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 “Le Monde Ensemble”

un quartetto tutto al femminile

II

  

di Giancarlo Tammaro

 

 

Elisa Papandrea, Akanè Makita, Hildegard Kuen  e Nasim Saad

 

 

Già dalle prime uscite pubbliche il quartetto con pianoforte di nuova costituzione “Le Monde Ensemble” sta riscuotendo notevole successo. E la cosa non ci meraviglia: si tratta infatti di quattro ragazze giovani e belle; ma nel campo della musica questo non potrebbe mai bastare se non fosse che sono anche veramente brave.

Questo gruppo, tutto al femminile, si propone già dal nome con una spiccata e decisa aspirazione a mettere insieme elementi di diversa nazionalità e provenienza, di varie culture ed esperienze, ma tutti uniti dalla passione per la musica ed in particolare per la musica da camera, musica d’insieme, la quale – come recita il curriculum, o meglio le note di presentazione del gruppo – è in sostanza “l’eterogeneità che si fonde con armonia in un’unica opera d’arte”. Così ognuna delle quattro componenti porta nell’ensemble la propria formazione e le proprie esperienze artistiche di tutto rispetto e, pure se ormai hanno come sede d’elezione l’Italia, e più precisamente la città di Roma, provengono da diverse parti del “mondo”. Al violino la bionda italiana Elisa Papandrea (torinese ma chissà se con antiche ascendenze greche, a giudicare dal cognome), alla viola la rossa tedesca Hildegard Kuen, al violoncello la castana Nasim Saad proveniente da Teheran e al pianoforte la bruna Akanè Makita, giapponese anche se ormai romana per crescita e formazione artistica: una curiosa corrispondenza tra gradazione di colore e altezza di suono, non sappiamo quanto frutto di una felice coincidenza o studiatamente voluta. Mettendo comunque da parte ancora una volta l’aspetto estetico dell’Ensemble, il suo valore artistico è decisamente notevole, senza dimenticare quanto sia suscettibile di ulteriore miglioramento e maturazione, vista la sua recentissima costituzione.

Il programma scelto per il concerto del 13 febbraio scorso, nell’ambito della rassegna concertistica organizzata dall’Istituto Cervantes in collaborazione con l’Istituto Italo-Latino Americano e che si è tenuto nel Salone degli Specchi di palazzo Santacroce in piazza Cairoli a Roma, era poi particolarmente interessante: di quelli che ogni tanto portano alla luce i tesori nascosti nel vastissimo repertorio della musica classica, del passato ma anche contemporanea. In fondo contemporaneo si può definire il quartetto composto da Xavier Montsalvatge, autore catalano che ci ha lasciati novantenne solo sei anni fa nel 2002, anche se la composizione risale a circa 50 anni fa. “Recondita armonia”, pur se a prima vista farebbe solo pensare ad una predilezione dell’autore per la musica di Puccini, per questo titolo coincidente con la celeberrima aria della Tosca, svela all’ascolto l’intensa volontà dell’autore di dimostrare come le moderne dissonanze,  nelle  linee musicali dei diversi strumenti del gruppo,  si fondano invece in una armonia nascosta nelle pieghe delle dissonanze stesse.

L’autore ha poi sapientemente distribuito, nei quattro movimenti del brano, momenti di protagonismo per ciascuno strumento dell’ensemble: così nel primo movimento Elisa Papandrea ha potuto mettere in mostra un’arcata precisa e vigorosa, a tratti virtuosistica, nel secondo e terzo hanno invece rispettivamente potuto sfoggiare una intensa e calda cantabilità il violoncello di Nasim Saad e la viola di Hildegard Kuen, mentre nell’ultimo movimento “moderato” gli archi hanno mantenuto una sostanziale parità d’impiego, permettendo al pianoforte di evidenziare un importante ruolo di catalizzatore dell’insieme ma, grazie anche al sapiente tocco di Akanè Makita, senza mai prevaricare con la sua sonorità i più delicati strumenti ad arco.

Una piacevole scoperta, per i non esperti di musica contemporanea, questa composizione di Montsalvatge, la quale poi, se riflettiamo sul senso delle parole nell’omonima romanza di Puccini, potrebbe ben essere presa a emblema del quartetto “Le Monde Ensemble”.

Se Gabriel Fauré costituisce meno una “scoperta” rispetto a Montsalvatge, è pur vero che la sua musica da camera non è poi così frequente nei programmi dei concerti. In particolare il Quartetto op.15 - composizione abbastanza giovanile rispetto al grosso della sua produzione e risalente agli anni 1879-80, quando  Fauré ha da poco finito il lungo tirocinio di intrattenitore nei salotti bene di Parigi ed ha finalmente un posto fisso come maestro di cappella alla Madeleine - risultava decisamente interessante nella sua elegante liricità, dove però non mancano momenti di seria costruzione formale, sul modello tedesco, come nel primo movimento “allegro molto moderato”. Il vero spirito di Fauré, raffinato, lirico, coloristico, già quasi impressionista, si avvertiva però meglio nei due movimenti centrali: nel delizioso “scherzo”, dove il pianoforte disegnava arabeschi leggeri, quasi clavicembalistici, ben delineati dalla pianista su un insieme di pizzicati ed accordi leggermente strappati degli archi, resi con grande perizia ed equilibrio dalle sue colleghe; nell’intenso “adagio” dove, nella parte centrale, le languide scale arpeggiate del pianoforte su un sottofondo cupo degli archi parevano esternare una tranquilla ma intensa malinconia, che qualche esegeta ha voluto mettere in relazione con la grande delusione sentimentale subita in quegli anni dal poco più che trentenne Fauré, assai evidente nella quasi coeva e ben più famosa “Elegie”. Un “finale: allegro molto” dal ritmo galoppante, ma a tratti interrotto da intermezzi nostalgicamente assorti, portava alla conclusione di questo Quartetto op.15, che “Le Monde Ensemble” ha saputo porgere con grande perizia, gusto ed equilibrio di sonorità, senza perciò rinunciare ad una doverosa intensità espressiva.

Agli applausi calorosissimi e prolungati del pubblico l’ensemble concedeva un bis, dedicandolo alla istituzione che ospitava il concerto con la scelta di quel grande autore argentino ma di origini italiane che è stato Astor Piazzolla: chiudeva quindi la serata una delicata interpretazione (bellissima nello smorzando finale) di “Oblivion”, quel breve ma intenso brano che, parafrasando una celebre definizione del Tango di Enrique Santos Discepolo, potrebbe a sua volta definirsi “un magnifico pensiero triste che si ascolta”.

In definitiva un bel risultato di coerenza stilistica e di amalgama interpretativa per questo ensemble giovane e così apparentemente eterogeneo, che ci fa riflettere come il mondo cosmopolita della musica dovrebbe essere di buon esempio, controcorrente, in questa epoca di reinsorgenza esasperata di particolarismi e nazionalismi a livello locale e mondiale.

 

  

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