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UNA STORIA DA RACCONTARE: SAMUEL HAHNEMANN
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VII |
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di Gianni Posella
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Ci sono storie di persone che hanno fatto molto per l’umanità e che sono pressoché ignorate ed altre, sicuramente meno positive e sicuramente meno edificanti, fanno parte di una conoscenza condivisa quasi queste e non quelle siano proposte ad esempio. Non m’interessa analizzare, in questa sede, il perché di tale invalsa consuetudine, ma la qualcosa m’infastidisce e mi sollecita ad andare contro corrente e considerare, quindi, la vita e l’opera di persone che valgono veramente la pena d’essere conosciute. Una di queste è Samuel Hahnemann, un medico del XVIII secolo; un uomo brillante, di grande ingegno e umanità messa al servizio del prossimo. Protagonista nel gestire le avversità della propria esistenza, egli fu, in tutta coscienza, consapevole e convinto d’aver scoperto una legge naturale atta ad alleviare le sofferenze fisiche dovute all’insorgere di malattie. Scevro da ogni sorta di vanità, umile e perseverante nella sua ricerca, alla quale dedicò tutta la sua esistenza, rese all’umanità un servizio per il quale, almeno una parte di essa, gliene sarà per sempre riconoscente.
quarta parte
Cristiano Federico Samuele Hahnemann
ritratto in una edizione italiana del 1941
dell’Organon
LIPSIA (1789) Erano passati dieci anni da quando Hahnemann aveva lasciato Lipsia per andare a Vienna. Ora vi era ritornato con Enrichetta e i suoi tre piccini. Samuel era convinto che in dieci anni la scienza medica era progredita compiendo chissà quali e quanti passi avanti. Lui, ormai, aveva trent’anni e di esperienza n’aveva fatta molta, per cui si sentiva pronto e capace per meglio discernere, valutare e comprendere i nuovi studi e le nuove norme fissate da professori universitari più anziani di lui. Lipsia era poi l’unica città in tutta la Sassonia dove si poteva studiare medicina. Ciò che cercava era un vero maestro che poteva insegnargli l’arte del guarire. Samuel rivide la sua università, e la biblioteca. Tutto era rimasto come dieci anni prima. Ogni cosa era al medesimo posto tanto da rimanerne quasi deluso. Ma qualcosa stava cambiando intorno a lui. I primi bagliori della rivoluzione francese stavano contaminando e infiammando i cuori ogni dove. Hahnemann auspicava, invece, una rivoluzione nell’arte medica: un vento nuovo capace di rovesciare il vecchio ed ingombrante edificio della medicina e spazzare via coloro che si occupavano solo di se stessi più preoccupati d’ostentare il proprio sapere che non di curare i propri malati per “vederli” guarire. Essi si adagiavano sulle loro conoscenze senza sforzarsi di ricercare nuovi mezzi di guarigione. “Come poter cambiare le cose?”, si chiedeva Samuel assalito da sentimenti d’impotenza, consapevole che sarebbe stato arduo e doloroso portare avanti l’impresa da solo. La verità è una sola in qualsiasi epoca ed il progresso consiste nel riscoprine le origini nel passato e nella tradizione e poi, senza spezzare la morsa che lo stringe, liberarlo dolcemente. Mentre, in Francia, il vecchio regime crollava miseramente ed il nuovo innalzava sinistre ghigliottine ed il sangue scorreva a fiumi e l’Europa si predisponeva al passo cadenzato delle armate ed al rombo dei cannoni, un uomo in silenzio e solitudine studiava e lottava per portare un’altra rivoluzione si, ma nella scienza. Nell’immane bufera che sconvolgeva quei tempi, una constatazione colpiva Hahnemman: l’infinita debolezza umana. Egli sentiva la disperata richiesta d’aiuto dell’umanità; folle d’infermi e d’agonizzanti che chiedevano soccorso a mani tese, mentre coloro che dovevano portar soccorso disponevano soltanto di un ammasso di teorie e contraddizioni. Sentiva il bisogno di riformare e instaurare leggi nuove. Ma egli era solo e quella solitudine lo spaventava. La memoria lo riconduceva sui suoi passi giovanili, ai suoi primi lavori i quali gli riempivano il cuore di speranza. Era comunque convinto di non aver saputo trovare una solida base per edificare un nuovo edificio. Sentiva di essere uno dei tanti medici che nel campo della medicina, in tanti secoli, avevano scoperto ben poco di nuovo ed efficace. Stremato si chiedeva quale era la sua vera attitudine. Non poteva essere medico perché sentiva di non saper guarire, non voleva tanto meno essere uno spacciatore di ricette e non poteva essere nemmeno un chimico, perché non era “gallonato d’oro” come il celebre chimico Antoine Laurent Lavoisier; inoltre non era tra quelli che non credevano all’esistenza di Dio solo perché Franklin aveva saputo convogliare il fuoco dal cielo! Ritornò, con il pensiero, a Vienna, dove con l’amico chierico Weith incontrò quell’abate che dirigeva la farmacia dell’ospedale e gli ritornarono in mente le grevi parole di quel ministro di Dio: “Quia deus scientiarum Dominus est”, ed ancora “Lui solo può dirigere la nostra vita e il nostro lavoro, come lo fece ai tempi luminosi del Medio Evo.” Riaffiorarono alla memoria le dissertazioni filosofiche dell’abate di Vienna le quali, ora, gli apparivano inconfutabili: “La scienza, l’assoluto sapere, non possono essere conferiti che dal Signore.”. Sentiva che in quel tempo di delirio nulla più gli appartenesse, neppure la propria vita. Bisognava saper sacrificare l’orgoglio, la vanità e l’egoismo che ancora albergavano in lui per poter porsi innanzi a Dio e dire con umiltà: “Sia fatta la tua volontà Signore, e non la mia!”. Qualche giorno dopo, con il cuore colmo di nuova speranza e fiducia, si affacciò alla sala d’attesa del suo studio e, con voce calma e dolce, rivolse ai suoi pazienti le seguenti parole: “Amici miei, potete andarvene di qui. Io non so, purtroppo, alleviare le vostre sofferenze; non so guarirvi. Non voglio quindi rubare il vostro denaro”. Quella frase fece il giro di Lipsia; è facile immaginare l’ira della moglie Enrichetta, quando lo venne a sapere. Si chiedeva disperatamente se fosse impazzito. Se prima era già tanto difficile vivere ora, economicamente erano proprio a terra, inoltre dopo tali affermazioni Hahnemann non si poteva considerare nemmeno più un medico. Era veramente furiosa. Ma Samuel la rassicurò promettendole che avrebbe ripreso a fare le traduzioni come quando era studente, pur di non far mancare nulla a lei ed ai loro piccoli. Le disse che si doveva rassegnare, perché non essendo in grado di guarire nessun malato, non si sentiva più, in tutta coscienza, di continuare ad esercitare la professione. Fu così che Samuel riprese il suo vecchio lavoro di traduttore. Ma il suo destino, contrariamente a quello che aveva deciso, si stava compiendo. Casualmente, dal suo editore, gli furono commissionate alcune opere che lo avrebbero scosso nel più profondo della sua anima. La prima commissione fu la traduzione delle lettere di Abelardo ed Eloisa; due amanti infelici che vivevano una dolorosa storia d’amore. Lettere descrivevano il loro scambievole amore ed un profondo sentimento religioso che, attraverso un alto valore espiatorio, sconfinava in un sacrificio compiuto. Erano separati per aver scelto la via del più alto concetto dell’Amore: quello verso Dio e il Divino Crocefisso.
Davanti a Samuel si schiudeva un nuovo mondo nel quale si era evidenziata la grandezza dell’espiazione contemporaneamente all’amore che gli uomini devono portarsi l’un l’altro. Quel mondo che molte volte lo aveva sfiorato, ricordando Gommern, ma che ora gli palesava, armonica e limpida, una legge di compensazione spirituale dell’universo in cui esista il male ma anche il bene, il peccato ma pure la grazia, il castigo ma anche la misericordia e come da quest’ultima scaturisca l’amore. Così in Hahnemman entrò la consapevolezza del valore delle opere di misericordia e che Dio non rifiuta di concedere ciò che l’uomo chiede con fede e che permettendo la malattia ci ha dato anche i mezzi per guarirla. E’ così che ebbe a scrivere: “C’è un Dio, un Dio buono che è la stessa bontà e saggezza. Deve dunque esserci un mezzo creato da Lui per esaminare le malattie sotto il vero punto di vista e per guarirle con certezza. Pensare altrimenti, sarebbe bestemmia.” Non sarà più per sé stesso e per il proprio orgoglio che Samuel continuerà a combattere per affermare il suoi principi, ma soltanto per il Padre Celeste del quale volle essere solo un obbediente strumento. L’intuizione dell’esistenza di una legge di guarigione risvegliò prepotentemente la sua vocazione di medico. Doveva lui scoprirla ricercandola con paziente lavoro e preghiera. Terminata la traduzione delle lettere di Abelardo ed Eloisa ebbe dall’editore una nuova commissione: la traduzione di un’opera recente di Cullen sulla china del Perù. Questo lavoro però non interessava molto Samuel, in quanto conosceva già la china come un violento veleno il quale era, allora, un rimedio molto di moda ma dagli effetti molto incerti. La china che era stata portata in Spagna dal Perù nel 1639 dalla contessa Chinchon moglie del vicerè. Furono però i gesuiti a divulgarne l’impiego, tanto che era chiamata anche “polvere dei Gesuiti”; Luigi XIV ne acquistò il segreto dall’inglese Talbor. La Condamine, nel 1738 determinò l’origine botanica della sostanza sulla quale Metz, Rinz e Pavon compirono approfondite ricerche, mentre Cullen ne studiò l’effetto terapeutico. Pur essendo Cullen una sua vecchia conoscenza, Samuel si mise al lavoro senza molto entusiasmo. Ma nel leggere il testo si trovò in disaccordo sull’esaltazione che l’autore faceva di tale rimedio; ad un certo momento gli balenò l’idea che, comunque, per poter valutare correttamente il valore della china bisognava sperimentarla su una persona sana. Era maturata in lui la convinzione di dover conoscere l’effetto che una determinata sostanza poteva produrre su un individuo sano prima di verificarne l’esito su un malato. Questi erano i pensieri di Hahnemann, quando coraggiosamente, si somministrò alte dosi di china. Si accorse così che tale sostanza, la cui proprietà conosciuta era quella di eliminare la febbre, aveva invece il potere di dargliela. Ripeté l’esperimento più volte a varie riprese. La febbre intermittente si presentava ogni volta che prendeva la china e spariva quando terminava di prenderla. Coinvolse in questa sperimentazione anche alcuni suoi amici che confermarono gli stessi risultati. La similitudine cominciava a rivelarsi. Samuel non riusciva a capacitarsi come mai non ci aveva pensato prima tant’è che da tempo si parlava di similitudine tra la malattia e il rimedio e si stupiva di non essersi accorto di una verità tanto semplice. La similitudine, dunque, faceva parte dell’armonia divina. Ricordava di aver letto di Ippocrate, il più grande medico dell’antichità, una frase concernente la similitudine, al tempo un po’ oscura: “ I simili si guariscono con i simili”. Anche dopo Ippocrate altri come i “segnatari” e gli “spagiristi” cercarono rimedi nella similitudine, ma portarono solo confusione nella ricercha, mentre Hahnemann per primo la codificò scrivendo: “Per guarire una malattia, bisognava propinare all’individuo che ne è affetto, un rimedio che gli provocherebbe, se fosse sano, la malattia che lo affligge.”
L’omeopatia era ormai nata!
(Continua sul prossimo numero) |