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UNA STORIA DA RACCONTARE: SAMUEL HAHNEMANN |
VIII | |
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di Gianni Posella |
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Ci sono storie di persone che hanno fatto molto per l’umanità e che sono pressoché ignorate ed altre, sicuramente meno positive e sicuramente meno edificanti, fanno parte di una conoscenza condivisa quasi queste e non quelle siano proposte ad esempio. Non m’interessa analizzare, in questa sede, il perché di tale invalsa consuetudine, ma la qualcosa m’infastidisce e mi sollecita ad andare contro corrente e considerare, quindi, la vita e l’opera di persone che valgono veramente la pena d’essere conosciute. Una di queste è Samuel Hahnemann, un medico del XVIII secolo; un uomo brillante, di grande ingegno e umanità messa al servizio del prossimo. Protagonista nel gestire le avversità della propria esistenza, egli fu, in tutta coscienza, consapevole e convinto d’aver scoperto una legge naturale atta ad alleviare le sofferenze fisiche dovute all’insorgere di malattie. Scevro da ogni sorta di vanità, umile e perseverante nella sua ricerca, alla quale dedicò tutta la sua esistenza, rese all’umanità un servizio per il quale, almeno una parte di essa, gliene sarà per sempre riconoscente.
seconda parte
Questo mio racconto della vita di Samuel Hahnemann era stato interrotto, nel numero precedente, nel bel mezzo della conversazione avuta, in occasione del suo primo incontro, con l’abate titolare della farmacia dell’ospedale dei Fratelli della Misericordia a Vienna dove Hahnemann era giunto per apprendere, sul campo, l’arte della professione medica. L’incontro, la conversazione del quale riprendiamo, era stato agevolato da un giovane chierico-infermiere, poi divenuto reverendo padre Weith.
Terminato lo sfogo filosofico-religioso e guardando Samuel di traverso, l’abate gli chiese sospettoso: “Ditemi voi siete religioso?” “Sono cristiano!” Gli rispose con un certo fervore. Il religioso si accorse che il giovane manifestava un certo smarrimento; n’ebbe pietà e cominciò ad avere un certo interesse verso di lui. Comunque, imperterrito, continuò: “Non si raggiunge nulla senza l’aiuto di Dio, ma non è poi tanto difficile mettersi in contatto con Lui per chiedergli aiuto. Imparerete a sentire quanto vi sia d’immenso nell’amare il vostro simile, riuscirete a lottare contro il male e vi renderete conto del perché e della ragion d’essere della scienza. Le leggi della natura sono assolutamente armoniche. Voi avete studiato alchimia?”. “Si, un poco” rispose Samuel. “Ebbene, l’amore ha altrettanta affinità con la concupiscenza che n’è la concezione, quanta ne ha l’oro con l’interesse.” Nel frattempo l’abate si avvicinò a uno scaffale, ne tirò fuori un libro, e aprendolo quasi religiosamente, lo porse a Samuel mostrandogli due pagine: “Leggete qui i precetti delle opere Misericordiose. Sperimentate l’influsso di Dio, senza di che, non potrete mai essere né un medico né un chimico.” Samuel cominciò ad essere stanco di quella visita: l’ironia che l’abate mostrava lo esasperava. Se n’andò crucciato, con i pensieri che gli si accavallavano nella mente. Francamente non se la sentiva di rinunciare a tutti i beni materiali che la vita gli avrebbe potuto riservare. Pensava al dottor Quarin che viveva nell’opulenza, nel lusso, stimato e riverito. Tutti s’inchinavano davanti a lui con rispetto e considerazione servile. Perché non essere come lui? E’ con questi pensieri che si avviò verso casa con l’intenzione di non voler mai aprire quel libro che l’abate gli aveva dato. Effettivamente, per qualche giorno lo dimenticò. Ma il suo furioso e ardente desiderio di sapere non gli permise di resistere oltre. Prese il libro e lo aprì proprio dove l’abate gli aveva lasciato il segno:
“Sette sono le opere di misericordia corporale: Dar da mangiare agli affamati; Dar da bere agli assetati; Vestire gli ignudi; Alloggiare i pellegrini; Visitare gli infermi; Visitare i carcerati; Seppellire i morti. E sette le opere di misericordia spirituale: Consigliare i dubbiosi; Istruire gli ignoranti; Ammonire i peccatori: Consolare gli afflitti; Perdonare le offese; Sopportare pazientemente le persone moleste; Pregare Iddio per i vivi e per i morti.”
Leggendo queste poche righe, sinteticamente elencate, Samuel ebbe chiaro il concetto di carità. Una strana sensazione di paura lo pervase. I beni del mondo sono tutt’altro che trascurabili, pensò, perché non approfittarne, pur rimanendo distaccati con la coscienza vigile e abile, da evitare un coinvolgimento concupiscente? A questo punto non ebbe ripensamenti, decise di seguire l’andamento dei tempi. Il giovane Hahnemann piacque al dottor Quarin, direttore dell’ospedale, tanto da complimentarsi con lui per l’assidua presenza al capezzale degli ammalati. Il direttore dell’ospedale. gli pronosticò, inoltre, una brillante carriera e, un giorno, lo presentò al nuovo governatore della Transilvania, il barone Bruckental, il quale desiderava avere un medico personale. Samuel accettò, anche perché la retribuzione era veramente ottima. Ma infondo al suo animo si avvide di lasciare a malincuore sia Vienna sia l’ospedale. Aveva fraternizzato con il chierico Weith e il legame di sincera e profonda amicizia, che si era instaurato fra loro, rese commovente l’addio. Il chierico si era reso conto delle qualità speciali di Samuel; lavoratore studioso e pieno di “caritas” e Samuel, a sua volta, aveva notato come molti ammalati guarivano in seguito agli aiuti morali, alle parole di conforto e alle sue preghiere. Solo l’incontro con l’abate, per espressa volontà di Samuel, non fu mai commentato. Weith al momento della partenza, in segno di affetto, donò a Samuel un opuscolo che raccoglieva i più bei pensieri di S. Agostino, con la speranza, che nutriva in cuor suo, di veder un giorno l’amico, convertito al cattolicesimo.
IL MEDICO E LA SUA COSCIENZA Il barone di Bruckenthal, plebeo arricchito, faceva una vita da gran signore, alla quale, il giovane Samuel non si asteneva dal parteciparvi. La mensa era sempre ricca e prelibata, gli abiti non mancavano e i domestici pronti per ogni servizio. Il barone, fra l’altro, godeva di ottima salute; cosicché Samuel, non aveva altro da fare che vivere anch’egli nell’opulenza. Fu questa la sua vita per ventuno mesi, durante la quale ebbe modo di assaporare le dolcezze e gli agi di un’esistenza facile e comoda in quel di Hermanstadt. I suoi abitanti lo salutavano con un certo sussiego e rispetto: dopotutto era il medico, amico e consigliere del barone. In questo tempo egli cercò di conciliare i piaceri della carne con quello dello spirito. Certo resistere alle allegre baldorie ed alle belle fanciulle era veramente dura ma, lentamente, riaffiorò la sua passione per lo studio. Tanto per far assopire la sua coscienza, s’impegnò a riordinare e riclassificare la biblioteca del barone nonché a sistemare la sua collezione di medaglie. Cominciò pian piano, mentre gli passavano fra le mani gli innumerevoli volumi, a leggerne alcuni, cominciando così a sentirsi meglio ed a riprendere coscienza di se stesso. Una mattina, gli capitò fra le mani, un libro di favole di La Fontane e volle sfogliarlo. Quel libro gli piaceva! Ad un tratto il suo sguardo si soffermò su un passo della favola "Il lupo ed il cane": “Far feste a quei di casa, obbedire al padrone”. La cosa lo impressionò. Gli sembrò che quel passo fosse rivolto a lui e si chiese se, per caso, il suo carattere non stava diventando un po’ troppo servile. Continuò a leggere: “ … Cammin facendo il lupo vide il collo del cane spelacchiato …. ‘Legato? – esclamò – Ma allora non puoi correre dove vuoi? …” Samuel si rattristò nel leggere quella favola e, in un attimo, si rese conto che anche lui era legato e non poteva correre liberamente. Quello che raccoglieva erano solo avanzi: avanzi di vanagloria, di falso onore e di falsa ricchezza. In quella “prigione” egli aveva perso due anni della propria gioventù. Era furioso con se stesso, talmente furioso che desiderava soltanto partire… e subito! Comprende con rammarico quanto era più ricco ai tempi di Lipsia. Con lo stomaco vuoto e senza un soldo è vero, ma con l’anima intrepida e libera di costruirsi da solo la propria vita, senza mediazioni e protezioni servili. Disgustato ritornò in camera sua, si strappò la livrea che indossava e si rivestì dei suoi vecchi e logori abiti. La grande decisione era ormai presa! Il barone fece finta di sorprendersi di quella decisione; egli sapeva di che pasta era fatto il giovane e quindi, dopo aver tentato di dissuaderlo in tutti i modi, con rammaricò lo congedò. Ora era libero. Sentiva che poteva riprendere la strada che Dio gli aveva indicato. Non aveva perso completamente la battaglia: avrebbe dovuto semplicemente cambiare tattica. Egli intravedeva la possibilità di esplorare metodi che la maggior parte dei medici ignoravano; ma per uscire dalla mediocrità bisognava conoscere e, in primo luogo, percorrere nuove strade della terapeutica avente per base la chimica e poi quelle misteriose dell’anima con le sue malattie recondite: ma prima doveva laurearsi. Presentò la tesi all’Università di Erlanger; oggetto della quale erano le teorie di Cullen e di Brown sull’irritabilità e lo spasmo. Erano questi argomenti che non lo appassionavano molto, in quando, il suo interesse maggiore era rivolto al mistero dell’anima. Subito dopo la laurea, infatti, si dedicò con fervore allo studio delle malattie psichiche e spirituali.
LE MALATTIE PSICHICHE Durante le visite ai malati dell’ospedale di Vienna, Hahnemann osservò la reazione che lo spirito dei pazienti subiva in rapporto alle malattie. Aveva notato come alcuni di loro si deprimevano e disperavano di guarire, mentre altri, colpiti dalla stessa malattia e sottoposti alle stesse cure manifestavano piena fiducia nella guarigione. “Come mai? - si chiese Samuel - alcuni si abbattono ed altri no? In che cosa consiste la diversità di quelle energie vitali? Forse nell’anima?”. Egli osservò, inoltre, che i malati più fiduciosi trovavano nuove energie nel conforto religioso e nei Sacramenti e seppure aveva costatato come i chierici, a Vienna, si accostassero soprattutto all’anima dei malati ottenendo notevoli risultati, egli pensava, comunque, più efficace l’intervento della Scienza. Anche le malattie psichiche interessavano il giovane medico ma, anche queste dovevano essere studiate più da vicino, direttamente; era necessario, quindi, prestare la propria opera entrare in un manicomio. Ciò che trovò quando mise piede in un manicomio lo inorridì; quegli istituti non erano case di cura, bensì luoghi di tormento. Un’immensa pietà strinse il cuore di Hahnemann. Come era possibile trattare così selvaggiamente delle persone! I malati erano chiusi dentro delle gabbie e bastonati con verghe di ferro, come fossero bestie feroci i cui gemiti assordanti risuonavano perennemente nell’aria. Dopo una lunga, pedante e coraggiosa insistenza, egli fu autorizzato a studiare e trattare in maniera più dolce quei poveri dementi ottenendo anche alcune guarigioni: su di una di queste redasse un opuscolo intitolato “Un caso di follia”. Il soggiorno in manicomio, però, non fornì la risposta a quegli interrogativi: essa era una vetta da raggiungere la cui ascesa si presentava assai impervia. Solo una cosa gli apparve chiara; mai come allora si rese conto che per guarire un malato bisognava amarlo. Un nuovo orizzonte si cominciò ad aprire davanti a lui, e risvegliato da questa esaltante sensazione e sentimento aprì l’opuscolo delle massime di S. Agostino regalatogli dal buon amico Weith. Lo aprì e dove vi era scritto “Amare et amari” e di suo pugno, a margine, vi aggiunse … “In primo luogo amare!”.
CHIMICA E FISICA Fu l’amore per il prossimo, le cui radici molto profonde nell’esser suo, ad accompagnarlo per il resto della sua vita. Fu questo amore sempre crescente che lo porterà alla desiderio di saper guarire. Ma prima avrebbe dovuto superare altre prove per poter, poi, seminare sul terreno della carità. Nelle biografie di questo scienziato, raramente si parla di lui come chimico e fisico. Contrariamente alla mentalità dei medici di allora egli studio la farmaceutica, disciplina sconosciuta a gran parte di loro: saranno proprio questi studi che lo porteranno in seguito a completare le ricerche sulla legge di similitudine e sulla dose infinitesimale. La maggior parte dei preparati avevano per base potenti veleni che erano somministrati in dosi considerevoli ed eminentemente tossiche. Gli speziali, che confezionavano i preparati erano i soli veri padroni del campo i quali, spesso, modificavano le prescrizioni mediche, a volte, con innegabile vantaggio per i malati. Hahnemann trovò giusto reagire a questo stato di cose perché un medico, per riconoscersi tale, doveva conoscere a fondo sia le sostanze che si usavano come medicine sia la loro manipolazione. Si intravedeva, nelle terapie farmacologiche d’allora, la stessa mentalità “scientifica” delle percosse ai poveri alienati. Era il metodo di adottare la forza come rimedio. Così, al morbo che si era introdotto subdolamente bisognava dar battaglia, similmente alle percosse per gli alienati mentali, con dosi di veleno. Non troviamo nulla negli studi di Hahnemann che provi che egli abbia fissato delle leggi chimiche come fecero Lavoisier e Demachy. Le sue ricerche furono unicamente biologiche; egli era alla ricerca delle reazioni provocate nell’organismo dall’assorbimento delle varie sostanze. Più tardi, infatti, egli allargherà la conoscenza della chimica e della fisica, scoprendo le proprietà dinamiche dell’atomo in biologia. Animato dall’idea di voler fare personalmente gli esperimenti e su larga scala, affinché nulla possa sfuggire all’indagine sia come qualità che difetti, volle recarsi nelle zone minerarie di rame e di carbone della Sassonia. Durante questo periodo Samuel studiò le reazioni dovute all’assorbimento quotidiano, da parte dell’organismo umano, delle polveri di quei minerali ed incominciò ad esperimentarne gli effetti su soggetti sani: tali ricerche gli fornirono quelle conoscenze che gli permisero, in seguito, di costruire le basi della sua medicina.
(Continua sul prossimo numero)
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