pagina iniziale          articolo successivo                                         

  

 

 

  

UNA STORIA DA RACCONTARE:

SAMUEL HAHNEMANN

VI

   

di Gianni Posella

 

Ci sono storie di persone che hanno fatto molto per l’umanità e che sono pressoché ignorate ed altre, sicuramente meno positive e sicuramente meno edificanti, fanno parte di una conoscenza condivisa quasi queste e non quelle siano proposte ad esempio.

Non m’interessa analizzare, in questa sede, il perché di tale invalsa consuetudine, ma la qualcosa m’infastidisce e mi sollecita ad andare contro corrente e considerare, quindi, la vita e l’opera di persone che valgono veramente la pena d’essere conosciute. Una di queste è Samuel Hahnemann, un medico del XVIII secolo; un uomo brillante, di grande ingegno e umanità messa al servizio del prossimo. Protagonista nel gestire le avversità della propria esistenza, egli fu, in tutta coscienza, consapevole e convinto d’aver scoperto una legge naturale atta ad alleviare le sofferenze fisiche dovute all’insorgere di malattie. Scevro da ogni sorta di vanità, umile e perseverante nella sua ricerca, alla quale dedicò tutta la sua esistenza, rese all’umanità un servizio per il quale, almeno una parte di essa, gliene sarà per sempre riconoscente.

 

 

quinta parte

 

da "La vita sovrumana di Samuele Hahnemann"

di Roger Larnaudie

edito da Fratelli Bocca - 1942

 

 

LOTTA E DIFESA DELLA VERITA’

È curioso notare come una verità, tanto più è facilmente dimostrabile tanto maggiore è il tempo che impiega per essere riconosciuta come tale.

Era necessario impedire che l’omeopatia fosse soffocata sul nascere; era indispensabile, quindi, oltre che mantenerla in vita farla prosperare.

Qualcuno affermava che l’odio degli uomini per la verità è tale, che non si riversa sulla verità stessa, ma sulla rivoluzione che essa porta sempre con sé, sul perturbamento e sugli interessi dei posti già conquistati.

 

Bisognava essere armati di un gran coraggio ed essere sostenuti da una fede immensa per gridare al mondo che la strada fino all’ora seguita doveva essere abbandonata contrapponendosi così a coloro che non ammettevano novità di sorta.

Se Samuel non avesse fatto la “conquista” di Dio, non sarebbe riuscito a sopportare il peso di un percorso così sofferto per uscire dalle tenebre in cui si trovava.

La battaglia si annunciava dura sin da principio. Egli dovette subire infamie, corrucci, odio, miserie e ingiustizie pur di non far spegnere quel lumicino, quella tenue scintilla faticosamente conquistata. Tali vessazioni continuarono per oltre quarantasei anni.

Furono i colleghi del paese che, per primi, mossero contro di lui; fu poi la volta della moglie Enrichetta, la quale comprese di non poter più realizzare il proprio sogno borghese e se ciò non bastasse si aggiunsero dolorosissimi contrasti con i figli.

Nel 1792, Hahnemann aveva potuto proseguire i suoi esperimenti: dalla china era passato all’ipecacuana e ad altri veleni.

Prima di essere somministrate ai malati, queste sostanze furono tutte sperimentate su soggetti sani.

Si ottennero guarigioni a conferma della validità della legge sulla similitudine la quale si manifestava sempre più chiaramente: il rimedio atto a guarire era quello che facilitava la reazione dell’organismo, ossia dava a quest’ultimo il compito di ristabilire il proprio equilibrio e salute.

In quell’anno l’imperatore d’Austria Leopoldo II moriva. Per estirpargli il morbo che lo affliggeva lo avevano salassato fino ad ucciderlo.

A tal riguardo Hahnemann scrisse sul numero del 31 marzo 1792 dell’Anzeiger der Deutschen “Assassini, veri assassini che siete!”. A queste accuse il medico dell’imperatore, Lagurus, si difese malamente, ma poi lasciò cadere tutto nell’indifferenza.

Ma l’ostilità verso Hanhemann crebbe ed a quella egli reagiva a volte subendo con rassegnazione ed a volte reagendo con fermezza.

Fu una lotta formidabile che purtroppo Samuel dovette sostenere fino all’ultimo.

A dispetto degli ottusi, tetragoni ad ogni cambiamento, le guarigioni si producevano, pertanto attorno a Samuel si formarono delle solide amicizie quali il duca di Sassonia, Gotha, che mise a sua disposizione un castello da adibire ad ospedale.

Com’era prevedibile, i pazienti erano dirottati verso altre case di cura tanto che al custode del castello fu suggerita una frase spiritosa da ripetere spesso: “Nell’ospedale del dottor Hanhemann c’è un solo malato, lui stesso”.

Così, sconsolato, richiesto dagli uni, e respinto da altri, trascinando con sé la sua famiglia e le sue povere cose, si spostava di città in città applicando con successo le sue terapie sia su casi isolati sia durante le epidemie.

Non fidandosi di alcuno Hanhemann confezionava da sé le medicine e tale pratica contribuì ad inimicargli anche i farmacisti i quali si unirono alla già consistente turba di detrattori.

Le persecuzioni continuarono senza tregua: ad Amburgo, a Braunschweig, a Wittenberg, a Wolfenbuttel, ad Erlemburg e a Dessau. Finalmente, a Torgau, Samuel potè godere di una relativa tranquillità: il suo metodo di cura funzionava e la clientela aumentava con il moltiplicarsi delle guarigioni pure.

Fu nella città di Torgau che, oltre ad altre, scrisse due importanti opere: l’“Organon: l’arte del guarire”, considerata la bibbia dell’omeopatia, e “Le indicazioni sull’uso dei rimedi omeopatici e la loro utilizzazione sino ad oggi nella pratica”.

In questo secondo scritto si compiacque di affermare che se alcuni rimedi allopatici recavano la guarigione, era perché essi agivano secondo la legge della similitudine.

In quel periodo, egli continuava a sostenere che il medico poteva conoscere lo stato di un malato esclusivamente attraverso i sintomi che egli accusa, e che solo ad essi si doveva attenere per adattare poi il rimedio. Si sarebbero così evitati quegli errori diagnostici dovuti alla ricerca della causa iniziale di una malattia attraverso i misteriosi e oscuri dedali del corpo umano.

È di quel periodo la citazione che divenne famosa: “Ci sono dei malati, non delle malattie”.

Nonostante le citate avversioni alcuni medici incuriositi dalle frequenti guarigioni ottenute da Samuel dimostrarono interesse alla nuova dottrina e, desiderando di approfondirla, divennero sui seguaci e quando Hahnhemann chiese all’Università di Lipsia di poter tenere alcune conferenze, inaspettatamente, ottenne l’autorizzazione.

A quelle conferenze assistette una tal folla di medici che gli avversari, preoccupati di tanto successo, organizzarono manifestazioni chiassose durante le quali distribuirono caricature e libelli ottenendo, con tanta gazzarra, la sospensione del ciclo di discorsi programmato.

Mentre gli allievi che attorniavano Samuel aumentavano si distinse un suo avversario che, tra i più accaniti, dovette la sua notorietà solo alla sua ostentata, caparbia ostilità nei confronti Hahnemann: un certo Clarus il cui nome, altrimenti, sarebbe rimasto nell’oblio.

Tale professor Clarus, primario dell’ospedale di Sassonia, erigendosi a paladino della medicina oltraggiata, ma soprattutto dei propri privilegi, dichiarò di combattere l’omeopatia all’ultimo sangue.

Ma quando fu al culmine dei suoi intrighi, credendo così di aver battaglia vinta accadde qualcosa che sconvolgerà i suoi subdoli piani: un’epidemia di tifo.

La medicina ufficiale, i cui rimedi erano allora inadeguati a contrastare il male si trovò messa alle corde.

 Soltanto Hahnemann rimase a combattere, con successo, la grave epidemia ed in tale frangente le ostilità furono momentaneamente attenuate.

Ma quando l’epidemia fu superata il professor Clarus ed accoliti ritornarono alla carica.

Avvenne che il principe di Schwarzenberg, di natura assai impulsiva si trovò, costretto nel suo letto, in condizioni pietose per aver, per così dire, soddisfatto, abusandone, ogni voglia e desiderio che la vita poteva offrirgli.

Pratica comune nella medicina di quel tempo era quella del salasso e dei clisteri ed i medici che circondavano il principe glene prescrivevano continuamente tanto che il poveretto, accorgendosi che tali sistemi lo stavano uccidendo, si esasperò e li cacciò per chiamare al suo capezzale Hahnemann il quale in pochi giorni lo guarì: il principe, ristabilito, potè infine varcare le porte del suo palazzo.

Questo nuovo successo rese ancora più furibondi il professor Clarus e la sua cricca i quali escogitarono ed attuarono un piano diabolico: riuscirono ad allontanare Hahnemann e facero ricadere nuovamente il principe in preda dei già superati eccessi i quali lo ridussero a letto più sofferente che mai.

Ancora una volta il principe di Schwarzenberg, sentendosi morire, chiese di Hahnemann ma Hahnemann non c’era perché, gli fu detto, era partito per un lungo viaggio.

Fu così che ricominciarono le consuete terapie che portarono il paziente alla morte.

Allora quella cricca di scellerati gridò ai quattro venti che il principe, cliente di Hahnemann, era morto e Clarus si premurò di dichiarare solennemente che, causa della morte, era stata l’omeopatia.

Naturalmente seguirono rapporti e proclami diffamatori che per Hahnemann rappresentarono un vero linciaggio costringendolo a rifugiarsi dal duca di Anahalt-Kothen che lo volle come medico personale.

Le invettive lo inseguiranno anche a Kothen dove i suoi nemici tentarono di coinvolgere nella lotta contro l’omeopatia anche illustri personaggi e di fare interdire tale pratica in Austria, in Ungheria, ed in Prussia.

Ma, tra i nomi più celebri che ridicolizzando gli sforzi del professor Clarus ed apprezzarono Hahnemann possiamo annoverare lo stesso J. W. Goethe che lo definì uno degli spiriti più alti dell’epoca.

I continui successi dovuti alle cure omeopatiche, il caso più clamoroso di quel periodo fu certamente quello di Baumgartner, Consigliere Generale di Berlino, non fiaccarono l’ostilità del professor Clarus.

Ma proprio quando il professore annunciava trionfalmente d’essere riuscito a “strozzare” la dottrina omeopatica, sopravvenne un’epidemia di colera che devastò soprattutto quei paesi dove l’omeopatia era stata interdetta.

Tuttavia, da Kothen, Hahnemann continuava a dispensare consigli e rimedi contro il flagello riuscendo ad arginarlo in parecchie località, specialmente a Vienna dove l’antico amico reverendo, Padre Weith, salito sul pulpito della chiesa di Santo Stefano difese l’omeopatia.

Erano ormai cinquant’anni che i due uomini non si vedevano e Hahnemann, venuto a conoscenza del fatto, rammentò lo sguardo dell’amico al momento della separazione; probabilmente padre Weith era certo che il suo antico desiderio sarebbe stato esaudito: una nuova scienza era nata; una scienza ispirata da principi religiosi.

Hahnemann aveva raggiunto l’età di settantasei anni, quando cominciò a riordinare, affinché nulla potesse andare perduto, tutta la documentazione sul suo lavoro.

Il professor Clarus cercherà ancora di suscitare lotte intestine fra i medici che applicavano l’omeopatia ma inutilmente.

Oramai, il vecchio maestro non doveva più preoccuparsi dei detrattori contornato com’era da festeggiamenti e affettuose premure.

I momenti di gioia furono brevi, gravi lutti lo colpirono: la morte della moglie e molti dei suoi dieci figli.

Ma egli continuò a curare i suoi malati ed a redigere articoli sulla teoria della “piccola dose”.

  

 

DELL’ABUSO DEL SALASSO

e dei danni cagionati dal medesimo

del dottore Maurizio Poeti

Genova – Tipografia Faziola - 1846

 

 

L’UOMO DELLA QUARTA DIMENSIONE

Spesso si suole dire di una piccolissima quantità di materia: “trattarsi di dose omeopatica”.

Esiste, in ogni caso, una differenza abissale fra questo modo di dire e la vera dose omeopatica e tale differenza costituisce il mistero contenuto nel prodotto omeopatico: granuli di zucchero puro, imbevuti d’estratti di piante, da soluzioni di minerali e d’altre sostanze organiche.

Un mistero, in gran parte rimasto tale anche per lo stesso Hahnemann e, ad onor del vero, neanche oggi si è in grado di dimostrarne scientificamente il meccanismo.

L’unica dimostrazione scientifica si ha attraverso il corpo umano in quanto, per effetto di una legge naturale, cioè quella dei simili, “Similia similibus curentur”: un corpo malato reagisce positivamente alla somministrazione di un preparato omeopatico.

Se consideriamo l’intuizione di Hahnemann su come preparare i sui medicinali, tutti tossici o velenosi, si può giustificare il titolo assegnatogli di "uomo della quarta dimensione".

I rimedi omeopatici, si preparano sotto campane di vetro chiuse ermeticamente. Sotto queste campane, chiamate “dinamizzatori”, una goccia di tintura madre viene diluita in novantanove gocce di alcool puro e agitata cento volte. Questa miscela è la “I” diluizione centesimale. In seguito, si prende una goccia di questa prima diluizione centesimale e la si diluisce a sua volta con altrettante novantanove gocce sempre di alcool.

Anch’esse verranno agitate per cento volte ottenendo così la “II” diluizione centesimale e via via così procedendo fino alla M, alla XM, alla CM diluizione ed oltre.

È probabilmente un azzardo, ma mi piace pensare che il grande medico, forse inconsapevolmente, ha anticipato una qualche “teoria relativistica”.

Naturalmente non essendo un fisico né un medico mi sia perdonato il tentativo per comprendere l’efficacia del prodotto omeopatico con una similitudine, probabilmente, impropria ma credo efficace: la massa, (tintura madre diluita) agitata ad una certa velocità (dinamizzata) per un certo tempo, si trasforma in una sorta di energia della stessa natura della malattia che, entrando in sinergia con la forza vitale di un ammalato, (la dynamis) stimola le sue difese naturali. Quindi non agisce con violenza come la medicina allopatica, ma è una guida intelligente che aiuta l’organismo a difendersi. “Naturalmente” (si fa per dire) più è diluita la sostanza madre e meno tracce di presenze molecolari si evidenziano, superando di gran lunga il numero di Avogadro. Altro che piccole quantità! Non c’è più che una ben piccola traccia, tutto è… Energia.

Hanhemann raggiunse la quarta dimensione: perché, sorpassando l’Idea e costeggiando le frontiere dell’immaginario, arrivò all’altezza del tempo e dello spazio.

Egli realizzò ciò che era stato immaginato e aggrappandosi all’Eterno nuotò nell’infinito e nell’infinitesimale.

Riuscì inoltre ad imprigionare il potere dinamico dell’atomo per perpetuarne nel tempo l’effetto benefico, completandolo, attraverso il corpo umano.

Temprò l’arma della guarigione con i mezzi della sua epoca ed ha lasciato ai suoi successori il compito di perfezionare l’opera sua; il campo è vastissimo e il perfezionamento prosegue ogni giorno.

 

Ma riprendiamo la storia sospesa!

Come già accennato, gravi lutti colpirono la sua famiglia: morì la moglie Enrichetta e ben otto dei suoi undici figli, alcuni dei quali in maniera tragica.

La figlia Federica, rimasta vedova due volte, fu assassinata nel suo giardino a Stoteritz. L’assassino preso e incarcerato morì suicida in carcere.

Un’altra, Eleonora, vedova del primo marito, risposatasi per poi divorziare, convisse con un terzo uomo. Il suo corpo fu ritrovato galleggiante in uno stagno. Assassinio o suicidio? Anche il suo amante morì suicida.

Il figlio Federico, l’unico maschio, dottore brillante, sposato con figli, un giorno con un pretesto qualsiasi partì, come lui disse, per un breve viaggio. In realtà non tornò più. Di lui si trovarono alcune tracce in Olanda, in Inghilterra e a Tenerife poi più nulla. Un giorno si venne a sapere che un certo dottor Hahnemann era morto in America.

Le ultime due figlie vivranno timorose e arcigne accanto al vecchio il quale dolcemente aspettava la morte.

Egli sentiva che le forze cominciavano a tradirlo e confidava ormai, per la diffusione delle sue dottrine, solo sulla compiacenza divina.

Fu proprio in questo punto della sua vita che, con la comparsa di Melania D’Hervilly, si verificò quello che può definirsi un miracolo.

 

Gianni Posella

 

(Continua sul prossimo numero)

 

 

  

pagina iniziale          articolo successivo