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   Orchestra Sinfonica di Roma

giovani e giovanissimi talenti si alternano ai grandi nomi della musica internazionale

III

   

di Giancarlo Tammaro

  

 

Nel panorama delle stagioni concertistiche che si offre annualmente al pubblico romano va segnalata la Stagione Sinfonica organizzata dalle Fondazioni “Roma” (già “Cassa di Risparmio di Roma”) e “Art’s Academy”, giunta alla sesta edizione e che già da tre anni consecutivi si svolge nell’Auditorium Pio di Via della Conciliazione. Tale stagione è degna di rilievo non solo per aver rivitalizzato un Auditorium che, dopo la costruzione del Parco della Musica ed il conseguente trasferimento dell’Accademia di S.Cecilia, sembrava essere passato in second’ordine, ma anche e soprattutto per aver sempre attuato una vera politica di diffusione della “musica classica”, proponendo programmi interessanti, talora  accattivanti ma sempre di prestigio, a prezzi molto contenuti (a dire il vero nell’ultima edizione un po’ aumentati, ma pur sempre decisamente accessibili, soprattutto per gli anziani pensionati e per i giovani: questi ultimi vero punctum dolens per la fruizione di questo genere di musica). A tale aspetto meritorio si aggiunga la costituzione dell’Orchestra Sinfonica di Roma della Fondazione Roma e della quale è stata promotrice la Fondazione Art’s Academy: un’orchestra costituita quasi esclusivamente da elementi giovani e che in questi sei anni di vita è cresciuta notevolmente di livello artistico, consentendo così non solo l’occupazione ma anche la crescita professionale di molte nuove leve della musica.

Un metodo validissimo per contenere i costi e nel frattempo far crescere i giovani – orchestrali o solisti che siano – è quello di alternare la presenza di concertisti di grande fama ed esperienza con giovani e giovanissimi emergenti, sempre di grande talento, spesso provenienti o comunque transitati a suo tempo nel vasto vivaio della stessa Art’s Academy. A questo si affianca la presenza, sul podio dell’orchestra, di noti direttori a livello internazionale, ora giovani ora di lunghissima carriera, che si alternano al direttore stabile, il M° Francesco La Vecchia – fondatore trent’anni addietro e tuttora Direttore Artistico dell’Art’s Academy e dell’orchestra stessa – al quale naturalmente spetta il maggior numero di conduzioni nonché la scelta dei programmi, che in pochi anni ha portato l’Orchestra Sinfonica di Roma ad avere un’esperienza ed un repertorio vastissimi e ad esibirsi anche all’estero in sedi prestigiose (citiamo fra tutte la Sala della Filarmonica di Berlino).

Esempio di queste “virtuose” alternanze – che stimolano la crescita professionale sia dell’orchestra, la quale si confronta con vari direttori e con grandi e famosi solisti, sia dei solisti emergenti, i quali si trovano insieme in cartellone, e quindi a competere in qualità di interpreti, con alcuni “mostri sacri” della loro professione – può essere la programmazione delle prime tre settimane dell’appena trascorso maggio 2008.

I concerti, come di norma avviene durante tutta le stagione, si sono svolti in due repliche: la domenica alle 17,30 e il lunedì alle 20,30.

Nella replica serale di lunedì 5 maggio il giovanissimo violinista Andrea Obiso (ancora un ragazzo: 14 anni a giugno) ha stupito e convinto per la disinvolta sicurezza con la quale ha affrontato, di fronte alle circa duemila persone che gremivano l’Auditorium Pio, il Concerto n.5 per violino e orchestra di Henri Vieuxtemps, mettendo in mostra un’ottima intonazione ed una cavata energica e ricavandone un suono preciso, ma anche di bella espressività, su tutta la gamma delle dinamiche richiesta dal concerto (l’autore era anche un noto virtuoso di violino dell’800). Tali qualità sono state confermate nel bis (un capriccio di Wieniawski) seguito ai fragorosi e prolungati applausi del pubblico ed anche dei professori dell’orchestra: a facilitare l’entusiasmo giocava sicuramente l’età dell’interprete, ma era innegabile la validità in assoluto della prestazione artistica del giovanissimo violinista palermitano. Il ragazzo attualmente si sta perfezionando presso la stessa Fondazione Art’s Academy sotto la sapiente guida del grande violinista russo Boris Belkin e la vigile supervisione dei genitori, in fondo musicisti anch’essi, i quali sono particolarmente – e giustamente – attenti a non lasciarsi prendere dalla facile tentazione di eccedere negli impegni concertistici del talentoso figliolo.

Una piacevolissima sorpresa, nella seconda parte del concerto, la bella prestazione del violino di spalla. La giovane violinista Chiara Petrucci, da poco più di due anni in orchestra e che negli ultimi mesi ha quasi sempre sostenuto il ruolo di primo violino rimasto vacante, ha infatti dimostrato una bella cantabilità, un suono pulito, deciso e nel contempo espressivo, pur nella difficile parte solistica che Rimskij Korsakov ha assegnato al violino di spalla. Il tema di Sheherazade si ripete infatti più volte, all’interno dell’omonima Suite, nei diversi registri dal medio al grave al sopracuto, spesso esaltato in suoni armonici, e con dinamiche rapidamente mutanti dal fortissimo al pianissimo: un vero banco di prova per un violinista.

La settimana seguente era in programma Ciajkowskij: il Concerto n.1, interpretato dal grande pianista Roberto Cappello, e di seguito la Suite dal Lago dei Cigni con sul podio, in questa occasione, la giovane ma già affermata direttrice d’orchestra cinese Jiemin Zhang, da tempo nota in Italia per la sua presenza al Maggio Musicale Fiorentino, ma anche a La Fenice di Venezia e ultimamente al S.Carlo di Napoli.

Che dire comunque del M° Roberto Cappello? Una vera forza della natura, capace con le sue interpretazioni di suscitare sempre e comunque gli entusiasmi del pubblico: la sua gamma di espressività sbalordisce per quel saper passare con estrema naturalezza dal suono fortissimo e potente al più impercettibilmente delicato sussurro, e si badi bene: delicato, carezzevole, non semplicemente pianissimo! Tale gamma di espressività, ed anche di colore di suono, risultava forse ancor più evidente nel bis di pianoforte solo, il celeberrimo Sogno d’Amore n.3 di Liszt, che il M° Cappello ha concesso la sera di lunedì 12 maggio agli applausi incessanti del pubblico e della stessa orchestra che, com’è uso, dimostrava il proprio entusiasmo battendo ritmicamente i piedi sul palco.

Quasi un simbolico passaggio dal maestro all’allievo il concerto del 18 e 19 maggio successivi, che vedeva impegnato Gesualdo Coggi, ventitreenne pianista emergente, già allievo all’Art’s Academy del M° Fausto Di Cesare (attuale Direttore Didattico della Fondazione) col quale si è diplomato al S.Cecilia di Roma, ed attualmente allievo, per il perfezionamento, proprio del M° Roberto Cappello al Conservatorio di Parma.

Anche Gesualdo Coggi ha saputo offrire una bella interpretazione, puntuale nell’esecuzione e densa di espressività, con ampia varietà di dinamiche e di colori, di una composizione attualmente poco frequente nei programmi delle stagioni concertistiche, il Concerto n.2 per pf. e orch. di Giuseppe Martucci: un omaggio al musicista capuano, così importante per la rinascita della musica italiana puramente strumentale, a cavallo tra la fine del 150enario dalla nascita (1856) e l’inizio del centenario della morte (1909). Un concerto impervio per il solista che lo affronta, non foss’altro che per la deliberata volontà dell’autore di evitare accuratamente la caratteristica melodicità della musica italiana (così evidente nel genere operistico, genere del tutto assente nel catalogo di Martucci), alla quale egli concede solo qualche brevissimo sprazzo durante il primo movimento Allegro giusto mentre ne rifugge completamente nel Larghetto centrale e nel conclusivo Allegro con brio: una vera prova di carattere, questa di Martucci, che in tale concerto lo fa apparire più germanico dello stesso Brahms, il quale invece spesso indulgeva alla melodia, soprattutto nei movimenti lenti centrali. Le belle qualità interpretative di Gesualdo Coggi sono state evidenziate anche nel bis, richiesto dai lunghi e calorosi applausi del pubblico e dell’orchestra stessa: bis che si è materializzato in una pregevole esecuzione del Preludio op.28 n.21 di Chopin.

F. La Vecchia, G. Coggi e l’Orchestra di Roma ricevono l’applauso del pubblico dopo il concerto di Martucci.

A seguire, l’Orchestra Sinfonica di Roma ha proposto la Passacaglia per grande orchestra op.1 e le Variazioni per orchestra op.30 (con organico orchestrale leggermente ridotto rispetto al precedente lavoro) di Anton Webern: due brani di impegnativa lettura – specialmente il secondo – sia per l’orchestra sia soprattutto per il pubblico, il quale è rimasto però ugulmente affascinato dal sapiente uso dei timbri orchestrali fatto dall’autore e dall’atmosfera misteriosamente sospesa, evocata in particolare dalla Passacaglia con quel suo finire in completa evanescenza.

Dal primo lavoro orchestrale pubblicato da Webern, l’op.1 del 1908, all’ultimo compiuto e pubblicato nel 1940 come op.30: due brani di circa dieci minuti ciascuno, che costituiscono una succinta ma significativa sintesi dell’opera di un autore importantissimo, che giustamente deve essere proposto, sempre insieme con il repertorio più consueto, anche e soprattutto in stagioni come questa, rivolte alla diffusione della cultura musicale – anche quella del ‘900 storico – presso un pubblico il più vasto possibile e quindi non necessariamente di esperti della materia, il quale deve gradualmente sperimentare l’ascolto di un repertorio che supera quello puramente tradizionale.

 

  

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