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UNA STORIA DA RACCONTARE:

SAMUEL HAHNEMANN

IX

di Gianni Posella

 

Ci sono storie di persone che hanno fatto molto per l’umanità e che sono pressoché ignorate ed altre, sicuramente meno positive e sicuramente meno edificanti, fanno parte di una conoscenza condivisa quasi queste e non quelle siano proposte ad esempio. 

Non m’interessa analizzare, in questa sede, il perché di tale invalsa consuetudine, ma la qualcosa m’infastidisce e mi sollecita ad andare contro corrente e considerare, quindi, la vita e l’opera di persone che valgono veramente la pena d’essere conosciute. Una di queste è Samuel Hahnemann, un medico del XVIII secolo; un uomo brillante, di grande ingegno e umanità messa al servizio del prossimo. Protagonista nel gestire le avversità della propria esistenza, egli fu, in tutta coscienza, consapevole e convinto d’aver scoperto una legge naturale atta ad alleviare le sofferenze fisiche dovute all’insorgere di malattie. Scevro da ogni sorta di vanità, umile e perseverante nella sua ricerca, alla quale dedicò tutta la sua esistenza, rese all’umanità un servizio per il quale, almeno una parte di essa, gliene sarà per sempre riconoscente.

   

terza parte

DESSAU

Nella primavera del 1781 Samuel Hahnemann a ventisei anni arrivò a Dessau; una cittadina situata dove la Mulda confluisce con l’Elba. E’ qui che farà conoscenza della sua futura moglie Enrichetta Kuchler, figliastra del farmacista Hasseler.

Hasseler, proprietario della bottega “La farmacia del Moro”, prese in simpatia Samuel, il quale si presentò nella sua farmacia incuriosito ed interessato, nel giorno del suo arrivo a Dessau. Subito simpatizzarono e fecero amicizia. Gli piacque così tanto quel giovane insolitamente preparato nell’arte medica e in farmaceutica, da offrirgli un posto nella sua bottega. Samuel fu al settimo cielo, non aveva mai avuto la possibilità di avere un laboratorio interamente a sua disposizione. Con il tempo Hasseler si rese conto che il suo istinto di commerciante aveva visto giusto. Grazie agli studi e agli esperimenti di Samuel, egli ebbe a disposizione nuove medicine che nessun altro aveva, vedendo così aumentare la propria clientela.

Non era solo per questo, che il buon farmacista aveva in simpatia il giovane Samuel. Sin dall’inizio si accorse delle sue notevoli capacità, anche come persona d’animo buono e di maniere gentili. Vedeva in lui un uomo che si sacrificava giorno e notte per il proprio lavoro, vedeva in lui un uomo di grandi speranze. Lo stimava tanto da desiderare che prendesse in sposa la sua figliastra.

Certo, però che i genitori, se avessero intuito quali vie limacciose Enrichetta avrebbe dovuto percorrere, essa stessa non si sarebbe sposata. Vedevano in Samuel il medico di successo che le avrebbe dato, perché no, un’ottima posizione sociale, agiatezza, serenità e figli sani e robusti. Samuel d'altronde era tutto studi e ricerca. L’amore e il rispetto per gli ammalati per lui erano una passione che non potevano conciliarsi con la passione tanto diversa come quella d’amore. Non sentiva quel batticuore dell’innamorato sognante dalle notti insonni, pieno di romanticherie per l’amata da dedicarle struggenti poesie. Pensava, tuttavia, che un focolare domestico era doveroso costruirselo, e poi Enrichetta era una biondina giovane e sana e che gli avrebbe dato dei bei figlioli. Il matrimonio fu grandioso. Dopo la benedizione divina, Hasseler allestì il primo piano della farmacia per il banchetto. Musiche e danze si protrassero per tutta la notte.

Samuel, tuttavia, percepirà l’importanza dell’atto compiuto, e un nuovo sentimento gli nascerà dal profondo del cuore. Deciderà in seguito di partire da Dessau per andare a Gommern. Non gli garbava l’idea di rimanere per sempre nella farmacia del suocero per una vita piatta e tranquilla; niente di disdicevole s’intende, ma l’idea di non poter continuare a crescere nella conoscenza scientifica lo disgustava.

A Dessau c’erano troppi medici con cui non avrebbe potuto scambiare le proprie convinzioni. Sapeva che non avrebbe potuto mai dire ad alta voce che avvelenavano i pazienti con l’arsenico o che li salassavano senza misericordia e che, oltretutto, si facevano sostituire dai cerusici e dagli speziali, venendo meno ai loro doveri. L’intento di Samuel era di riformare la medicina e la terapeutica; questo, ormai, l’aveva capito con certezza ma non sentiva di confidarlo neanche al buon Hasseler, intento solo a batter cassa.

 

GOMMERN

Gommern era una località, a quaranta chilometri da Dessau, dove non vi erano medici, il che gli avrebbe permesso di esercitare la propria professione a modo suo. Egli si rallegrò della scelta e si stabilì in una vasta campagna, in piena solitudine in un cascinale, dalle cui porte e finestre penetrava il vento. Farà tutto da solo, curerà i propri pazienti e preparerà egli stesso le medicine. Anche Enrichetta, dopo aver pianto per la partenza da Dessau e vedendo il marito così contento, cominciò a rasserenarsi e man mano a tranquillizzarsi. Si confortava pensando che non sarebbero rimasti a Gommern per sempre e che un giorno, su iniziativa dello stesso Samuel, sarebbero ritornati a Dessau. Comunque, bene o male, organizzò la propria vita; presto sarebbe diventata madre, e chissà che questo non avrebbe abbreviato il soggiorno a Gommern. Samuel sembrava ignorare tutte le difficoltà che questa nuova esistenza presentava. Non si rendeva conto della vita solitaria di sua moglie che non parlava mai con nessuno; che le era complicato persino accendere il fuoco e preparare una colazione e che accudiva alla casa occupandosi personalmente di ogni minima cosa, senza aiuto e per di più incinta. Era assorbito incessantemente dalle sue ricerche, sembrava che nemmeno vivesse su questo mondo. E’ solo con i suoi malati. Il distretto è vasto e non ci sono altri medici all’infuori di lui. Non possedeva né cavallo né vettura di sorta. Usciva all’alba per quella sterminata campagna, armato di un bastone e con la sua borsa di medicinali. D’inverno camminava fra bufere di neve, vento forte e freddo gelido; d’estate sotto il sole cocente dei paesi continentali. Egli, con qualunque tempo, si metteva in cammino tra boschi, strade impervie e ruscelli d’acqua, senza pensare alla propria incolumità. Quando sapeva che un infelice, in qualunque luogo si trovasse lo aspettava, non poteva far a meno di desiderare soltanto di alleviargli le sofferenze. Egli dimenticava tutto, persino che a casa lo attendeva una donna che si accorava per non vederlo ritornare e che per colmare quelle lunghissime ore di attesa, filava la lana per vestire il loro nascituro.

Frattanto Hahnemann, senza interruzioni e anche a lume di candela, cominciò a studiare minuziosamente tutti i casi che gli venivano sottoposti. Rilesse i suoi libri, riguardò i trattati di semeiotica e di patologia, fissò attraverso lo studio dei sintomi contradditori, le cause misteriose delle malattie.

Cominciò, così per eliminazione, a stabilire alcune misure igieniche, cercando di creare un ambiente favorevole alla salute:

aria-acqua-moto.  Poi  attaccò con  la  terapeutica,  cercando  di trovare nel groviglio di ricette e formule varie, quelle dalla quale avrebbe potuto aspettarsi delle guarigioni.

Ma, ahimè! Hai voglia a prendere nota instancabilmente dai vecchi testi cercando nel passato alcune precisazioni. A volte gli sembrava di aver qualche barlume, e con entusiasmo cercava tra i maestri del passato, prima di lui, se la stessa malattia fosse stata trattata alla stessa maniera. Era convinto che se c’era una guarigione di una determinata malattia, la stessa doveva essere trattata in ogni caso con la stessa cura.  Invece, tutti, si contraddicevano. Ciascuno di essi scopriva una causa diversa per la quale, di conseguenza, richiedeva una cura diversa. Allora, con una pazienza benedettina, ricominciava daccapo chiedendosi dove e se aveva sbagliato qualche passaggio. Ma niente da fare, ogni giorno che passava una parete del suo sapere scientifico gli crollava: Che cosa sono le malattie? A che punto siamo con le cure e i rimedi? L’enigma lo assillava, il buio calava, e il lumicino della speranza non lo illuminava più. L’unica soddisfazione fu quella di aver trovato un palliativo: l’igiene. Lo propagandò a tutta quella popolazione, presso la quale la sporcizia era in ogni dove. Parassiti, case senza aria e senza luce, giacigli attigui alle stalle nel puzzo ammoniacale degli escrementi di animali, senza contare che per entrare nelle case bisognava varcare un tanfo fogna prima di giungere dall’ammalato, fra l’altro, coperto con luridi cenci.

Fra tanti dettami medici questo gli dette un vero affidamento e ne fu così convinto che pubblicherà, in seguito, un trattato dal titolo “l’amico della salute”. Ritenne almeno così di aver creato un terreno favorevole alla salute. Era qualcosa! Ma con amarezza si sentì  incapace di conoscere altri rimedi sicuri. Però mise in pratica un altro rimedio. Egli dispensò i suoi benefici, offrendo conforto nel dolore cercando di avvicinarsi alla loro anima. Gli parlò del Creatore, e della sua Misericordia. Di come gli si doveva eterna gratitudine per tutto quello che ogni giorno dispensava gratuitamente per vivere; l’unica cosa che Egli chiedeva era di essergli fedele nei suoi comandamenti. Con questo modo, Hahnemann, riuscì ad avvicinarsi alle loro anime, a capire i loro vizi latenti, sodomie e onanismi che convivevano con sudiciume e malattie. Così, attratto a curare le anime come i corpi, insegnò a quegli uomini rozzi non soltanto l’igiene ma anche a pregare Iddio. Ma fu da Enrichetta che si alzò il lamento di un desiderio soffocato dal giorno del loro arrivo. Voleva fuggire da quel paese inospitale e selvaggio, dove aveva allevato come un lupa solitaria i suoi piccoli. Rimproverò Samuel ricordandogli che era comunque un medico e che non poteva fare altro per questa gente che non sapeva nemmeno esprimersi. Del resto, qualcuno lo aveva pur guarito. Samuel si strinse la testa fra le mani, e con un sorriso amaro sembrò dar ragione alla moglie, tanto che decise di partire da Gommern. Contrariamente, però, a come pensava Enrichetta, non volle ritornare a Dessau ma decise per Dresda. Laggiù c’era un ospedale e un grande clinico: il dottor Wagner.

Partendo, lascierà una parte del suo cuore fra quella gente, che pur se rozza egli l’ha amata. Non può fermarsi però, la guida di un grande maestro completerà i suoi studi.

 

DRESDA

A Dresda la clientela cresceva notevolmente con somma soddisfazione di Enrichetta. Per Samuel, però, tutto questo non era altro che oggetto di  tristezza per la mancata riuscita di vere e piene guarigioni. La sua coscienza era tormentata da mille dubbi e perché. Nonostante il dottor Wagner lo  stimasse e lo apprezzasse  per il suo lavoro svolto anche in ospedale, egli era perennemente scontento. Passava da momenti di grande entusiasmo per aver creato una nuova medicina, alla completa depressione per l’insuccesso ottenuto. Oltretutto, doveva combattere anche contro Enrichetta che lo incitava a continuare anche se la gente non guariva; dopotutto non era colpa sua, la gente gli riempieva lo studio, e questo gli doveva bastare a vivere e a far vivere con serenità la propria famiglia che continuava a crescere. Anche il dottor Wagner gli mostrava perplessità per i suoi problemi di coscienza, egli non condivideva la sua utopia di voler guarire a tutti i costi. Era una follia! Stanco di questo sfibrante altalenare dall’accettare o meno un compromesso, gli balenò anche l’idea di rimettersi a fare il traduttore e a scrivere un trattato sulle falsificazioni delle merci e sul modo di accorgersene, convinto che un giorno sarebbe passato alla storia. Perché affannarsi a cercare chissà quale pietra filosofale, o un elisir di lunga vita, si chiedeva sconsolato. I clienti si potevano tranquillamente illuderli dicendogli quello che loro volevano sentirsi dire, dopo tutto non si trattava di guarire i malati ma di aiutarli a morire. Ma nel suo intimo provava orrore nel macchiare la propria coscienza di simili bassezze. Le tentazioni che provava lo annientavano. Abbandonarsi alla cupidigia dell’oro, allearsi quindi con il demonio, o seguire la via stretta della sofferenza per dare tutto quello che Dio, in grazie e virtù gli aveva donato?

 

LAVOISIER

Questo fu senz’altro il periodo più tormentato della sua vita. Convinto che la scienza medica era ai suoi primordi e che marciva in una enorme salamoia, dove idee contrastanti fra di loro si urtavano e si contraddicevano cercando invano una giusta e illuminata direzione. Si chiedeva affranto quale sarebbe stato il suo destino e dove il suo desiderio di studio e indagine lo avrebbe portato. Lui non sentiva il bisogno ne il desiderio di accumulare  danaro.  Mentre  per  Enrichetta  era  tutt’altra cosa. Una carriera redditizia per il  marito; per lei vestiti, cappelli, pranzi, casa elegante e visite al teatro. Non capiva le chimere di Samuel e le sue complicazioni,  per lei la vita erano le piccole e

infinite futilità. Quanto alla filosofia e alla scienza poi, non le considerava cose adatte per lui, ma le apprezzava molto di più in uomini, per esempio, come nella figura dello scienziato del momento: Lavoisier.

E fu così che Samuel, una sera, si recò nell’albergo di Polonia, per ascoltare  con ansia e in trepida attesa di novità scientifiche, il discorso del grande chimico.

Egli fissava il suo sguardo sull’ uomo, lo ascoltava con profondo raccoglimento. Ma ciò che gli arrivava era soltanto un fiume di parole dette con enfasi e nel tono più dotto possibile. Il celebre chimico era abituato agli ambienti di Corte, egli sapeva che il pubblico preferiva le belle frasi ben tornite che ad una discussione scientifica: “Il dio grande amante della materia e materia egli pure, è il re della creazione. Ogni cosa si deve pesare. Ciò che non ha peso non esiste…” e più avanti: “Si direbbe che la leggenda della fiaccola di Prometeo sia l’espressione di una verità filosofica…Senza la luce la natura morirebbe: un dio benefico portando la luce ha sparso sulla terra l’organizzazione, il sentimento ed il pensiero.”

Tutti applaudivano allo scienziato circondato da donne imbellettate e frusciar d’abiti di seta: egli aveva la miglior parrucca l’abito gallonato in oro da sovraintendente generale, nello sguardo gli si leggeva un non so che dell’uomo del giorno. Hahnemann sperava che quell’uomo, considerato universalmente un genio, entrato a venticinque anni all’Accademia delle Scienze di Parigi ed a quaranta nominato Ispettore generale delle polveri e  dei salnitri,  potesse  indicargli

una via nuova per le sue disperate ricerche, ma la sua delusione fu grande.

“La fiaccola di Prometeo! … Luce che illumina la natura! … Il dio benefico che ha sparso sapienza e conoscenza! … Ciò che non si pesa non esiste! ... No, mio caro Lavoisier, il tuo dio non è il mio Dio! Se questa è la luce di cui parli, ebbene questa è la luce che illumina il denaro che accende i desideri e le cupidigie; è il dio che frequenta le bettole e i postriboli. Non guarisce i malati ma reca egli stesso la malattia e la morte. Non voglio essere seguace di questo dio. Il mio Dio non spande la luce solo sulla terra, ma la irradia ovunque innalzandosi come una fiamma che sale sino al Cielo che ne è la vera dimora.”

Questo era ciò che Samuel sentiva nel suo cuore e che avrebbe voluto urlarlo quella sera, ma paradossalmente era lieto e riconoscente di averlo ascoltato. Ora più che mai il chimico, non volendo, gli aveva indicato la strada da percorrere.

In tutti questi anni anche lui aveva lottato, e a volte perso battaglie, contro queste tentazioni. Anche lui aveva rischiato di venire a patti con il dio dell’oro. Talvolta si è deboli. Ma ora conosceva tutto ciò che compiangeva dal profondo della sua anima; il peso della miseria è ben più leggero e sopportabile del peso dell’oro.

Un sentimento nuovo pervadeva la sua anima, comprese che simili ambienti non erano fatti per lui, ostacolavano la ricerca di quella verità che ansiosamente andava da anni cercando. Doveva andarsene via anche da qui, scegliere un posto ove era possibile scoprire un vero focolare scientifico. Improvvisamente gli venne in mente che l’unica città possibile fosse Lipsia. Bisognava ritornare a Lipsia!

Per la prima volta, rientrando in casa quella sera, con il cuore libero e leggero e guardando la povertà che lo circondava, sentì di amarla.

 

 (Continua sul prossimo numero)

 

Samuel Hahnemann

Organon

Edizione italiana sulla quarta edizione dell’autore con aggiunte del Comm. Cosmo M.a Horatiis

Napoli - 1841

Stabilimento tipografico all’Insegna dell’Ancora

 

  

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