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Redazionale
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I | |
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Donatella Moraggi
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Il mito (?!) della principessa triste
Sono trascorsi dieci anni dall’incidente mortale che coinvolse Diana Spencer e Dody Al Fayed, dieci anni che non hanno consumato la triste vicenda.
Il mistero che avvolge l’evento è alimentato da TV e carta stampata che confezionano servizi e ricostruzioni ormai senza notizie perché hanno ben poco da aggiungere ai fatti avvenuti.
Vien da chiedersi a cosa serva ed a chi giovi ripercorrere con tanta dovizia una storia già raccontata milioni di volte. Si è detto tutto sull’argomento e su quanto ad esso attinente; si è scavato nella vita privata di una donna, nella sua infanzia, nei suoi rapporti personali, nelle sue relazioni, nei suoi disagi e nelle sue fragilità. La ragione? Profitti.
Ma non basta. Ancora oggi lo si continua a fare, con pervicacia e ritualità per cogliere i frutti d’un dramma che da molto tempo avrebbe meritato di essere lasciato al suo silenzio. Non si cerca più la verità, solo si insegue un filone d’oro grazie al quale una tragedia si fa intrattenimento. E’ così che la realtà si fa leggenda. E’ così che è nato un mito, il mito di Lady “Di”.
Nulla di nuovo sotto il sole ed anche questa è una scelta, una scelta facile per gli operatori d’informazione ma non senza conseguenze. Perso il senso della misura in favore di quello dell’utile si finisce con l’indugiare in atteggiamenti scadenti che hanno il sapore della rinuncia: rinuncia all’analisi, rinuncia alla verità, rinuncia alla selezione, rinuncia alla ricerca. Non è un bel leggere, né un bel vedere se ci si mette dalla parte di chi tenta di osservare il fenomeno frequente degli eccessi mediatici. Pare sentire il dissolversi del peso delle vicende umane, pare percepire il perdersi delle esistenze spezzettate in troppe parole e si avverte finanche il fastidio di dover sospettare che il “costume” altro non sia che il modo contingente, artificioso e indotto d’intendere la vita.
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