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UNA STORIA DA RACCONTARE: SAMUEL HAHNEMANN |
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di Gianni Posella |
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Ci sono storie di persone che hanno fatto molto per l’umanità e che sono pressoché ignorate ed altre, sicuramente meno positive e sicuramente meno edificanti fanno parte di una conoscenza condivisa quasi queste e non quelle siano proposte ad esempio. Non m’interessa analizzare, in questa sede, il perché di tale invalsa consuetudine, ma la qualcosa m’infastidisce e mi sollecita ad andare contro corrente e considerare, quindi, la vita e l’opera di persone che valgono veramente la pena d’essere conosciute. Una di queste è Samuel Hahnemann, un medico del XVIII secolo; un uomo brillante, di grande ingegno e umanità messa al servizio del prossimo. Protagonista nel gestire le avversità della propria esistenza, egli fu, in tutta coscienza, consapevole e convinto d’aver scoperto una legge naturale atta ad alleviare le sofferenze fisiche dovute all’insorgere di malattie. Scevro da ogni sorta di vanità, umile e perseverante nella sua ricerca, alla quale dedicò tutta la sua esistenza, rese all’umanità un servizio per il quale, almeno una parte di essa, gliene sarà per sempre riconoscente.
La nostra storia ha inizio a Meissen, in Sassonia, in piena riforma luterana, dove la scoperta casuale del metodo di produzione della porcellana aveva presto portato fama e prosperità (La porcellana cinese era conosciuta e ricercatissima da tempo ma, in Europa, se ne ignoravano i procedimenti per produrla). Meissen era una piccola e bella città sulle sponde dell’Elba - fra le più antiche della Sassonia - a nord di Dresda ed è qui che, il 10 Aprile del 1755, nacque F. C. Samuel Hahnemann da un pittore di smalti su porcellana, conosciuto dallo stesso Augusto III Re di Sassonia, e da una figlia di un capitano del duca di Sassonia. Ben presto, entrambe i genitori nutrirono in cuor loro la speranza che anche il figlio, un giorno, diventasse pittore di porcellane o piazzista, in quanto quest’ultima attività era molto remunerativa. Con questa prospettiva il giovane Samuel si dedicò allo studio delle lingue straniere, rivelando una così particolare attitudine esaltata, dal suo maestro Muller, come un dono divino. Samuel essendo piccolo e gracile, non poteva certo competere con i suoi compagni di scuola negli esercizi fisici, ma li superava egregiamente nello studio. Egli riusciva, con la volontà, a dosare il lavoro secondo le proprie possibilità fisiche ottenendo il massimo rendimento intellettuale: e fu questa una regola che osservò sempre nel corso di tutta la sua vita. Ma durante la Guerra dei Sette Anni che vide l’esercito di Federico di Prussia occupare la Sassonia, furono depredati sia il laboratorio di porcellane di Meissen sia i musei di Dresda. Ritornata la pace, la famiglia Hahnemann, non riuscì a recuperare la perduta agiatezza tanto da essere costretta a ritirare dagli studi il giovane Samuel. Il padre, amareggiato e deluso, non trovò di meglio che impiegarlo come praticante in una drogheria; la qualcosa rattristò immensamente anche il ragazzo che, pur non aspirando a diventare un commerciante, amava profondamente gli studi. Ma quel lavoro, che tra l’altro comportava lo spostamento di barili e altre derrate pesanti si rivelò troppo gravoso per il suo fisico delicato e fu costretto ad abbandonarlo. La madre nel frattempo, non perdendo la speranza di far continuare gli studi al figlio, ebbe modo di avvicinare il buon maestro Muller con l’intento di far presentare, al Re, un’istanza tesa ad ottenere una borsa di studio: la quale fu concessa in considerazione delle doti del ragazzo e per i servizi resi, della famiglia, al regno. La cosa gli consentì di frequentare la scuola dei Nobili di Sant’Afra fino al momento di entrare all’Università.
LA SCUOLA DI SANT’AFRAL’Istituto di Sant’Afra, posto fra la cattedrale e l’Albrechtsburg, era riservato alle famiglie nobili ma, anche se di rado, veniva accordata una deroga che consentiva a figli di famiglie non titolate ma meritevoli d’esservi ammessi. Ma la differenza sociale tra il giovane Hahnemann ed i suoi compagni contribuì a rendere non facile e penoso il suo inserimento: infatti, a volte, era fatto oggetto d’umiliazioni ed emarginazione. Di grande consolazione era però la vicinanza del suo maestro Muller provvidenzialmente nominato professore nello stesso Istituto. Nel corso di quegli anni di studio, egli si formerà un carattere forte e consapevole delle proprie capacità, ma senza superbia e alterigia; i suoi compagni impararono a rispettarlo ed ammirarlo per la sua schiacciante superiorità culturale, fin da considerarlo come una specie di censore. Al termine del corso di studio egli tenne, in latino com’era nella tradizione, una trattazione dal titolo “La strana costruzione della mano”. Il saggio fu una dotta dissertazione sull’importanza della mano in chiave di sintesi del corpo umano e continuazione del pensiero e dell’azione: a diciannove anni, preannunciava la Chiroscopia e anche se, in seguito, non si dedicherà più a questa disciplina, sin da allora, pensò di classificare, mediante lo studio della mano, l’apparente stato di salute, le malattie e la tendenza intellettuale delle persone. È inutile affermare che il suo saggio era un piccolo capolavoro che raccolse il plauso di tutti. Quella fu una grande giornata per Samuel Hahnemann: fu lodato dagli insegnanti, applaudito dai compagni e il vecchio professor Muller, avvicinatolo, lo strinse forte al petto. Era maturo per entrare nell’Università di Lipsia.
LIPSIALa grande universitaria dove, a quell’epoca, convergeva tutto ciò che era scienza e cultura era a Lipsia. Samuel, consapevole che i suoi genitori erano poveri e che avrebbero potuto mantenerlo soltanto a costo di grandissimi sacrifici, cosa che s’imposero vedendo il proprio figlio entusiasta e pieno di fiducia in se stesso, fu pieno di riconoscenza per le loro fatiche. La scelta del corso di studi da intraprendere fu difficile in quanto egli era affascinato non solo dalla chimica ma da tutte le alte discipline scientifiche. Egli, infine decise, dopo attenta riflessione, d’iscriversi a medicina. Di lì a breve, la sua coscienza fu fortemente turbata vedendo con stupore che non occorreva studiare tanto per conseguire la laurea; bastava assistere a qualche lezione d’anatomia, di patologia di fisiologia e leggere un poco per aggiornarsi sulla metodologia corrente. Egli considerò insufficiente quella che valutò una preparazione superficiale e ne rimase disgustato; nonostante ciò seguì tutti i corsi e fu assiduo frequentatore della biblioteca dove, conoscendo molte lingue, poté leggere anche testi stranieri. Con passare del tempo si rese conto d’avere difficoltà economiche: il piccolo capitale del quale disponeva si era assottigliato in modo preoccupante tanto che, anche riducendo al minimo le spese per il suo sostentamento, non gli avrebbe permesso di continuare gli studi. Di fronte all’angoscia di dover abbandonare tutto e ritornare a Meissen, Samuel cercò lavoro che trovò, come traduttore di libri, da un editore. La paga non era molta, ma questa gli permise, pur vivendo assai modestamente, di continuare gli studi. Frequentando l’università, venne a contatto con quelle che all’ora erano le due correnti di pensiero scientifico dominanti: correnti di pensiero opposte e che dividevano il mondo accademico. La prima basava la propria teoria sulla sperimentazione; riconosceva per valido soltanto quello che era realmente tangibile, con un notevole pregiudizio su ciò che i sensi non potevano percepire ed attribuiva il giusto valore all’osservazione, alla ricerca, alla conoscenza approfondita e, in seguito, servì come base allo sviluppo del materialismo e dello scetticismo. L’altra, assai più nebulosa, si fondava sull’affinità dei mondi. Ammetteva l’esistenza di una specie di forza superiore: uno spirito della materia. Teorie queste germogliate in Germania con Keplero e sintetizzate poi in Inghilterra con Newton. Samuel subiva una pari attrazione verso le due differenti visioni scientifiche, ma non optò per nessuna di queste. Il suo spirito di conoscenza lo spingeva a cogliere ogni sfumatura per poi meditarla profondamente: quasi in una specie di contemplazione interiore. Egli passava le sue giornate in biblioteca prediligendo i testi più moderni sui quali si soffermava lungamente. Sullo stesso Ippocrate non si soffermò poi per molto, tanto che, sicuramente, gli sfuggì il principio “Similia similibus curantur”, del quale, in seguito, ne comprenderà tutta l’importanza, al punto da fondare su quella legge la sua nuova scienza: l’Omeopatia. Le teorie del vitalismo, contrastanti con quelle positiviste ed egoistiche del materialismo, lo attraevano immensamente, tanto da portarlo a coltivare sentimenti d’elevata spiritualità. Elogiava e ammirava la bellezza del creato sentendo la potenza e la magnificenza di Dio. In ogni modo, una teoria fece breccia nella mente del giovane Samuel: era la teoria del dottor Sthal, medico di corte del Duca di Sassonia, secondo la quale si ammetteva l’unione dell’anima e del corpo. Sthal poneva in discussione quelle teorie Galeniche che vedevano la causa della malattia in vizio materiale congenito da espellere, o in un veleno morboso penetrato nell’organismo. Egli invece riteneva che la malattia non poteva che essere causata dalla disposizione della natura ad alterarsi. Questa teoria seduceva moltissimo il giovane Hahnemann, che la percepiva conforme al proprio spirito e alla propria natura. Erano ormai trascorsi due anni da quando era giunto a Lipsia e, pur avendo trovato un piccolo supporto economico dando lezioni di francese ad un compagno di studi greco, le ristrettezze economiche in cui viveva erano al limite della tollerabilità in più cominciava a pesargli l’impossibilità d’acquisire esperienza a diretto contatto con gli ammalati ed a Lipsia non vi erano ospedali. Questi
i motivi che gli fecero maturare la decisione d’abbandonare quella sede. La lettura poi delle teorie degli inglesi Cullen sullo spasmo e di Brown sull’irritabilità nonché l’avvenuta conoscenza di metodi terapeutici nei quali erano utilizzati, in quantità minime, dei veleni lo convinsero dell’inrinunciabilità della sperimentazione in quanto una teoria non applicata non aveva alcun valore A tal proposito si era confidato con il suo professore di patologia sul fatto che non era possibile conoscere i sintomi delle varie malattie se non si avvicinavano mai i malati ed il docente gli avrebbe dato ragione, aggiungendo, che di malati bisognava vederne molti, e per questo era indispensabile frequentare assiduamente un ospedale. Il professore, inoltre, gli consigliò di recarsi a Vienna e continuare gli studi in un ospedale importante come quello dei Fratelli della Misericordia e che dietro una sua raccomandazione poteva presentarsi al Direttore, dottor Quarin. Il dado era ormai tratto e la partenza decisa quando s’accorse d’essere stato derubato delle poche monete rimastegli dall’allievo e collega di studi greco divenutogli amico che le aveva, in un momento di debolezza, utilizzate per saldare un debito di giuoco. Con gran costernazione Samuel vide improvvisamente dissolversi la possibilità di realizzare l’agognato viaggio. L’amico contrito continuava a chiedergli perdono affermando che, se non fosse per l’improvvisa decisione della partenza, era sua intenzione di restituire il mal tolto al più presto. Il giovane Hahnemann s’interrogò anche sul da farsi riguardo all’amico: alla fine decise che il gesto più nobile era il perdono e non la denuncia. Egli si compiacque di quella scelta e sentendosi spiritualmente più maturo e più aderente al messaggio cristiano per essere riuscito a perdonare chi gli aveva fatto del male.
VIENNAIl nostro personaggio non era il tipo da scoraggiarsi facilmente: aveva deciso di trasferirsi a Vienna e ci sarebbe riuscito. Per raggranellare il denaro necessario s’impegnò sia ottenendo l’incarico di tradurre la “Nuova terapeutica” di Ball, cosa che portò a termine in breve tempo, sia proponendosi quale interprete e sia improvvisandosi facchino in aziende di trasporto. Infine egli riuscì a pagarsi le spese di viaggio per Vienna. Che dire! Samuel rimase abbacinato dal fascino della città e dalla luce, filtrata dall’azzurro struggente del cielo, che l’illuminava ogni cosa. Vienna era animata da quel palpito di vita che pervadeva i sensi e dove la luce degli occhi delle belle fanciulle sembrava gareggiare con quella solare. Nei caffé, frequentati da allegre brigate, risuonavano giorno e notte piacevolissime arie musicali ed il suono delle campane scandivano le ore del riposo e quelle della preghiera. Quello che sedusse maggiormente il nuovo venuto, fu la sontuosità e l’eleganza di Vienna con i suoi palazzi, teatri e monumenti barocchi. Finalmente, ma senza fretta, si recò all’ospedale della Misericordia situato nel quartiere Leopoldo, vicino al Danubio. Qui incontrò il dottor Quarin, attorniato da studenti, che lo ricevette con gentilezza ma con quel distacco e freddezza che Samuel giudicò più consona ai burocrati che ai medici. Lo stesso distacco e freddezza permeavano ogni cosa in quell’ospedale; solo un giovane chierico-infermiere, futuro reverendo padre Weith, che prima di accostarsi al noviziato, aveva voluto conoscere di persona le miserie delle infermità umane, manifestava affabilità e comprensione. Fu così che la missione del giovane Hahnemann cominciò a delinearsi. Egli non si accontentava solo di assistere al seguito del dottor Quarin. Voleva sentirsi attivo; avvicinare i malati insieme agli infermieri ed imparare, da questi, ad aiutarli opportunamente: saper farli sollevare e coricare, lavarli e fasciarli, facendoli soffrire il meno possibile. Egli voleva porsi davanti alla malattia ed al dolore senza paura e con la ferma volontà di vincerli. Con il trascorrere del tempo, sfinito dalla stanchezza, demoralizzato, si rendeva conto che troppo spesso le cure erano inefficaci, resistendo la malattia alle medicine somministrate. Egli annoterà in seguito: “Si direbbe che la natura respinga i nostri sistemi di cura”. Egli si convinse allora della necessità di un approccio diverso nei confronti della malattia. Confidò qualche sua intuizione al chierico Weith, che gli fece conoscere l’abate che dirigeva la farmacia. Alto, magro, quasi ossuto, l’abate che si presentava apparentemente ruvido nei modi manifestò incredulità all’ipotesi che si potessero trovare nuovi medicinali e nuove cure. Poi l’abate confesso a Samuel Hahnemann che, in fondo, anche loro non avevano una conoscenza profonda dei prodotti farmacologici usati e ciò era penalizzante per i pazienti. Poi l’abate si diede sfogo esternando una lamentevole filippica sulla presunzione ed ignoranza umana: “La scienza! Bel caos di sciocchezze che segue soltanto gli errori morali dell’epoca nostra! Essa è dominata dallo spirito del male perché a questo spirito gli uomini si sono votati. Bramosi di conoscere per vanità e per diventare altrettanti dei. Si sono venduti come il dottor Faust di Knittlingen. E’ soltanto con l’aiuto di Dio che l’umanità può vivere e creare. Riportiamoci al Medio Evo, vedremo come ci fossero uomini che creavano e lavoravano sotto la tutela di Dio! L’umanità, devastata da guerre, carestie, rivoluzioni e malattie terribili, sapeva accendere L’ARDENTE FUOCO DELLA PREGHIERA. Vi erano uomini che dettero un vero impulso alla scienza. La innalzarono anzi come gli architetti, in quella stessa epoca, con le guglie a trine e trafori delle loro cattedrali. Con le loro preghiere seppero stornare epidemie, flagelli e calamità d’ogni specie, più di quanto possa e potrà mai fare la scienza. IL clero indegnamente abbindolato, si lasciò portar via il monopolio della scienza, ed eminenze grigie, con cardinali in testa, si giunse a sostenere che la scienza era una prerogativa dei laici. Smarrita la via, Gallieno prese il posto di S. Tommaso, e così la luce si spense. Perché la luce ritorni, bisogna creare dei santi laici, e francamente ciò non è molto facile! Solo la carità può riuscirvi. Si tratta di liberare l’anima dal corpo, lo spirito dalla materia, l’oro dall’interesse”.
(continua sul prossimo numero)
Bibliografia di riferimento: Roger Larnaudie: “La vita sovrumana di Samuel Hahnemann” - F.lli Bocca, 1942 |
F. C. Samuel Hahnemann |