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Da “Esperantisti di Roma e del Lazio” con preghiera di diffusione Il “Foglio volante – La Flugfolio” di agosto
Nel numero agosto 2008 “Il Foglio volante”, “mensile letterario e di cultura varia”, come recita il sottotitolo, fondato e diretto da Amerigo Iannacone compaiono firme di: Roberto Bettero, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Giorgio Bronzetti, Lisa Carducci, Aldo Cervo, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Rosalba De Filippis, Óscar Flórez Támara, Alda Fortini, Amerigo Iannacone, Franco Orlandini, Teresinka Pereira, Ivan Pozzoni, Fryda Rota, Patrick Sammut. Il mensile, come è ormai noto è distribuito in abbonamento, ma chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono o fax al n. 0865.90.99.50. Riportiamo qui di seguito l’articolo di apertura e un breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti - Annotazioni linguistiche”, curata da Amerigo Iannacone.
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III |
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Preconizzata la fine dell’inglese
di Giorgio Bronzetti Coordinatore dell’Associazione Allarme Lingua
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Una mossa del British Council?
«Tranquilli: l’inglese non reggerà anzi andrà in mille pezzi – parola di David Crystal e di John Harrington, sommi conoscitori del mondo delle lingue». Il Corriere della Sera del 7 marzo titola “L’inglese finirà come il latino: una babele di dialetti” e l’agenzia Swissinfo dirama “L’inglese dilaga ma si frammenta, presto dialetti locali”. Lo avrebbe dichiarato al Daily Telegraph un famoso linguista inglese David Crystal seguito più di recente da John Harrington dello Smithsonian Institute di Washington su New Scientist ripreso il 9 aprile da La Repubblica che titola “Inglese, boom di dialetti- sarà una Babele”. Non fa più paura, dunque, il mostro divora lingue e culture, che tiene da anni sul piede di guerra decine e decine di istituzioni ed associazioni di difesa delle lingue? Chi assiste da anni disorientato al degrado della propria lingua per l’immissione sempre più massiccia di anglismi può consolarsi al pensiero che l’invasore prima o poi, anche se fra generazioni, si disperderà? In sostanza l’inglese sarebbe una lingua non più pericolosa ma col destino già segnato, vittima del suo successo. Il povero Leonard Orban, commissario europeo per il multilinguismo, che non si sa cosa non sia capace di inventarsi per farci digerire il predominio dell’inglese nelle istituzioni europee (l’ultima trovata della “lingua personale adottiva”, una specie di seconda lingua materna per tutti cittadini europei, ha dell’incredibile) esulterà. Il primo ministro britannico, Gordon Brown, che ha annunciato la formazione di un esercito di 750.000 insegnanti indiani, assoldati per diffondere l’inglese in Asia, probabilmente ci ripenserà apprendendo di accelerare con questa massiccia operazione la fine del King’s English e che dirà il famoso professore di Affari Internazionali David Rothkopf, autore dell’ articolo tutto un programma “In Praise of Cultural Imperialism?” (Foreign Policy n.ro 107 Summer 1997, pp. 38-53)? Ma la previsione di Crystal e Harrington, che appare quasi una manovra del British Council, in prima linea nella propagazione a tappeto dell’inglese nel mondo (si veda il piano annunciato da Brown e, più vicino a noi, il programma “Sardegna speaks English”), per disarmare i tanti movimenti di resistenza all’inglese soprattutto in Europa, appare inconsistente e non toglie assolutamente nulla alla drammatica situazione di lingue e culture minacciate dal prevalere dell’angloamericano. È lo stesso Crystal ad affermare in The Cambridge Enciclopedia of Language che «a metà del XIX secolo fu previsto che l’inglese britannico e l’inglese americano sarebbero diventati reciprocamente incomprensibili nell’arco di cent’anni» e ciò non è successo nonostante la non disponibilità di PC e TV. Nel villaggio globale che si profila il cyberspazio e il desiderio di capire e farsi capire dovrebbero costituire un potente elemento antidisaggregante ad evitare ulteriori differenziazioni delle già esistenti numerose varietà costituenti la lingua inglese cui potrebbe aggiungersi proficuamente una politica linguistica tendente ad assicurare un “common standard English”. I due linguisti poi non esprimono affatto la loro preoccupazione al pensiero che l’inglese minaccia di far scomparire le altre lingue come è avvenuto col latino nei confronti delle parlate allora esistenti, come l’osco e l’etrusco, ma evidentemente lo danno per scontato e si crucciano unicamente per la sempre maggiore frammentazione che avverrebbe nel tempo della loro lingua. A noi invece non causa alcuna ambascia, né soddisfazione, l’idea di una ingloriosa fine della lingua di Shakespeare dalla vocazione glottofaga e vorremmo semplicemente non essere tra le vittime della sua ascesa. Quindi nessun abbassamento di guardia nel denunciare gli abusi e le discriminazioni cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salvaguardia della lingua madre, salvaguardia che oltre che trovare il coinvolgimento attivo delle istituzioni, deve basarsi su una sempre maggiore consapevolezza dei cittadini. L’inglese ormai è diventato una specie di aritmetica della comunicazione e si acquisisce, almeno al livello base, quasi senza neanche studiarlo, quasi senza accorgersene, tanto ne sono farciti giornali, manifesti e computer. E se vuoi muoverti per il mondo, e sempre più ti capita di doverlo fare volente o nolente, non puoi farne a meno. Tutto sta a tener ben separata la lingua di casa tua da quella che sempre più sta occupando il ruolo di interlingua (ma un linguista statunitense degli anni 30, Edward Sapir, affermò che anche se l’inglese si fosse diffuso come lingua ausiliaria in tutto il mondo non significherebbe che il problema della lingua internazionale sarebbe risolto perché si sarebbe ugualmente sentita la necessità di una lingua semplice e logica come l’esperanto!).
Veltroni campione di anglofilia Purtroppo non ci vengono buoni esempi di rispetto dell’italiano neanche dal mondo politico che dovrebbe essere quello più attento. Veltroni, l’ultimo grosso personaggio apparso sulla scena politica italiana in primissimo piano, ha superato Berlusconi, che pone tra le priorità dell’istruzione la conoscenza dell’inglese (ma ora parla di due lingue, tra cui l’inglese). Almeno Berlusconi lo fa per puro pragmatismo, senza particolare enfasi, mentre lui sembra farlo per passione quasi fanciullesca verso il mondo anglo-americano adottando espressioni come I care e Yes, we can per le sue azioni politiche (nel programma Pd si sono calcolati oltre 40 termini inglesi tra cui Social Housing per Edilizia popolare!) e non mancando di condire di frasi inglesi i suoi discorsi come un rappresentante della Linguaphone.
Giorgio Bronzetti Coordinatore dell’Associazione Allarme Lingua
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“Vagh’e pressa”
Spesso, a giustificazione dell’uso di anglismi nella nostra lingua, si adduce il fatto che le parole inglesi sono piú brevi e piú veloci delle corrispondenti italiane. In una vita sempre di fretta dove il pranzo diventa sempre piú spesso “fast food” (ma non so perché non si potrebbe dire, per esempio, “Vagh’e pressa”, come recitava l’insegna di una trattoria a Napoli), anche la lingua diventa sempre piú concitata in una inutile fretta, in una sterile rincorsa di noi stessi, che non ci fa piú gustare i momenti della vita. Per inciso: provate a osservare le sigle di coda degli attuali programmi televisivi: un premo a chi faccia in tempo a leggere un nome. Pensate invece alle chiare e riposanti sigle degli anni Sessanta. Ma, tornando alla lingua, quelli (spesso si tratta di pubblicitari) che usano parole inglesi sostenendo che sono piú rapide delle corrispondenti italiane, sono poi gli stessi che non dicono piú “gratis”, ma “a zero euro” e non dicono “senza interessi” (troppo facile!) ma “a interessi zero”. Dimenticando che la via migliore è sempre la piú lineare. |