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Racconto
Questo breve racconto è una composizione scaturita dalla fantasia di un adolescente: scritto nei primi anni ’50, abbandonato per tanti anni in un cassetto, è qui proposto ai nostri lettori nel suo conciso, drammatico svolgimento.
L'ultima sera dell'anno
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VII | |
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di Faliero Bonciani
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Era l'ultima sera dell'anno. Il vecchio mendicante, con un fardello che gli pendeva da una spalla, arrancava paurosamente strascicando l'estremità e sforzandosi di mantenere l’equilibrio che sembrava sfuggirgli dalle membra scarne e macilente. Era vicina la mezzanotte. L'umidità e il freddo si facevano sentire come una cappa di piombo ed il vecchio rinserrato in un grosso cappotto, era scosso, spesso, da forti brividi. A tratti, si fermava per riprendere fiato appoggiandosi agli spigoli dei palazzi che si perdevano nell'oscurità piovigginosa di un cielo color pece.
Di momento in momento, delle automobili sfrecciavano veloci sulla gelida strada; ammiccanti fari saettavano su filiformi e fluttuanti immagini d’indistinti esseri frettolosi: impazienti di rincasare per celebrare la fine dell'anno.
Il vecchio riprese il suo cammino incerto, vacillante, senza meta. La pioggia era ridotta a poche gocce, come lacrime di cielo.
Anonima e seminascosta, nella fioca luce dei lampioni, improvvisamente una Chiesa gli si stagliò davanti. Si fermò, scrutò, attese, poi avanzò; salì i pochi scalini che immettevano sotto un portico da dove si accedeva alla porta del Tempio e, scrutata una nicchia, vi si diresse. Arrivatovi appoggiò in terra il fagotto che portava in spalla, il quale si rivelò uno sbrindellato fodero di violino che, insieme al decrepito pastrano che lo rinfagottava, erano tutta la sua ricchezza. Poi si mise a sedere o meglio, si lasciò andare. L'ampio paltò ora frusto e consunto, rivelava però dal taglio, non umili origini ed anche l'astuccio sbertucciato porta-violino conteneva uno strumento di pregiata fattura a dimostrazione di come, in altri tempi, il mendicante fosse stato in ben diversa condizione di vita.
Era l'ultima sera dell'anno. Il vecchio mendicante, assorto, si immerse in abituali e dolorosi ricordi. Ogni tanto gli giungevano alle orecchie le gaie e fresche risate di persone che, in lontananza, festeggiavano l'ultima sera dell'anno.
Cocenti lacrime rigarono l'amaro volto del vecchio perso nell'angusto cuore di una metropoli bacata fino al midollo. Si rivedeva fanciullo, studente di Conservatorio, l'affetto dei familiari, i primi successi, la gloria intravista e, all'improvviso: l'amore.
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Dopo il naufragio di un sentimento creduto veritiero ed eterno, quasi impazzì: egli smarrì proprio la cognizione del vivere civile e perse ogni ritegno; si comportò da scriteriato e cominciò a bere, a trascurare impegni e consuetudini; ripudiò la famiglia: un padre ed una madre dediti a questo figlio artista, al suo futuro, al suo tenore di vita fatto di studio ma anche di molti momenti ricchi di benessere, di accesa felicità per i traguardi raggiunti, di una florida situazione economica.
Ma l'artista minato dal dolore del rifiuto d'amore, piano piano scivolò per tutta la china che conduce alla dissolutezza e, perdutosi in quella strada, si ritrovò ad essere un suonatore ambulante. Lui, il promettente violinista dall'archetto divino.
Ora era vecchio, solo, malato, malvisto da tutti e scacciato dai luoghi dove, pietosamente, mendicava suonando il violino che, malgrado la miseria non aveva mai voluto separarsene. Egli lo custodiva religiosamente come reliquiario di una esistenza passata ma non vissuta, trascorsa ma non goduta, consumata in sofferenza ed indigenza anche perchè non aveva avuto fortuna.
Non aveva avuto fortuna.
D'improvviso il suo cuore ebbe un sussulto spaventoso come se avesse ricevuto un forte pugno in pieno petto. Un dolore acutissimo gli martellò il braccio sinistro e l'ansito divenne intollerabile. Intuì che forse era giunto al traguardo tanto paventato. Ebbe paura.
Poi il dolore si attenuò, si moderò, un certo rilassamento ridiede al vecchio un momento di tregua e visto il braccio sinistro più efficiente e l'affanno più mite, per darsi coraggio aprì l'astuccio che conteneva il violino insieme a degli avanzi di cibo e, imbracciato lo strumento, si mise a suonare.
Una calma spaventevole si impossessò del vecchio, anche il suo fisico mal ridotto parve rivivere. Un'apoteosi gloriosa di suoni riempì l'aria e si diffuse intorno un rinverdirsi di arcane melodie, di miracolosi suoni, di magiche architetture musicali.
Dalla strada salì al cielo un'ondata di sensazioni accorate, malinconiche; un'infiorata d'armonie sovrumane, un arcobaleno di arpeggi scintillanti ora dolcissimi, ora imploranti, ora virtuosisticamente imperiosi, superbi, ora forti ora tenui.
Da qualche casa si tese l'orecchio. Chi poteva suonare così divinamente fuori in strada in una sera cara ai ritrovi mondani o alla famiglia e, per di più, in pieno inverno freddo e piovoso? E l'ultima sera dell'anno?
Ci fu chi rise, chi motteggiò, chi commentò con facezie, chi si chiese una ragione e, per curiosità, voleva scendere in strada per "vedere", ma rinunciò sotto il parere, insistente, di parenti e amici.
............
All'alba, il servizio d'ordine della città, trovò il corpo stecchito del mendicante che stringeva ancora l'amato strumento, ultimo compagno e testimone della sua vita travagliata e paradossale.
Ora la pioggia era più fitta.
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