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“Le Monde Ensemble”

inaugura a Roma la Stagione di concerti 2008-09

del Circolo Canottieri Tevere Remo

 

II

   

di Giancarlo Tammaro

  

  

 

La sera di lunedì 6 ottobre ha preso il via la Stagione 2008-09 dei Concerti dell’Associazione Musicale La Risonanza nella elegante e riservata sala del Reale Circolo Canottieri Tevere Remo, la gloriosa istituzione risalente al 1873 che ospita questa iniziativa, giunta alla sua XXIII edizione.

Una platea, numerosa per quanto l’ambiente può consentire, ma soprattutto scelta – erano presenti, oltre ai soci, vari musicisti, operatori e cultori della musica – ha così assistito al concerto inaugurale, tenuto dal gruppo da camera “Le Monde Ensemble” (un gruppo di quattro musiciste costituitosi appena un anno fa) questa volta nella formazione del classico trio con pianoforte: al violino Elisa Papandrea, al violoncello Nasim Saad e al pianoforte Akanè Makita; il trio comportava infatti l’esclusione della viola di Hildegard Kuen. È un gruppo che già dai nomi delle componenti fa intuire il significato della sua denominazione: un ensemble di musiciste, tutte giovani e di provenienze disparate, unite dal profondo amore per la musica d’insieme e che fondono in essa le diverse esperienze personali ed artistiche di varie parti del mondo.

Il programma comprendeva due lavori estremamente giovanili di Sergej Rachmaninov e Johannes Brahms, raccordati al centro dai Tre Notturni per violino, violoncello e pianoforte di Ernest Bloch: tutte comunque composizioni originali per questo tipo di formazione strumentale.

In apertura il Trio Elégiaque n.1 di Rachmaninov si snodava in un unico movimento di circa quindici minuti, sviluppando una melodia naturalmente triste – secondo l’accezione tradizionale di elegia – ma particolarmente bella (s’intravede fin d’ora il grande fascino melodico di questo autore) e transitante in modo variato dal pianoforte agli archi, per poi terminare con un pianissimo, quasi una marcia funebre in evanescenza.

Il Trio op.8 di Brahms, che chiudeva invece il programma, articolava i suoi oltre trentacinque minuti di musica in quattro movimenti. Ad un “Allegro con brio” pieno di giovanile ardore – talora esuberante soprattutto nella parte pianistica – facevano seguito un delizioso “Scherzo: allegro molto” e un “Adagio” particolarmente raffinato, per un autore ancora così giovane ed alla prima esperienza cameristica. Concludeva un “Allegro” che si faceva via via più vivace, fino a suggellare luminosamente una composizione che nella parte centrale si era fatta invece più cupa e pensosa quasi riallacciandosi al clima “elegiaco” del primo pezzo in programma (come giustamente aveva fatto notare, nell’introduzione all’ascolto, il M° Marco Albrizio).

Due lavori, questi di Rachmaninov e Brahms, che mostrano una bella freschezza e spontaneità giovanili ma che forse hanno il limite di non mettere abbastanza in luce gli archi rispetto al pianoforte, al quale è riservata una certa predominanza nella stessa scrittura musicale: benissimo ha fatto quindi la pianista Akanè Makita, che pure ha un tocco sempre molto misurato ed accorto a non sovrastare gli altri strumenti nella musica da camera, a cercare ulteriormente di ridurre con un’apertura minima del coperchio la sonorità del pianoforte, un bell’esemplare di Steinway & Sons anni 1960/70 dal timbro particolarmente squillante e ricco di armonici (di proprietà del M° Massimo Cappello e attualmente concesso in comodato d’uso al Circolo – N.d.R.).

Si tratta del resto di opere giovanili di autori che erano fondamentalmente grandi pianisti: non a caso il Trio Elégiaque n.1 di Rachmaninov non fu pubblicato dall’ancora diciottenne autore (già diplomato in pianoforte e prossimo diplomando in composizione) ma soltanto postumo nel 1947, ben 55 anni dopo che era stato composto, tant’è che manca di numero d’opus. Dal canto suo Brahms, che aveva pubblicato il Trio op.8 nel 1853-54, a soli vent’anni subito dopo il decisivo incontro con Schumann, rielaborò questo lavoro ben 35 anni più tardi nel 1889 riducendone le dimensioni di circa un terzo e lasciando inalterato solo il secondo movimento, lo “Scherzo”, un piccolo capolavoro già in origine abbastanza equilibrato.

Ben diverso il discorso per i Tre Notturni inseriti nel mezzo del programma della serata: certamente, nelle intenzioni del Trio, un breve ma significativo omaggio – per il cinquantenario della scomparsa che cadrà proprio in questa stagione – ad Ernest Bloch (1880-1959), autore che può d’altra parte impersonare lo spirito cosmopolita del gruppo “Le Monde Ensemble”. Ginevrino di nascita, ebreo di ascendenza e americano di elezione, si trasferì negli Stati Uniti dal 1916, dopo essersi formato nella sua città ed in altre importanti città d’Europa, e otto anni più tardi prese la cittadinanza americana. In questo stesso anno 1924 a New York nell’Aeolian Hall (dove proprio cinque settimane prima si era tenuta la première di una composizione ormai mitica del ‘900: la Rhapsody in blue di Gershwin) si ebbe, ad opera del dedicatario Trio di New York, il debutto di questi Tre Notturni. Una scrittura sicuramente più equilibrata tra archi e pianoforte – il compositore questa volta aveva una formazione violinistica – e più matura, quella del già quarantatreenne Bloch, che propone tre piccoli gioielli come a scandire tre aspetti della notte: una calma quasi irreale nel primo, “Andante”; la dolcezza di un sonno tranquillo, quasi una tenera lullaby nel secondo, “Andante quieto”; infine la concitazione di una caccia notturna o di un sogno inquieto nel terzo, “Tempestoso”. Musica decisamente più moderna e che manifesta inizialmente influenze di Debussy e Ravel, questa dei Notturni di Bloch: una proposta anche di autori più recenti del repertorio classico, com’è nello spirito di “Le Monde Ensemble”, che ha saputo offrire agli intervenuti questo programma, decisamente non usuale, con interpretazione appropriata e a tratti appassionante.

Calorosi e convinti gli applausi del pubblico all’indirizzo delle artiste componenti il trio, belle ed eleganti, oltre che brave: cosa che in uno spettacolo dal vivo – perché, come ho sempre sostenuto, di spettacolo comunque si tratta – decisamente non guasta.

 

  

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