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Candida Gentile, psicologa, affezionata collaboratrice di “Noi di…”, nata a Rodi Garganico (FG) vive e lavora nel Veneto. La Gentile ha già pubblicato sul nostro periodico, oltre a numerosi articoli, altre due interessanti monografie relative ad altrettante chiese del suo paese natale: “Storia e tradizioni della Chiesa dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo di Rodi Garganico” e “La Chiesa del SS. Crocifisso in Rodi Garganico - Storia, tradizioni e leggende”. Gli elaborati, intesi a focalizzare, valorizzandoli, l’attenzione sugli edifici più rappresentativi del ridente centro garganico, oltre che a riscoprirne la storia e le tradizioni vogliono stimolare ad un sempre più attento interesse per la loro conoscenza e conservazione. Inoltre, come la stessa autrice ha esternato nella premessa della presente ricerca, un altro motivo le è stato di stimolo a realizzare questo nuovo lavoro: “… In quest’occasione, come per i miei precedenti scritti sulle altre due chiese, anche un’altra motivazione mi spinge a scrivere sulla chiesa madre di Rodi: offrire ai rodiani residenti e non, un altro angolo di memoria, poiché ritengo che tali memorie diano un contributo al mantenimento della propria identità originaria ed accrescere l’interesse per la storia del paese che ha dato loro i natali. …” __________________ |
VIII |
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Parrocchia di San Nicola di Mira Chiesa madre di Rodi Garganico
Notizie storiche - architettoniche – cultuali
di Candida Gentile
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parte seconda
Ex altare della SS. Trinità (oggi altare della Madonna della Misericordia o del Purgatorio)
In basso l’altare presenta lo stemma della famiglia Verderame ed era mantenuto dalla famiglia Veneziano20 quando si trovava nella precedente parrocchia del SS. Crocifisso. In origine l’altare si presentava sormontato dalla tela della Trinità. Il dipinto, verso l’alto, ritrae assisi su nubi angiolesche, le tre figure della Trinità: il Cristo, posto a sinistra, presenta i fianchi cinti da un manto azzurro e nella mano sinistra una croce, lo Spirito Santo è in posizione centrale e alla sua destra vi è rappresentato il Dio Padre con veste verde. In basso, inginocchiati su nubi più grossolane, sono dipinte le figure di Sant’Alfonso dei Liguori e San Tommaso d’Aquino. Il primo è raffigurato con abiti ecclesiastici, il secondo ritratto di spalle, indossa una veste verde ed un manto rosa. Su un libro, sostenuto da un cherubino accanto all’Eterno, si trova scritto: “Sanctus – Sanctus – Sanctus Dominus Deus Sábaoth” (Santo – Santo – Santo il Signore Dio degli eserciti. Dove per “eserciti” si intendono “Le forze celesti”. N.d.R.). La critica artistica21 descrive l’opera, sul piano compositivo, come una semplice sovrapposizione di schemi fissati dalla tradizione. Il dipinto, datato 1844, è del pittore Giuseppe Palma, abruzzese: di questo autore non sono riuscita a recuperare notizie utili. La tela, in passato, è stata rimossa dall’altare e lasciata a sé stessa; pertanto ha subito un notevole degrado. Oggi su quest’altare si può ammirare la pala di Santa Maria della Misericordia (o del Purgatorio) che descriveremo parlando del prossimo altare dove un tempo era posizionata. Sulla pedana dell’altare oggi è posto il fonte battesimale che in origine era un’acquasantiera. Esso poggia su una base quadrangolare sagomata con salva spigoli scolpiti a foglie d’acanto. Il fusto rigonfio ha la parte centrale decorata a scaglie sovrapposte. La vasca è ornata da grandi petali incavati convergenti verso il centro con bordo ornato da modanature lisce. È un discreto prodotto di lapicidi locali; presenta una tipologia consueta, un repertorio decorativo comune a molti esemplari della stessa epoca ed é alta cm 95,5 con vasca da cm 73.
Tra quest’altare ed il successivo, dal 23 dicembre 2001, per volontà del parroco don Michele Pio è posta, su una mensola, la statua della beata Madre Teresa di Calcutta donata dalla piccola Francesca Pia Santucci.
Ex altare di Santa Maria della Misericordia o del Purgatorio (oggi altare del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Immacolata)
In basso l’altare presenta lo stemma con un teschio sormontato da corona ducale appartenente all’arciconfraternita della Morte e della Carità, che lo manteneva con la lotteria dei morti. L’altare era così chiamato perché sovrastato dalla pala di Santa Maria della Misericordia. La tela, dipinta dall’artista rodiano Pier Paolo De Nunzio nel 1681, raffigura la Madonna con Gesù bambino. Maria, con veste viola e manto azzurro, è raffigurata seduta su una nube di angeli. Due di loro reggono sul capo della Madonna la corona, mentre altri angeli sono rappresentati intenti a salvare dalle fiamme le anime del Purgatorio. Il dipinto, come già anticipato, è stato spostato sull’altare precedentemente tratteggiato e, proprio per i continui rimaneggiamenti, necessita di restauro. Oggi su questo altare trovano posto le statue del Sacro Cuore di Gesù e della Madonna Immacolata.22 Tra questo altare ed il successivo in origine c’era un pulpito in legno e sotto l’anticonfessionale.
Altare della Natività o di San Giuseppe o di Santa Maria del presepe
È l’unico altare rimasto immutato. Donato dalla famiglia Verderame alla parrocchia del SS. Crocifisso, in basso presenta lo stemma raffigurante uno scudo sormontato da testa di guerriero con calotta, piume, visiera. La cappellania di Santa Maria del Presepe era stata fondata nell’ex parrocchia del SS. Crocifisso il 1° aprile 1651 dal sacerdote Antonio Verderame parente, se non fratello, di Bellisario Verderame23. La tela che lo sovrasta di cm 195 x cm140 è stata dipinta ad olio da Kalendus Martu nel 1481.24 Il soggetto è trattato con un suggestivo effetto di notturno. Nella capanna vi è la Vergine, con veste rossa e manto azzurro accanto alla mangiatoia, a destra è raffigurato S. Giuseppe che indossa una tunica verde ed un mantello giallo, in alto, tra nubi, vi è un gruppo di angeli. Nel cartiglio svolto dagli angeli vi è la scritta Gloria in excelsis Deo. Il dipinto di cultura napoletana, attualmente, avrebbe bisogno di un restauro per le sue condizioni precarie.
In fondo alla navata, sul presbiterio, addossato alla parete che fronteggia il portale dell’entrata principale, quasi a sentinella della chiesa, si trova in posizione centrale:
L’altare maggiore o di San Cristoforo25
La mensa dell’altare, in marmo bianco, è decorata sulle facce in vista da motivi floreali realizzati in un basso rilievo piatto e nastriforme. Su di esso poggia il tabernacolo d’argento sbalzato. La sua portella centinata di cm 29 x 19, sui cui infissi ricorrono motivi decorativi a festoni fogliari, in alto rilievo, riproduce su nubi, l’immagine del Cristo Risorto aureolato. Il Redentore è raffigurato nell’atto di benedire con la mano destra e di reggere con la sinistra uno stendardo crociato. L’insieme del tabernacolo risale al 1804 ed è ignoto il nome dell’argentiere napoletano che lo ha forgiato.
Il dorsale dell’altare
Il dorsale, che si restringe verso l’alto, presenta una struttura architettonica sviluppata in due ordini sovrapposti nettamente distinti tra loro.
La parte inferiore si presenta delimitata ai lati da motivi a volute, terminanti verso l’alto con piccole testine di Cherubini. In posizione centrale si osserva un’ampia nicchia destinata ad accogliere la statua di San Cristoforo;26 la nicchia si presenta affiancata, da entrambi i lati, da tre colonne a torciglione.
La parte superiore del dorsale, si presenta anch’essa delimitata ai lati da motivi a volute con centro una nicchia di piccole dimensioni che un tempo ospitava una statua del Cristo Risorto. La nicchia, ai lati presenta due angeli guardiani ed è sovrastata da una teoria di cherubini alati. Nella trabeazione dell’attico si legge “Ecce Deus noster iste” (“Ecco questo Dio nostro” N.d.R.). Il tutto è sormontato da una cimasa in pietra.
Il dorsale nel suo insieme è un manufatto realizzato probabilmente da maestranze locali tra il 1680 - 1681. Alcune note (incomplete) di critica dell’arte pervenutemi, mettono in rilievo che stilisticamente esso rivela nelle parti propriamente scultoree un livello mediocre che richiama alla mente i coevi prodotti dell’intaglio ligneo artigianale, mentre, dal punto di vista tipologico, si ispira ad uno schema tipico di tanti altari tardo barocchi della regione.
La statua di San Cristoforo27
La statua del Santo è scolpita su legno. San Cristoforo presenta un incarnato scuro. Il Santo è raffigurato a piedi nudi, con tunica corta dorata, appoggiato ad un tronco d’albero verde e reggente sulla spalla destra Gesù bambino che, al contrario di San Rocco, presenta un incarnato roseo e porta un panno a tracollo dorato. Sulla parte anteriore del tronco la statua del Santo presenta una finestrella ovale affinché si possano osservare le reliquie in essa contenute. Posteriormente si osserva una portella alta cm 205 per 6 cm di base.
Considerando l’insieme della composizione scultorea i critici fanno rilevare che mentre il bambino Gesù, sembra appartenere alla buona cultura barocca del sec XVII, la figura di San Cristoforo con l’intensa espressione del volto è da datare alla fine del suddetto secolo. Nel suo insieme si presenta come una delle più significative opere di scultura lignea del sec. XVII ancora esistenti sul Gargano. San Cristoforo è il secondo patrono della cittadina e a Rodi si festeggia il 3 luglio in occasione della festa patronale della Madonna della Libera che si celebra il 2 dello stesso mese. Ci si potrebbe chiedere il motivo per cui Rodi ha due patroni. La risposta ce la fornisce Michelangelo De Grazia che, amante delle antiche memorie rodiane, ha condotto un’ardua ricerca a riguardo28. Egli ci fa sapere che: Nell’epoca in cui Rodi era feudo di Girolamo Onero Cavaniglia, marchese di San Marco in lamis, il suo castello di Rodi dal 1677 al 1681 era affittato a Macedonia Violante, che vi dimorava assieme al nipote, l’abate Giuseppe Spinelli, figlio di Carlo, principe di Tarsia. Nel giorno dell’11 luglio 1678 centocinquanta turchi, sbarcarono sotto le mura di Rodi dalla parte di Peschici cercando di entrare nella cittadina per la seconda volta dopo cinque anni, al fine di saccheggiarla.
I rodiani, guidati dal sindaco Stefano Tarallucci, dopo un’ora di continuo fuoco, per la seconda volta misero in fuga i turchi, dopo averne uccisi due e fatti prigionieri sei. 29
Cosa c’entra questo episodio con San Cristoforo protettore di Rodi? C’entra, poiché all’epoca in cui i turchi invadevano frequentemente il Gargano, i rodiani, devoti alla Vergine Maria SS. della Libera, la invocavano per proteggerli da tali incursioni. Al tempo dell’invasione turca ricordata, il parroco Lattanzio Paolozzi, ritto sulla porta dell’antica parrocchia incitando i combattenti, invocava sia la protezione della Madonna della Libera sia, mostrando l’immagine di San Cristoforo, assicurava loro che chi avesse guardato l’immagine del Santo non sarebbe perito durante i combattimenti di quel giorno.
In quei giorni nei rodiani pertanto regnava questa credenza espressa in latino: Cristophorum videas, postea tutus eas 30.
I cittadini rodiani, usciti vincitori sui turchi, accreditarono la loro vittoria non solo all’intercessione della Madonna della Libera ma anche a San Cristoforo, e decisero di volerlo come loro protettore. Il De Grazia ci fa sapere che furono soprattutto i facchini a volerlo in quanto, San Cristoforo, esercitando il mestiere di traghettatore fu indicato dalla Chiesa Romana quale loro protettore. L’intera popolazione, in accordo con i facchini, successivamente si adoperò molto affinché si proclamasse S. Cristoforo il secondo protettore di Rodi. Grazie anche all’appoggio dell’abate Spinelli, prima menzionato, l’arcivescovo frate Vincenzo Orsini nel 1680 proclamò il Santo, patrono della nostra cittadina, spostandone, per desiderio dei cittadini rodiani, anche l’originaria festività del Santo (26 luglio) al tre luglio, al fine di festeggiare contemporaneamente i due patroni. L’Abate Spinelli, un anno prima della sua partenza da Rodi per termine del fitto del feudo, donò ai cittadini rodiani, nella prima decade di marzo 1681, la statua di San Cristoforo di fattura napoletana e fece erigere con proprio denaro anche l’altare maggiore (il dorsale?) della nascente nuova parrocchia. Nel petto di detta statua fece anche deporre una reliquia del Santo 31. Il sacerdote Carlo Veneziano ci fa sapere che la statua di San Cristoforo fu trasportata a Rodi in una cassa di legno via mare, sulla barca di proprietà di Leonardo Carbone 32. Il giorno del suo arrivo, deposta la cassa sulla spiaggia e tolta la statua, tutto il clero, la congrega operante nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, i monaci cappuccini presenti nel convento di Rodi, i fedeli tutti, al suono delle campane di tutte le chiese si riversarono sulla spiaggia per condurla in processione nella neonata Parrocchia. Fu una gran quantità di facchini che, dopo qualche tafferuglio per avere la preferenza di caricarsi sulle spalle la statua, la trasportò fino all’altare. Il sacerdote Veneziano inoltre ricorda che in quell’occasione nacque anche una grande disputa tra chi pretendeva portare il palio. Alla fine di una accesa discussione prevalsero i nomi delle persone più in vista del paese quali: il dott. Filippo Innelli da Napoli e governatore di Rodi, Urbano Campanile da Salerno, contabile del feudo, Stefano Tarallucci, sindaco di Rodi, il dott. Giuseppe Veneziano, Cesare Buchi, il sacerdote Antonio Verderame, il dott. Giuseppe Paolozzi e Leonardo Carbone. Il De Grazia ci fa conoscere anche il motivo per cui, la statua del Santo, fu posta sull’altare maggiore in posizione visibile anche dall’esterno della chiesa. Simile postazione, asserisce lo storico, è stata scelta affinché ciascun fedele la potesse vedere da lontano ogni mattina, prima di accingersi al quotidiano lavoro e affrontare tranquillo la sua giornata, ripetendo il verso “Cristophorum videas, postea tutus eas”.
In un primo tempo, il tre luglio, la statua di San Cristoforo veniva portata in processione dai soli facchini perché era il loro protettore. In seguito però il Santo divenendo anche protettore dei mulattieri e di qualsiasi conduttore di veicoli, in Rodi; si istituì l’usanza di sorteggiare i portatori della statua fra la classe dei mulattieri. Al tempo d’oggi in cui sono spariti dalla nostra cittadina sia i facchini che i mulattieri, per il trasporto in processione della statua nel giorno del suo festeggiamento, altre sono le categorie che si disputano tale onore. Tutti i portatori della statua consegnavano, alla commissione per la festa una somma prestabilita di denaro.
Biografia del Santo 33
Si narra che San Cristoforo, di sembianze gigantesche, sia cananeo. Egli ricevette il battesimo da S. Babila in Antiochia al tempo dell’imperatore Decio. Convertitosi al cristianesimo divenne molto zelante nel convertire i pagani. Un simile zelo si manifestò in forma imponente in Licia, dove, condotto in catene in presenza del re Darno, non abiurò la propria fede in Cristo per timore della morte, al contrario, ne predicò intrepido il Santo Evangelo. Si racconta che nella città di Samo, sottoposto ad intense crudeltà, miracolosamente non soffrì. Tempo dopo, il re Darno facendolo legare ad un palo davanti alla sua reggia, lo rese bersaglio delle frecce di una intera squadra di arcieri. Il santo, non venne però sfiorato da alcuna freccia. Lasciato nudo e a digiuno per tutta la notte, il re il giorno seguente diede ordine ai suoi arcieri di ripetere l’operazione. Accadde però che la freccia che lo avrebbe dovuto colpire, tornò indietro conficcandosi in un occhio del re. Questi dolorante fu confortato da Cristoforo a credere in Cristo. Il giorno successivo, 25 luglio34, il re indignato, lo fece decapitare. Cristoforo prima di morire indirizzò a Dio questa preghiera: Signore, che dal mezzo delle tenebre, vi degnaste richiamarmi alla luce evangelica, preservate ve ne prego, da qualunque disastro la città depositaria delle mie spoglie e ogni altro luogo in cui a vostra gloria sia invocato il mio nome. Si narra ancora che il martire, il giorno precedente alla sua decapitazione, abbia sollecitato il re di recarsi nel luogo dell’esecuzione e di recuperare, a decapitazione avvenuta, il sangue suo misto alla terra e con questo miscuglio massaggiarsi l’occhio, affinché guarisse. Il re dopo la decapitazione del martire seguì il consiglio di Cristoforo e così guarì. Da quel momento egli proibì al suo popolo di bestemmiare il Cristo. Il culto di San Cristoforo sembra essere molto esteso, a lui ricorrono i devoti in tempo di pestilenza, terremoti, grandine. Proprio come è rappresentato nella nostra chiesa, fin dall’antichità il Santo veniva dipinto sulle facciate delle chiese con i seguenti versi: Cristophori sancti speciem quicumque tuetor. Ista nacque die non morte mala morietur 35. L’icona del traghettatore con bambino discende dal racconto di uno storico che narra di un eremita che vivendo una vita ascetica sulle rive di un fiume, disse a S. Cristoforo che sarebbe stato gradito al Signore se egli avesse traghettato i viandanti. Cristoforo acconsentì. Fu così che un giorno gli si avvicinò un bambino per farsi traghettare all’altra sponda. Cristoforo se lo pose sulle spalle ed iniziò il traghetto. Giunto a metà strada, il peso del bambino aumentò smisuratamente tanto che al gigante poco mancò che venisse sommerso nelle onde del fiume. Scampato a tale pericolo e giunto sull’altra sponda, dopo aver deposto il bambino a terra gli disse che con il suo peso, paragonabile a quello del mondo, gli aveva fatto rischiare l’annegamento. Il piccolo gli rispose di non meravigliarsi, poiché veramente egli aveva portato sulle spalle l’intero mondo, ma anche colui che lo aveva creato. Ecco perché il Santo prese il nome di Cristoforo, cioè il portatore del Cristo. Secondo la tradizione, il bastone fiorito che egli porta in mano, testimonia di un miracolo operato da Dio una volta che il Santo, per indurre i gentili a credere in Cristo, piantò in mezzo ad una piazza il suo secco bastone che subitamente rinverdì, fiorì e dette frutti.
La rappresentazione del Santo in forme gigantesche discende poi da due fattori: da una parte si racconta che il Santo fosse di alta statura, dall’altra, pittori e scultori rappresentandolo gigantesco volevano anche simboleggiare la forza e la grandezza del suo animo. Nel raffigurarlo in atto di portare il Cristo sulle spalle, gli artisti vogliono rappresentare anche la professione della sua fede nel Salvatore. Infine ritraendolo nell’atto di attraversare la corrente del fiume vogliono segnalare la furia della persecuzione superata senza alcun cedimento ed i patimenti del martirio tollerati con amore.
Candida Gentile
(Continua sul prossimo numero)
Note
20) La famiglia Veneziano: tale nome ebbe origine dalla città dove un Grattarola, trascritto nel primo censimento di Rodi, viene distinto con l’appellativo alias il veneziano: Michele proveniva infatti dalle armi della Serenissima. 21) Fattami pervenire da don Michele Pio Cardone. 22) Sono le stesse statue che in tempi precedenti si trovavano nelle teche a vetri poste ai lati dell’altare maggiore. 23) Bellisario Verderame, apparteneva al ramo rodiano dei cavalieri di Malta con il Titolo di fra cappellano professo. 24) Vedi l’epitaffio sopra l’altare. 25) In mancanza di precisa documentazione sull’insieme di questo altare sento di poterlo suddividere in due parti: la mensa ed il dorsale. La mensa a mio avviso proviene dall’antica parrocchia del SS. Crocifisso e costituirebbe il settimo altare traslato da questa chiesa; il dorsale, in tempo posteriore potrebbe essere stato donato assieme alla statua dall’abate Spinelli. 26) Presumo che la statua sia stata rimossa per motivi di sicurezza, poiché osservando il dorsale, risulta lesionato in più parti. 27) Vale la pena in questo contesto, tratteggiare sia la storia che lo ha portato ad essere eletto compatrono di Rodi assieme alla Madonna della Libera, sia la sua biografia. 28) Cfr. nota 4. 29) I sei prigionieri, successivamente, si convertirono al cristianesimo presero il cognome di coloro che li tennero a battesimo. 30) “Vedi Cristoforo e dopo puoi andare sicuro”. 31) Quanto detto si rileva da uno scritto scolpito sul marmo posto su una facciata dell’arco, tra la navata ed il coro della parrocchia. Da Appendice alle memorie storiche di Rodi Garganico di Michelangelo De grazia, si apprende che nel 1826, il 26 agosto, altre reliquie del Santo vennero deposte nel tumulo dell’altare maggiore dall’arcivescovo di Manfredonia, mons. Eustachio Dentice, come già citato. 32) La barca del Carbone, successivamente venne ribattezzata con il nome del Santo. 33) Da Cenni sulla vita del Martire: San Cristoforo - estratti delle letture cattoliche di Genova- Genova direzione delle letture cattoliche 1866, con revisione ecclesiastica. 34) Non è citato l’anno. 35) Chi di Cristoforo - l’imago vedrà, - di morte
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Tela altare della Madonna della Misericordia (Foto di Giulio Giovannelli)
Lapide che sovrasta l’altare della Madonna della Misericordia (Foto di Giulio Giovannelli)
Altare della natività (Foto di Giulio Giovannelli)
L’altare maggiore (Foto gentilmente offerta da don Michele Pio Cardone)
La statua di San Cristoforo in processione (foto di Candida Gentile)
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