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Racconto

Costruire, abitare, pensare

   

VII

di Silvia Manca

 

   

 

“Caro G.,

sono rientrata ieri sera dalla Sardegna e stasera mi è venuta voglia di renderti partecipe di qualche pensiero che mi ha attraversata mentre ero lì in questi giorni.

Ho trascorso delle giornate strane, diverse, surreali. Mi è capitato di rileggere "La nausea" di J.-P. Sartre, e di volerti dire qualcosa che, forse, ci riguarda.

Credo che durante questi anni sia tu che io abbiamo trovato ognuno la propria "nausea", il sentimento della nostra strana, sola e inspiegabile esistenza. Sono dei momenti che per alcuni arrivano così, come il vento, e dopo i quali non si può più far finta di niente, non si può più continuare come prima ignorandoli, perché ora quella vaga sensazione che avevi sempre avvertito vicina, ti ha attraversato, si è fusa con te.

Non credo che sia necessario che ti spieghi cosa sia. Credo che tu l'abbia avvertita. Gli altri, diceva lui, invecchieranno in un altro modo. Loro vivono in mezzo alle cose ereditate, ai ricordi, perché il passato è un lusso da proprietari, e bisogna avere una casa per sistemarvelo. Tu, lui, io, non possediamo che il nostro corpo. Un uomo e una donna completamente soli, non possono fermare i ricordi, essi passano loro attraverso, perché non hanno mai voluto trattenerli legandosi.

Quando ci si incontra, ci si riconosce, ma questo non impedisce di sentirsi meno diversi da chi "si sente a casa" perché abita questa esistenza, da chi vive in mezzo ai ricordi dei centrini della nonna, da chi figlia...

La mia dannazione è stata la superbia di considerarmi diversa, mente pensante svincolata da un corpo desiderante che poteva anche permettersi il lusso di non sottostare alle leggi naturali.

Sto patendo l'irregolarità dei miei cicli biologici, scontando l'arroganza di non aver voluto rispondere ai doveri naturali ai quali - da donna - dovrei sottostare, subendo le beffe di una psiche che si finge una malata immaginaria producendo sintomi e rigettando violentemente le cure che le vengono somministrate.

Dopo aver ipernutrito un cervello da "raffinato teorico", come mi è stato detto, l'unico timore che mi tormenta è il non potermi concedere il lusso, un giorno, di essere un semplice e umile strumento di vita, la dimora, la casa per un altro piccolo essere. La cosa più semplice e forse più bella che esista.

Questo è stato il mio cambiamento in questi anni. E, per far questo, avrei avuto bisogno che tu e io fossimo una casa l'uno per l'altra.

Per toglierti ogni dubbio, non è stato un desiderio borghese di normalizzarmi con e nella "massa", è che io stessa sono massa, e questo bisogno ora fa parte di me, è me.

Riduttivo e troppo semplice? Forse, ma questa semplicità è stata la sublimazione di tante complicatezze, complicanze e complicazioni...mi sembrava doveroso, dopo così tanto tempo, dirti il progetto che sono diventata.

S.”

 

Un anno dopo.

 

Era passato un anno da quando lei, il critico, gli aveva scritto. L’aveva incontrato a Natale, distrutto dal dolore per la malattia del padre, quando non era riuscito a piangere e a lasciarsi andare alle emozioni nemmeno tra le braccia di quella donna con la quale era cresciuto. Per il timore di mostrare il suo lato debole, vulnerabile, quello che un guerriero non potrebbe mai mostrare agli occhi: il suo lato umano. In una busta con sopra stampato un Babbo Natale c’erano gli ultimi oggetti che lei aveva preso per lui ad un mercatino equo e solidale in memoria del loro antico viaggio in Kenya, quando erano ancora innamorati: una sciarpa coloratissima e una penna in ebano con sopra scolpito un piccolo leone. Un invito a ritrovare la forza di quel leone/simba – come lo avevano chiamato gli uomini del posto – tra tutta quella disperazione, per affrontare la difficile scelta che gli si poneva davanti, e un laccio, non più per tenerlo legato, ma per slegarlo definitivamente, per lasciarlo libero di andare ovunque lui avesse voluto. Senza di lei. Quella busta regalo conteneva in sé i simboli di tutto ciò che restava del loro tempo assieme.

Qualche mese dopo, una telefonata per dirle che era tornato a Roma, nella città dove avrebbero dovuto abitare assieme, la conferma che non aveva ancora deciso cosa fare della sua vita e la restituzione di un pacco da imballaggio contenente fantasmatici ricordi e indumenti del periodo tedesco-olandese passato via in quei cinque anni di distanza che li avevano sgretolati. Quel pacco non giunse mai a destinazione. Proprio come la mail che lui le aveva mandato un po’ di tempo prima con le foto che le aveva scattato quella notte sul ponte Sant’Angelo. Esattamente lì dove avrebbe avuto inizio quasi un anno più tardi la ricostruzione simbolica di sé, il critico aveva sperato che avrebbero ricominciato assieme a ricostruire la loro vita e la loro casa con le rovine di ciò che restava della precedente. Ma non lo vide mai più. La sciarpa variopinta che lei gli aveva regalato in quella notte natalizia si era snodata definitivamente. Una volta il suo amico archeologo le aveva detto “se veramente lo ami, lascialo andare”. E così aveva fatto. Ora era libero di dispiegare le sue ali d’acciaio ovunque avesse voluto. Libero di abitare con lei in quella vecchia città o di costruirsi una nuova esistenza altrove, abitando distante, pensando così di riuscire a trovare quella pace che solo un abitare la propria distanza avrebbe potuto dare…

Lei, con le sue fragili ali di cera, stanca dall’inquieto peregrinare, l’avrebbe aspettato lì, nella città eterna.

Un anno prima, in quella lettere, il critico gli aveva scritto del suo costruire, pensare e abitare quella mancanza che è costitutiva dello stesso essere umano, quell’abitarsi al di là e dentro qualsiasi luogo che la realtà possa offrire: l’abitare se stessi. Un giorno la sua Maestra le aveva insegnato che il nostro progetto, la nostra casa, siamo noi stessi, e che nessun luogo avrebbe mai potuto offrire asilo a chi non lo possiede in sé. Se non saremo noi a scrivere la nostra storia – le aveva detto un giorno quella donna che veniva da molto lontano – magari con quella penna in ebano che il critico gli aveva regalato, qualcun altro la scriverà per noi, forse interpretandola violentemente, anche contro il nostro Desiderio. Così, se lui non avesse abitato la  sua  stessa  esistenza  avrebbe  continuato  a  cercarsi  sempre fuori di sé, spostandosi da un posto all’altro. Senza mai trovare pace.

Anni prima il critico aveva rifiutato di andare a vivere con lui in quel paese che non sentiva il suo – pensava. Con il tempo poi aveva compreso che non era il paese che le era ‘suonato’ straniero, ma il progetto. Non era il suo. Non avrebbe potuto mai aderire così ciecamente a quello che non le apparteneva, nemmeno per l’uomo che amava. Scusandosi di non essere riuscita a farsi deportare dal di lui fantasma a causa dell’essere troppo presa a riscrivere la sua storia a partire dal suo, aveva iniziato a decostruirsi per ricostruirsi proprio a partire da un corpo che aveva assunto su di sé quella sua mancanza ad essere e una professione ancora tutta da avviare, una casa, e una vita che le appartenesse un po’ di più. Cercandosi, provando, andando a tentoni nel buio, appoggiandosi al nero bastone di una matita da disegno o una penna per scrivere ma in ogni caso scegliendo, incarnandosi nella sua stessa esistenza – come aveva scritto – quello che lei gli aveva sempre rimproverato di non aver mai avuto il coraggio di fare. Era stato per dirgli tutto questo che lo aveva portato davanti a quell’angelo sul ponte quella notte d’estate, una muta preghiera per immagine mai giunta a destinazione.

Quel corpo che il critico aveva dimenticato tra i meandri della mente in tutti quegli anni, aveva cominciato a farsi sentire come desiderante, sintomatico e mancante di/a se stesso. 

Nel movimento di ritorno a/verso se stessa aveva scritto, pianto, riso, scolpito maschere funerarie impastate con sabbia e materiale per trattamenti estetici, calchi di pasta molle della sua stessa carne induriti dall’aria, dal contatto con l’esterno, duplicazioni del suo volto cosparso poi di fiori secchi, petali delle rose che lui le aveva mandato scusandosi per l’assenza. E ancora, calchi di parti anatomiche frammentate e inchiodate su tele con puntine da disegno. Il tutto cosparso da materiali di varia natura per non mostrare il color carne del calco retto dal letto di garze di cui si intravede un piccolo resto. Sarebbe stato poco sublimato quel rosa pelle senza tutta quella polvere d’oro riversata sopra, quelle piume colorate che catturano l’attenzione, “guardate quanto splendore” sembravano gridare…lasciando però tracce visibili ad occhio nudo delle garze della ferita sottostante che l’aveva spinta a fare tutto quello.

 

Maschere rosa carne

Aveva scolpito la fragile ninfa autunnale

lungo il difficile cammino del perdono

nel movimento di ritorno verso se stessa.

 

Maschere di una musica sincopata

aveva udito negli occhi danzando

frammenti corporei chagalliani

dove la testa rotola lontano

alla ricerca dell’emozione che l’ha evocata.

 

Maschere funerarie di sabbia

erano emerse dal profondo delle sue dune,

calchi di pasta molle della sua stessa carne

induriti dal vento del deserto intorno.

 

Maschere di fiori e frutti secchi

avevano cosparso il volto invernale,

petali di rosa barattati con la sua assenza,

nel movimento di non ritorno verso se stessa.

 

Maschere d’oro e d’argento

aveva impastato la sovrana

sublimando la sua stessa carne

“Vi lascio questo corpo in memoria di me

prima della mia partenza”.

 

Maschere colorate di piume e paillettes

aveva indossato la show-girl.

Guardate quanto giovane splendore…

E le garze della ferita sotto

scomparivano invisibili ad occhio nudo.

Crepando la pasta rosa.

 

Quelle maschere polimateriche che lei aveva scolpito e impastato in quell’anno erano i resti della vecchia se stessa, l’altra pelle lasciata lì morta a giacere, seppellita tra i fiori e la sabbia. Scoria/resto assoluto, sciolto da qualsiasi legame, di quel corpo simbolico, vivo, pieno di vita e desiderante che ora, finalmente, vedeva.

Nel difficile cammino del perdono, di se stessa innanzi tutto, della colpa di non essere riuscita a farsi deportare per amore di un fantasma che non le apparteneva, aveva scelto di costruire la sua vita “abitandola poeticamente” come ricordava Hölderlin, facendo, non importa cosa ma, in ogni caso, scegliendo, scegliendosi, amandosi, riscrivendosi, ricostruendosi e abitandosi.

Non sapeva dove l’avrebbe condotta quella macchina che il suo sé conduceva, ma ora era lì, con psiche, mente e, soprattutto, corpo, a scriverne davanti ad un computer, guardando quella nuova costruzione di se stessa mentre nasceva proprio dalle sue mani. Davanti ai suoi occhi.

 

 

 

  

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