiglia a fare un uomo illustre, ma la sua saggezza e la propria virtù, certamente riuscirai nell’intento che ti sei prefisso. Nulla potrà fermarti. Niente potrà ostacolarti, anzi: l'ostacolo sarà un gradino che ti porterà in alto da dove potrai spaziare su più vasti orizzonti". "Ma tu chi sei?" si ostinò il ragazzo. "Io sono Orazio Flacco" disse lo sconosciuto riprendendo a salire la scalinata. Il ragazzo volle gridare la gioia di aver conosciuto il grande poeta latino, ma dalla sua bocca spalancata nessun suono uscì, solo un singulto soffocato mentre un rigagnolo di lacrime, questa volta di commozione, scendevano sul suo viso alterato. E cadde in ginocchio, con le braccia protese come volesse abbracciare il famoso poeta che, a passi misurati, continuava a salire la marmorea scalinata. Ora il sole era molto alto nel cielo. |