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I numeri nei millenni

di Stefano Breccia

* * *

I numeri nella storia dell’umanità

 

(seconda parte: 4.1)

 

la cultura dei numeri

___________

 

Numerologia

 

IV

     

Introduzione

Già a partire dai cabalisti ebrei, attorno ai numeri è sorta una sorta di pseudo scienza basata sui rapporti fra le proprietà aritmetiche dei numeri ed i fatti umani. Per i cultori della lingua ebraica, greca o latina la cosa era abbastanza immediata, dato che le lettere dei tre alfabeti erano utilizzate per rappresentare cifre numeriche, e di conseguenza era relativamente sponta­neo, dato un nome, od una parola in genere, attribuire loro un valore numerico sfruttando i valori delle singole lettere, e poi dissertare sul risultato. La cosa è senz’altro interessante a livello di curiosità, ma diviene rapi­damente pericolosa se si tenta di prendere sul serio i risultati, pretendendo di trovare chi sa quale arcano significato nei numeri associati alle parole. C’è difatti chi usa pratiche cervellotiche per attribuire valori numerici a fenomeni dell’umano e del sociale. Oggi tutti costoro sono accumunati dall’etichetta di “numerologi”.

 

Va detto che gli antesignani di tale disciplina sono stati illustri, i Pitagorici e lo stesso Platone. Ad esempio, nelle Leggi, Platone sostenne che il numero ottimale di abitanti in una comunità ideale dovesse essere 5,040; la motivazione, ai nostri giorni abbastanza astrusa, consiste nel fatto che 5,040 ha un elevato numero di divisori interi, ed in particolare è divisibile per tutti i numeri fra 2 e 10. Ancora, nella Repubblica, si scopre che il re vive 729 volte più felicemente del tiranno e che, per converso, la vita di quest’ultimo è 729 volte più dolorosa di quella del primo. Che io sappia, non si è ancora capito il perché di questo numero. L’unica proprietà interessante di 729 è che esso è pari a 93, e che:

 

729 = 93 = 13 + 33 + 43 + 53 + 83 ,

 

qualsiasi cosa ciò potesse significare per Platone.

 

Nella Repubblica (VIII, 546 B-D) si trova un brano estremamente oscuro, il cui inizio è il seguente:

 

Mentre per la creatura divina esiste un periodo espresso da un numero perfetto, per quella umana ne esiste uno espresso da quel numero in cui per primo accrescimenti dominanti e domi­nati, comprendenti tre distanze e quattro termini di quantità assimilanti e disassimilanti e crescenti e diminuenti, fanno apparire tutte le cose in rapporto, e razionali, fra loro.

 

Questa traduzione è di Franco Sartori, ma non è colpa del traduttore se non si riesce a capire che cosa Platone abbia voluto dire. Il brano è stato studiato lungamente, e si crede di avere individuato i due numeri citati, 216 e 12,960,000, che vengono di conseguenza detti “numeri di Platone”.

 

Lo stile del brano è comunque esemplificativo di come si desse per scontata l’immanenza dei numeri nelle vicende umane (e divine).

 

Lo stesso S. Agostino da Tagaste affermò solennemente l’importanza sacrale dei numeri presenti nei testi del Cristianesimo:

 

... numeris quos in Scripturis esse sacratissimos et mysteriorum plenissimos degnissime credimus...

(Quaest. in Genesim - I - 103)

 

Vedremo nel seguito una breve disamina di alcuni dei numeri più famosi, sostanzialmente a livello numerologico. E, sotto quest’ultimo aspet­to, alcuni sono realmente spassosi. Prima di passare a questo elenco, comunque, converrà premettere alcune considerazioni sulla Qabalah, che probabilmente è causa remota della Numerologia, nonchè sui Tarocchi, non tanto in quanto strettamente connessi alla Numerologia, ma in quanto diretta conseguenza della Qabalah.

 

La Qabalah

 

La parola Qabalah deriva dall’ebraico qbl, con il significato primario di “ricevere”, e, in senso traslato, di “tradizione”. Si tratta in effetti di una tradizione antichissima, coeva al giudaesimo; sarebbe però errato conside­rarla una religione, in quanto va piuttosto vista come una forma di filosofia, volta alla comprensione dei significati nascosti nei testi religiosi.

 

Come è noto, il testo sacro ebraico più antico è la Torah (più correttamente, Twrah), all’incirca coincidente con il Pentateuco cristiano, i primi cinque libri dell’antico testamento. In origine la Torah venne scritta in ebraico, ma al ritorno dall’esilio di Babilonia fu necessario scrivere testi di commento (i Targum) in aramaico in quanto questa era divenuta la lingua corrente. Fra il II secolo avanti Cristo ed il II secolo dopo Cristo venne redatta la traduzione in greco (detta Septuaginta, in quanto realizzata, secondo la leggenda, da una settan­tina di Esseni); questa traduzione non fu però asettica, in quanto il testo greco differiva, anche profondamente, da quello originale; pare probabile che già dal II e III secolo cominciassero a girare differenti versioni latine, che contribuivano a generare disordine, talché su ordine del papa Damasco I, e ad opera di San Girolamo, si ebbe nel 404 la Vulgata; questa versione venne dichiarata l’unica ufficiale da parte del Concilio di Trento (a metà del XVI secolo); le cose non furono però così semplici, in quanto, su richiesta di Clemente VIII, già nel 1590 vide la luce una nuova edizione della Vulgata, detta familiarmente “Clementina”; nel 1907 Pio X riunì una commissio­ne internazionale cui affidare una terza versione della Vulgata, ed il proces­so non sembra ancora avere termine.

 

Dal punto di vista ebraico, si rimase fermi alla Torah, cui si aggiunse­ro, nel tempo, la Mishna ed il Talmud, entrambi raccolte di leggi e di commenti alle leggi. Il testo fondamentale rimase comunque la Torah, talché nel Talmud si dice che “... un solo giorno dedicato alla Torah è superiore a mille sacrifici.”.

Il grosso problema connesso con la Torah è che la lingua in cui essa è scritta è piena di stranezze, e che molti passi sono di interpretazione affatto dubbia, talché oggi si parla, comunemente, di “ebraico biblico” per indicare questo strano linguaggio. Più avanti verranno presentati alcuni dei casi che lasciano perplessi, in particolare il nome Alohim e la misteriosa sigla YHWH, guarda caso entrambi nomi di Dio. Sorse quindi spontaneo il so­spetto che il testo celasse chi sa quale significato arcano, e la Qabalah nacque come risposta, come algoritmo per penetrare sotto ‘l velame de li versi strani.

 

La Qabalah venne formalizzata, attorno al 1200, come lo studio delle tradizioni del giudaesimo, ma naturalmente le sue origini sono assai remote. Gli adepti si qualificavano “i conoscitori della grazia”, e la parola ebraica hen (= “grazia”) può essere vista come un acrostico del nome hokhma nistara (= “scienza segreta”); altri nomi erano ha-masqilim (= “coloro che comprendono”), ba’ale ha-sod (= “i padroni del mistero”). A livello operativo, questa scienza si divise in pratiche teori­che (qabalah iyyunit)  ed in pratiche operative (qabalah ma’asit, o shimus­hit), una vera e propria forma di magia bianca.

 

Facciamo un esempio più aderente alla Torah. È noto che Mosè ricevette sul Sinai le tavole dei dieci comandamenti (probabilmente non si trattava del Sinai attuale, ma sorvoliamo). Il primo comandamento inizia con la parola anokhi (= “io”), e questa parola, a sua volta, inizia con la lettera aleph. Dato che questa lettera (genericamente classificata come vocale) in realtà in ebraico non rappresenta un suono, ma indica piuttosto quale suono verrà assunto dalla lettera seguente, aleph è in un certo senso l’origine delle altre 21 lettere dell’alfabeto ebraico, le racchiude tutte entro di sè, e di conseguenza è l’origine di tutto lo scibile umano. Quindi la storia di Mosè va interpretata non già come la consegna di due pezzi di pietra con qualche frase scritta sopra, ma piuttosto come la rivelazione all’umanità della radice ultima di ogni sapere. Tali considerazioni non sono dovute all’autore di queste modeste note, ma al rabbino Mendel.

 

E ancora: il Genesi inizia con la frase Bereshit bera Elohim Ath ha Shamaim va Ath ha Aretz; la prima parola, bereshit (= “all’inizio”), è scrit­ta usando le lettere beth, resh, aleph, shin, yod e teth; ricordando i valori numerici associati ad ogni lettera si ha la sequenza 2, 200, 1, 300, 10, 9. Al 2 si attribuisce il significato di archetipo femminile, di generazione; al 200 l’insieme di tutti i significati attribuiti al 2; 1 è l’archetipo divino, 300 è la trasformazione, 10 la mano di Dio, 9 è il flusso di energia che attraversa l’universo: già nella prima parola, bereshit, è contenuta la descrizione della creazione, quasi si trattasse di una figura frattale! La somma di questi numeri vale 522, e di certo da qualche parte nella cultura ebraica (ma non solo in quella) a tale numero sarà stato associato un significato legato alla creazione dell’universo.

 

Analogamente, troviamo poco dopo Wiamar Alohim Ihi Aur Wihi Aur (= “E disse il Signore “Sia la luce”, e la luce fu”); Wiamar (= “E disse”) è formata da waw, yod, aleph, mem, resh, che celano il significato: liberazione (waw) dalla mano di Dio (yod) nell’atto che ha creato (aleph) l’archetipo (mem) dell’universo (resh).

 

Circa Alohim, vi ritorneremo fra breve. Proseguendo, Ihi (= “E sia”) rappresenta Dio (yod) che illumina e dà vita (he) a sè stesso (yod). Aur (= “la luce”) è la creazione (aleph) nella liberazione (waw) del reale (resh). Queste due parole sono ripetute due volte, con il rafforzamento consistente nell’aggiunta di una waw causativa all’inizio del secondo gruppo.

 

Anche in questo caso, l’interpretazione cabalistica della frase che descrive la creazione della luce scopre un certo numero di significati recon­diti.

 

Il divino tetragramma YHWH (il Geova biblico) è tratto dalla frase Ehyeh Asher Ehyeh, mediante la quale Geova comunica a Mosè il proprio nome (Esodo, III, 14); la frase è sostanzialmente priva di senso, ma viene generalmente resa come “io sono colui che sono”; va notato come questa traduzione, ancorché tirata per i capelli, rimanga del tutto priva di significa­to; pare più ragionevole attribuire ad Ehyeh un valore sostantivale, piuttosto che verbale, in quanto pochi versetti dopo Ehyeh è usato esattamente in questo modo; il pronome relativo asher, in costrutti di questo genere, ha anche valore di copula; pertanto, a parer mio, una traduzione più ragione­vole sarebbe “L’essere è ciò che è”.

 

A parte queste disquisizioni, dato che per rispetto il nome YHWH non può venire pronunciato, viene solitamente sostituito da Adonay (= “il signore”) o da Agla, un acrostico formato dalle iniziali di Atoh Gebore Leolahm Adonay (= “Tu sei potente in eterno, signore”). Circa questo nome, Elifas Levi (Op. cit.) sostiene che:

 

Aleph è la prima lettera dell’alfabeto; esprime l’unità, rappresenta geroglificamente il dogma di Ermete: “Ciò che è superiore è analogo a ciò che è inferiore”. Questa lettera infatti ha come motivo due braccia, di cui l’una mostra la terra, l’altra il cielo con movimento simmetrico.

 

Gimel è la terza lettera dell’alfabeto; esprime numericamente il terna­rio e geroglificamente il parto, la fecondità.

 

Lamed è la dodicesima lettera; è l’espressione del ciclo perfetto. Come segno geroglifico, rappresenta la circolazione del movi­mento perpetuo; è il rapporto del raggio alla circonferenza.

 

Infine, la lettera aleph, ripetuta, è l’espressione della sintesi delle prime tre.

 

In alternativa si usa al posto di YHWH lo strano nome Alohim, strano in quanto è un plurale (maschile) di un sostantivo femminile, e quando viene usato come soggetto (cioè, mi pare, sempre) il verbo e gli eventuali attributi vengono concordati al singolare; volendo tentare una traduzione letterale del primo verso del Genesi, ed utilizzando il nome “Venere” per meglio sottolineare il genere femminile del nome divino, si avrebbe qualche cosa del tipo: “All’inizio i Veneri ha creato il cielo e la terra”; si pretende di considerare tutto ciò una specie di pluralis majestatis, ma evidentemente questa è un’affermazione gratuita, poiché non accade altrettanto agli altri nomi di Dio; comunque, cabalisticamente ad Alohim viene attribuito il significato di atto creativo (aleph) di potenza (lamed) e di vita (he) da parte della mano di Dio (yod) sopra l’universo (mem).

 

Un esempio di quali rivelazioni siano state trovate nei secoli nell’ambito dei primi versetti del Genesi può consistere in un esame dei rapporti fra i numeri uno e quattro. Subito prima della creazione dell’uomo, si cita un fenomeno non molto chiaro:

Ma un vapore saliva dalla terra, e adacquava l’intera superficie del suolo.

(Genesi, II, 6)

 

Nel versetto immediatamente successivo:

 

E Geova Dio formava l’uomo dalla polvere della terra ...

(Genesi, II, 7)

 

Orbene, in ebraico il vapore del sesto versetto, Ed, è formato da aleph e daleth, quindi dai numeri uno e quattro; il nome di Adamo è formato da aleph, daleth, mem, quindi da 1, 4 e 40, e si sostiene che questo 40 sia in un certo senso un rafforzamento del 4 precedente. Nel nono versetto viene presentato l’Eden, con i due alberi, quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male; pur senza stare ad elencare in questa sede la lista delle lettere che compongono i nomi di questi due alberi, basterà qui notare che la somma dei valori numerici delle prime è 233, mentre le lettere che compongono il nome del secondo albero danno una somma di 932, e:

 

932 = 4 · 233 !

 

 

I Sephirot sono organizzati in tre colonne verticali; quella destra (che contiene i numeri 2, 4, 7) si chiama “misericordia”, quella centrale si chiama (ovviamente!) “equilibrio”, e la sinistra “giudizio”. Chiaramente l’equilibrio consiste nella capacità di contemperare giudizio e misericordia.

 

I nomi dei Sephirot sono altrettanti nomi (o attributi) di Dio; in quanto tali vengono ricordati cripticamente in un’invocazione classica:

 

Tua è la grandezza, la potenza, l’onore, la maestà e la gloria; perché tutto quanto vi è in cielo e in terra appartiene a te. Tuo, o signore, è il diritto di regnare, perché tu sei sovranamente superiore a tutte le cose.

(1 Cronache, XXIX,11)

 

I 22 percorsi che congiungono i Sephirot sono ovviamente correlati alle lettere dell’alfabeto, e di conseguenza agli Arcani maggiori dei Taroc­chi.

 

 

(continua nel prossimo numero)

 

 

  

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