Noi di...

 

Maggio 2010 - ANN0 VIII n. 3

 

 

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I Poemi Sinfonici di Roma e l’Orchestra Sinfonica di Roma:

abbaglianti e tenui colori delle

 Feste e delle Fontane di Respighi

   

di Giancarlo Tammaro

II

 

1.  Il concerto

Con una smagliante esecuzione dei poemi sinfonici “Fontane di Roma” e “Feste romane” di Ottorino Respighi l’Orchestra Sinfonica di Roma, con il suo direttore stabile M° Francesco La Vecchia, ha salutato il pubblico dell’Auditorium della Conciliazione in Roma lunedì 8 febbraio 2010, prima di intraprendere la breve ma prestigiosa tournée in Austria con esibizioni alla Stefaniensaal di Graz, al Mozarteum Saal di Salisburgo ed alla Sala d’oro del Musikverein di Vienna, una delle sale da concerto più importanti e forse quella universalmente più nota grazie alla diffusione in mondovisione dell’annuale Concerto di Capodanno. L’orchestra, che in realtà affrontava per la prima volta questi due poemi sinfonici di Respighi, ne ha fornito una interpretazione eccellente mostrando una giusta dosatura dei piani sonori e delle innumerevoli varietà timbriche di cui l’autore ha costellato queste composizioni, giustamente annoverate tra i brani sinfonici più famosi della prima metà del novecento. 

Spiccava, in “Fontane di Roma”, l’evanescenza sonora egregiamente resa nel finale del primo quadro: la “Fontana di Valle Giulia all’alba”, la quale sembra lentamente dileguarsi in lontananza tra le brume del primo albeggiare. Dopo un attimo di sospensione, ed a mattino fatto, l’orchestra si produceva, sull’abbrivio del festoso richiamo della buccina del tritone intonato dai corni, nel solare quadro musicale che allude appunto alla “Fontana del Tritone al mattino” e poi sfocia, senza soluzione di continuità, nella fastosa e sontuosa scenografia sonora della “Fontana di Trevi al meriggio”. La resa delle dinamiche e dei timbri è stata anche qui di ottima levatura, ma il momento migliore dell’intera esecuzione si è apprezzato forse nel quieto lirismo della “Fontana di Villa Medici al tramonto”, dove sono state percepibili distintamente tutte le sfumature di colore necessarie ad evocare questo calmo tramonto di una Roma d’altri tempi: evidentemente un ottimo lavoro di preparazione e di interiorizzazione da parte del M° La Vecchia e degli orchestrali tutti. Molto bene anche la breve parte solistica del violino di spalla in questo momento di profonda liricità, dove è sempre in agguato il rischio di rompere un equilibrio assai delicato; come pure i numerosi percussionisti e gli altri strumentisti tutti hanno saputo poi concludere con sottile perizia, in morendo, questo poema sinfonico, lasciando la sala in un silenzio magico, cui aveva contribuito un pubblico particolarmente partecipe ed attento, rimasto quasi rapito prima di lasciarsi andare ad un caloroso e meritato applauso.

Di altrettanto buon livello interpretativo e di efficace resa sonora l’esecuzione del successivo “Feste romane”: siamo nel 1928 e nei dodici anni che sono passati rispetto al precedente poema sinfonico Respighi sembra aver ampliato notevolmente la tavolozza di colori e di effetti sonori, e l’orchestra si presenta al gran completo o quasi, anche se il risultato può apparire leggermente più esteriore rispetto alla assoluta compiutezza espressiva ed originalità di “Fontane”. Respighi adotta qui a più riprese la rielaborazione di temi popolari famosi, in particolare all’interno dell’ultimo quadro dedicato all’Epifania, un espediente che del resto aveva già adottato nel primo quadro dei “Pini di Roma”, di quattro anni anteriore. Splendida ancora una volta la resa dell’orchestra, nei timbri, nei piani sonori e nelle dinamiche, che passavano con estrema naturalezza, dopo i toni marziali e selvaggi dei “Circenses”, dai trattenuti rintocchi solitari di campana che chiudono “Il Giubileo” al suono spiegato e trionfalistico delle scene di caccia dell’inizio dell’ “Ottobrata”, alla successiva tranquilla e delicata poesia della serenata che suggella una giornata di scampagnata del primo autunno. Anche qui si è potuto apprezzare un eccellente dominio della dinamica nelle sonorità più intime: riuscitissima, in questo frangente, la suggestiva triangolazione di parti solistiche tra mandolino (era stato chiamato per l’occorrenza Emanuele Buzi, che tra l’altro è nipote del grande Giuseppe Anedda), violino di spalla (con Chiara Petrucci che sostituiva egregiamente il titolare Federico Pivato, momentaneamente infortunato) e primo violoncello (ruolo ricoperto nell’occasione dal M° ospite Andrea Noferini), i quali si rimbalzano come in eco il motivo finale della serenata, fino al suo dileguarsi nella calma di una ancor tiepida notte di ottobre. I colori rutilanti e chiassosi de “La Befana”, resi efficacemente anche questi dall’orchestra al gran completo, concludevano “Feste” con un fragore del tutto antitetico rispetto all’intima evanescenza della chiusa di “Fontane”.

In definitiva questi Poemi Sinfonici di Roma appaiono veramente congeniali all’Orchestra Sinfonica di Roma, come del resto sembra naturalmente suggerire l’assonanza letterale dei nomi: sicuramente un ottimo biglietto da visita per la trasferta austriaca. Peccato non poter avere in tournée questo magnifico “Feste romane” perché necessita di un organico troppo grande per l’endemica carenza di fondi che sempre si riscontra in Italia nei confronti di pur validissime proposte culturali: in sua vece “Pini di Roma”, il quale richiede un organico meno nutrito ed è già da alcuni anni nel repertorio dell’orchestra, ma che non abbiamo potuto ascoltare in questo frangente.

 

 

 

L’Orchestra Sinfonica di Roma diretta dal M° La Vecchia durante il concerto

 

Nella seconda parte del concerto c’era infatti “Quadri di un’esposizione”, nella smagliante versione orchestrale di Maurice Ravel dall’originale per pianoforte solo di Modest Musorgskij. Di questo lavoro esiste anche una precedente versione orchestrale di Rimskij Korsakov, amico e collega di Musorgskij e grande orchestratore, il quale per qualche tempo aveva anche avuto come allievo a Mosca lo stesso Respighi (questo tanto per trovare un riferimento all’autore della prima parte). La versione di Ravel ha però soppiantato tutte le precedenti (ed anche l’originale) con le sue luminose preziosità timbriche ben rese del resto dall’orchestra romana, anche se quella sera in qualche breve tratto – come ad esempio nel quadro della strega BabaYaga – i piani sonori non sono sembrati perfettamente a punto, tali da far avvertire distintamente tutte le parti del discorso musicale. Un piccolo neo che comunque non inficia assolutamente il complesso della magnifica prestazione dell’Orchestra Sinfonica di Roma e del suo direttore Francesco La Vecchia e che comunque sarà stato sicuramente eliminato prima ancora dell’inizio della tournée austriaca, la quale nel frattempo – l’articolo esce purtroppo molto in ritardo rispetto alla stesura originale, a causa di oggettive difficoltà della Redazione della rivista – si è conclusa con assai lusinghieri successi, tra cui i lunghi applausi del pubblico in piedi nella sala del Musikverein a Vienna.                             

            

2.  Con Respighi alla scoperta delle Fontane di Roma

Ed ora consentitemi di dar voce ad una seconda passione che tra l’altro ho avuto l’onore di condividere, insieme con quella per la musica, con il grande compositore spagnolo Joaquin Rodrigo, al quale proprio di recente ho dedicato un articolo per il decennale della scomparsa (“Noi di…” novembre-dicembre 2009, protagonista ancora l’Orchestra Sinfonica di Roma): quella per le fontane. L’avevo scoperto anni fa preparando appunto il concerto per il centenario della nascita, e del resto il titolo nobiliare datogli dal Re di Spagna per i suoi 90 anni, Marchese dei Giardini di Aranjuez, lo faceva intuire, perché è come se qui in Italia si dia il titolo di Marchese dei Giardini di Villa d’Este di Tivoli: entrambi questi giardini sono un vero e proprio regno delle fontane! Ma anche la città di Roma non scherza: è forse la città al mondo più ricca di fontane monumentali (1).

Facciamo allora un piccolo tour attraverso le “fontane di Roma” evocate da Respighi.

La Fontana di Valle Giulia all’alba: è identificata con quella di Papa Giulio. La troviamo su via Flaminia, fuori Porta del Popolo, all’imbocco di via di Villa Giulia, quasi a fare da anta sinistra su un immaginario portone di questa via: una via che sembra un angolo di “Roma sparita”, stretta tra due alti muri di aspetto antico, e che inquadra in lontananza l’omonima Villa fino a sfociare sull’ampio piazzale antistante il prospetto dell’edificio principale della Villa stessa. Ho specificato anta sinistra perché in simmetria, sulla destra, c’è un’altra fontana, un “beveratore” fin dalla sua origine nel ‘600, che attualmente ha pure una bella vasca ed ha avuto una storia movimentata sulla quale non è certo il caso di dilungarsi in questa sede. Un beveratore, perché la fontana sul lato sinistro, quella nobile, era sì “publicae commoditati” ma non per “li cavalli e li somari” e quant’altri animali, ai quali però, giustamente, veniva dedicata una vasca appropriata poco di presso: un’usanza di grande riguardo e giustizia, di cui si trova a Roma ancora qualche rara traccia, ma che era applicata per tutte le fontane importanti, almeno finché questi animali furono servitori, umili sì, ma indispensabili anche nella vita cittadina. Ho pure detto “identificata” perché in effetti “fontana di Valle Giulia” non è esattamente il suo nome: la Valle Giulia, situata tra i Monti Parioli (di Villa Balestra, dell’Arco Oscuro e dell’attuale viale Bruno Buozzi) e l’altura del Pincio, in realtà finirebbe all’imbocco di piazzale Belle Arti, dove inizia viale Tiziano, dunque prima di raggiungere la via Flaminia. Siamo però nel 1916, quando Respighi compone questo poema sinfonico, e da una pianta di Roma di quegli anni scopriamo che, dal lato opposto di via Flaminia rispetto alla fontana, il Ministero della Marina era appena in costruzione, più avanti, proprio di fronte alla fontana stessa, c’era un comprensorio con una fabbrica del gas e scopriamo ancora che il piazzale non c’era e l’attuale viale delle Belle Arti finiva incrociando la via Flaminia all’angolo del Palazzetto di Pio IV –  sull’angolo successivo del quale, pochi metri più in là, è appoggiata la nostra fontana – e però si chiamava allora “viale di Valle Giulia”. Non si è preso quindi una libertà del tutto arbitraria Respighi, quando ha denominato così questa fontana che dovrebbe piuttosto chiamarsi “Fontana di Giulio III”.

La prima parte del poema, ispirata alla fontana di Valle Giulia, evoca un paesaggio pastorale: mandrie di pecore passano e dileguano nella bruma fresca e umida di un’alba romana”. Oggi stenteremmo a credere che l’immagine agreste, bucolica, di tale didascalia dello stesso Respighi si riferisca a questo sito invaso di palazzi, dove l’unico verde residuo di una certa consistenza è sulle pendici scoscese dei Monti Parioli che costeggiano l’attuale viale Tiziano, parallelo alla via Flaminia: all’epoca, dopo la fabbrica del gas e proseguendo verso Ponte Milvio, a parte il tempietto di S. Andrea del Vignola, di qua e di là della via Flaminia dovevano esserci solo campi e vigne o giù di lì… e le greggi si spingevano, dalla circostante campagna romana, anche ben più addentro all’abitato verso la cerchia muraria del centro storico di Roma.

Ci sarebbe in fondo qualche altra fontana proprio nella Valle Giulia, nella parte interna a Villa Borghese, ma di poco valore storico e artistico e l’identificazione dovrebbe quindi essere certa: anche questa “fontana di Papa Giulio” apparirebbe alquanto modesta, tuttavia vanta un pedigrée notevole. La prima realizzazione è del 1553 di Bartolomeo Ammannati, forse con l’aiuto di Giorgio Vasari: la volle Giulio III per concedere alla “comodità pubblica” una parte dell’Acqua Vergine che aveva fatto condurre nella sua villa per “comodità privata”. Era probabilmente lì che cominciava la “Vigna de Papa Giujo” così cara al pontefice – ed ai romani, cui periodicamente era permesso venirci a fare le scampagnate, ospiti del papa – e che comprendeva naturalmente la Villa Giulia. Il bello è che di Papa Giulio sulla fontana non rimane traccia, in quanto la lapide originaria col suo nome è stata sostituita da quella di Filippo Colonna; più su c’è una lapide di ringraziamento a Benedetto XIV del 1750 e al piano superiore c’è lo stemma di Pio IV, che aveva fatto costruire il suo palazzetto nel 1562 a ridosso della già esistente fontana. Questi, divenuto papa nel 1560, aveva confiscato tutta la Vigna all’unico erede – in effetti non proprio raccomandabile – della casata di Giulio III, morto nel 1555, e poi aveva donato palazzetto e vigna (Villa compresa) al cugino Card. Carlo Borromeo (ricordato da una lapide sulla cornice mediana), il quale a sua volta li aveva dati in dote alla sorella Anna, che sarebbe andata in sposa a Fabrizio Colonna, figlio di quel Marcantonio che si distinse poi nella battaglia di Lepanto.

Allo stato attuale, così addossata ad un angolo smussato del Palazzetto di Pio IV, questa fontana sembra poca cosa, ma doveva fare ben più figura in origine, quando tutto il prospetto fino al primo piano, nel quale la fontana è ancora inserita, era isolato e funzionale solo ad essa, con le due colonne che sorreggono il timpano, le due nicchie rettangolari ai lati, non vuote come ora ma con le statue della Felicità e dell’Abbondanza, e con il coronamento, sul timpano e sui lati, di due guglie e di altre statue. Queste ultime sparirono con la costruzione del secondo piano del Palazzetto, ma ci raccontano com’era la fontana una lettera dello stesso Ammannati ed un affresco conservato proprio nella Villa Giulia: si scopre allora che anche l’ornamento scultoreo del getto d’acqua è cambiato nel tempo. La descrizione nella lettera – e l’affresco lo conferma – parla di una bellissima testa antica di Apollo che versa acqua dalla bocca: il figlio di Fabrizio, Filippo Colonna, ricordato nella nuova lapide principale dai caratteri un po’ esagerati, forse ai primi del ‘600 la fece sostituire con un mascherone dall’aspetto grottesco (del tipo di quelli usati appunto nelle “grottesche”) inserito su un trofeo d’armi con lo stemma di famiglia (forse a celebrazione delle gesta del nonno Marcantonio), il tutto contornato da due delfini gettanti acqua sui due lati e quindi più alla portata delle bocche assetate dei passanti. Questi due delfini tuttavia, per quanto si tratti di un modello di maniera, anzi abusato, nella scultura fontaniera, non riuscirono troppo bene: Sergio Delli nel suo libro sulle Fontane di Roma del 1972 li definisce “… due cosi che vorrebbero essere delfini ma sembrano invece due murene alle quali sia stata notificata una cartella delle tasse particolarmente onerosa”; Cesare D’Onofrio nel suo libro del 1957, senza ricorrere ad un paragone così surreale, aveva più pragmaticamente sentenziato che “… ai lati due minacciosi delfini anziché offrir l’acqua sembra che stiano lì a guardare in cagnesco chiunque osi accostarsi per bere”.

Due immagini della fontana di Valle Giulia

A Valle Giulia è però un’alba “fresca e umida” e possiamo fare a meno di trovarci faccia a faccia con questi brutti musi per dissetarci: continuiamo allora la nostra passeggiata sulle orme di Respighi. C’incamminiamo verso piazza del Popolo lungo la via Flaminia, già percorsa dal tramway elettrico che collegava Ponte Milvio con p.le Flaminio, traversiamo la Porta e la piazza del Popolo e percorriamo via del Babuino, saliamo la scalinata di Trinità dei Monti e continuiamo per via Sistina fino a giungere in piazza Barberini, giusto in tempo per vedere il sole del mattino, appena levatosi, indorare l’altissimo zampillo emesso dalla buccina del Tritone di Gian Lorenzo Bernini.

Deve essere questa l’immagine della Fontana del Tritone al mattino che ha colpito la fantasia di Respighi, se è vero che quelle fontane l’autore le ha “considerate nell’ora in cui il loro carattere è più in armonia col paesaggio circostante o in cui la loro bellezza appare meglio suggestiva a chi le contempli” (nota dello stesso Respighi). Oggi non capiremmo come ciò fosse possibile, ma immaginiamo la scena nel 1913, quando Respighi si trasferì a Roma: è una mattina presto di primavera e la piazza, che appare molto più grande tutta pavimentata a sampietrini e senza marciapiedi, è ancora solitaria e nella penombra, ma il sole sorto da poco è già in grado di superare gli edifici frapposti, allora meno alti, ed illuminare la sommità del getto d’acqua che svetta ad una altezza di una volta e mezza quella dell’intera fontana al disopra di essa. Se oggi guardando quello zampillo basso e tozzo abbiamo forse l’idea di un suono grave e rauco, quello di allora suggeriva un suono forte e squillante, capace di risvegliare nella fantasia un corteo di creature marine nella luce del mattino: qualcosa di simile alla Galatea di Raffaello nella Villa della Farnesina.

Questa fontana, da alcuni considerata la più bella che esista, è un vero gioiello dell’inventiva di Bernini e non per nulla oltre che celebrata è anche imitata: se appare scontata la copia moderna a Las Vegas (dove c’è pure una copia – abbastanza ridotta, naturalmente – della fontana di Trevi) assai meno scontate sono ad esempio due imitazioni d’epoca – che comunque appaiono decisamente tozze rispetto all’elegante leggerezza dell’originale – come quella di Norimberga del 1686 e quella di Nysa, in Polonia, del 1701 (2). Fu realizzata nel 1642-43 su richiesta di Urbano VIII Barberini, il quale aveva fatto aumentare, dallo stesso Bernini, la portata dell’Acquedotto Felice, il primo ad essere ricostruito in età moderna da papa Sisto V (Felice Peretti), circa 50 anni addietro, e che da lui aveva preso il nome. Fino ad allora per quasi mille anni Roma era stata servita, in modo chiaramente insufficiente, dal solo Acquedotto Vergine (l’unico non distrutto completamente al tempo delle guerre gotiche) – dal quale era servita appunto la precedente fontana di Valle Giulia – e poi dall’acqua del Tevere, all’epoca ancora potabile dopo il filtraggio con la sabbia fatto dagli “arenolari”. L’acqua Felice che alimenta il Tritone giunge qui da poco lontano: la sua “mostra”, cioè la fontana monumentale che celebra l’arrivo dell’acqua in città, è quella del Mosè in piazza S. Bernardo, in cima alla salita dell’attuale via Barberini. Tale dislivello di circa venti metri aggiunge ancor più pressione all’acqua del Tritone, il quale – come racconta un autore del ‘700 citato dal D’Onofrio – “sta in atto di suonare la chiocciola, dalla quale getta l’acqua in tanta altezza, che ne’ tempi ventosi bagna le case, che sono nella strada Felice” (corrispondente alle attuali vie Quattro Fontane e Sistina). La Fontana del Tritone è una magnifica sintesi della fontana romana del Cinquecento, fondamentalmente architettonica a bacini sovrapposti, e di quella fiorentina, prevalentemente scultorea (tipo quella del Nettuno in piazza Signoria a Firenze), e non una semplice combinazione dei due stili, come nel caso della pur bellissima Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei. Qui Bernini, complice anche la maggiore libertà di ispirazione fantastica dell’arte barocca, realizza una scultura che è anche architettura. Quattro delfini, che raccolgono l’acqua di sopravanzo nelle bocche aperte, con le code attorcigliate verso l’alto costituiscono il balaustro centrale; la conchiglia rigata, appoggiata su di essi con le due valve spalancate completamente e rivolte verso l’alto, costituisce il catino superiore; sopra questa il tritone accovacciato, dal busto michelangiolesco, che sostiene con le vigorose braccia una grossa buccina in cui soffia con forza, potrebbe essere riguardato come un secondo balaustro e la buccina come un piccolo catino superiore sul quale si solleva lo zampillo. Il bello è che questa sovrapposizione di elementi diversi sembra, nel modo più elegante e naturale, un’unica scultura: un capolavoro di fantasia architettonica antropozoomorfa al centro di una vasca di raccolta bassa ed elegantemente mistilinea. Tale estrema naturalezza non si riscontra, ad esempio, nella fontana del Bizzaccheri difronte alla Bocca della Verità, la quale intende chiaramente ripetere, quasi 80 anni dopo, la geniale sintesi di Bernini, ma gli scogli appaiono cosa diversa dai due tritoni e questi a loro volta dalla conchiglia che sorreggono: gli elementi appaiono sempre distinti, mentre qui nel Tritone Barberini danno l’illusione di essere un tutt’uno, tanto che non si fa neppure caso a quanti sono i delfini che sorreggono la conchiglia e nasce così una “querelle” secolare tra scrittori e descrittori della fontana stessa che, scrivendone a memoria, affermano a volte essere due o piuttosto tre invece dei quattro che realmente sono.


La fontana del Tritone

in una foto di fine ‘800

(da “Le strade di Roma” Newton-Compton editore 1987)


 

La fontana del Tritone

vista dal lato opposto

(olio su tavola di Massimo Minasi

di proprietà dello scrivente)

A un tale gioiello di fontana Bernini affianca, un anno dopo, un “beveratore de li cavalli” e altri animali, ma veramente di lusso: la Fontana delle Api col motivo a conchiglia aperta, una valva per l’alzata e l’altra per la vasca di raccolta, appoggiata in origine all’angolo del palazzo sulla destra dove si diparte dalla piazza l’attuale via Sistina. Smontata di lì nel 1867, dopo una quasi quarantennale giacenza nei magazzini comunali dove molti pezzi andarono anche perduti, fu ricomposta dov’è ora, isolata, all’imbocco di via Veneto, forse proprio nel gennaio del 1916, l’anno in cui Respighi terminò le sue “Fontane”.

Ma ora con calma scendiamo per via del Tritone, superiamo il nodo tranviario del Traforo, che passa sotto il Quirinale da poco più di un decennio, e proseguiamo ancora per un breve tratto lungo la via, già solcata dai binari delle prime linee di tram della neonata azienda municipale ATM, la quale dal 1911 affianca la privata SRTO, poi al primo slargo sulla sinistra imbocchiamo la stretta via della Stamperia. Ancora qualche decina di metri e… al suono della buccina del Tritone e degli spruzzi d’acqua del corteo di Nereidi e altre creature marine, che ancora ci risuona nella mente, si sovrappone – questo sì, fisico e reale – un fragore come di marosi, che diviene sempre più intenso nel contempo che la stretta via si allarga in una piazza sulla nostra destra: abbiamo il sole in faccia, andiamo diritti verso l’ombra dei palazzi avanti a noi, ci giriamo e … inondata in pieno dal sole di mezzogiorno ci troviamo davanti la maestosa scenografia della Fontana di Trevi.

 

Poteva un musicista come Respighi non sottolineare con tutti i colori dell’orchestra la solennità di quella visione in quell’ora del giorno? Un carro a forma di enorme conchiglia, sul quale sta ritto Oceano in posa stentorea, è trainato dal “cavallo agitato” alla sua destra, a stento governato da un tritone, ed alla sua sinistra dal “cavallo placido”, anch’esso affiancato da un tritone che però non è impegnato a trattenerlo e può soffiare nella sua buccina per annunciare l’arrivo del corteo. Il tutto sembra fuoriuscire, al disopra di un’enorme scogliera, come da un grande arco, motivo ricorrente anche nelle mostre dell’Acqua Felice e della Paola (il “Fontanone del Gianicolo”) e che allude chiaramente agli archi di trionfo dell’antica Roma. “Un tema solenne appare intanto sul mareggiare dell’orchestra. È la fontana di Trevi al meriggio”… tale è l’impressione che ne riceve e riporta nella didascalia Respighi: prima il rumore del mare e poi questa visione folgorante, solenne, della fontana, che è grande, ma lo sembra ancora di più perché occupa quasi per intero la piazza, dove per giunta si arriva da strade molto più strette rispetto ad essa, ed è vieppiù ingrandita ed esaltata dalla luce del mezzodì, che la colpisce in pieno poiché è esposta esattamente a mezzogiorno.

Fontana di Trevi

Gio.Batta Falda: da “Il terzo libro dell’ novo (sic) teatro delle chiese di Roma …”

 particolare della tav. 25

Si noti: la nuova vasca del Bernini e in basso

 a sinistra uno spicchio del vecchio lavatore

La fontana di Trevi

(olio su tela di Elda Contini

di proprietà dello scrivente)


La fontana di Trevi è la “mostra” dell’Acqua Vergine ed è sicuramente la più scenografica tra le mostre delle acque romane: non per nulla il suo architetto Nicola Salvi era prima di tutto uno scenografo, anzi questa fontana è l’unica sua realizzazione permanente, essendo invece le scenografie destinate ad essere smontate dopo l’uso. Si tratta naturalmente di una scenografia barocca, sontuosa e destinata a stupire lo spettatore, anche se portata a compimento in un’epoca in cui il barocco era ormai tramontato: quando nel 1762 è finalmente compiuta già si respira aria di neoclassicismo. Il fatto è che questo magnifico frutto tardivo di quella straordinaria stagione che è stato il Barocco Romano impiegò trent’anni ad essere costruito, e ciò soltanto a far conto da quando si pose mano al progetto definitivo del Salvi nel 1732! Lo stesso Salvi morì nel 1751 prima che la fontana fosse terminata, anche se la grande iscrizione sull’attico riporta una inaugurazione del 1735 ad opera di Clemente XII, lo stesso che aveva dato l’incarico a Salvi e che ora aveva fretta di inaugurare, dopo soli tre anni, una fontana già formata architettonicamente ma ancora con le sculture abbozzate, sostituite con modelli provvisori di legno o di gesso: tant’è che sulle fasce sottostanti del prospetto abbiamo altre iscrizioni che ricordano un primo completamento di Benedetto XIV(3) e quello definitivo di Clemente XIII. La storia della nuova Fontana di Trevi era però cominciata da almeno 120 anni, quando nel 1640 Urbano VIII aveva commissionato a Gian Lorenzo Bernini di dotare l’Acqua Vergine di una mostra più importante rispetto a quella antica, ritoccata forse da Leon Battista Alberti al tempo di Niccolò V nel 1453 e che si trovava pressappoco all’estremo lato sinistro dell’attuale fontana, prospiciente la via dei Crociferi, e con la vasca rivolta in quella direzione. Era di aspetto severo, molto più simile alle fonti medioevali senesi, tipo Fonte Branda, che non alle altre fontane romane e sfigurava ormai rispetto alle recenti mostre dell’Acqua Felice e dell’Acqua Paola: tre bocche aperte in un muro a bugnato versavano copiosa acqua in una grossa vasca rettangolare. Lo stesso nome “Trevi” (che nulla ha a che vedere con paesi come Trevi nel Lazio o Trevi nell’Umbria) deriva forse da queste “Tre” bocche oppure dal fatto che questa fontana si trovasse su un “Trivio” di strade: la fontana fu per secoli di importanza così vitale da aver dato probabilmente essa il nome al Rione che la comprende e non il viceversa! Bernini fece in tempo ad abbattere la vecchia mostra ed a predisporre una grande vasca semicircolare nella posizione attuale, verso mezzogiorno (il papa voleva poterla vedere dal palazzo del Quirinale), poi la costruzione fu interrotta perché le ingenti risorse economiche furono assorbite dalla rovinosa guerra intestina tra il Papa e i Duchi di Castro.

Ben dieci pontefici si susseguirono sul trono di Pietro dopo il Barberini, a cominciare dal suo successore Innocenzo X Pamphilj, che si occupò piuttosto della sua Fontana dei Fiumi in piazza Navona (togliendo anzi parte dell’acqua a quella di Trevi), prima di arrivare a Clemente XII che tornò ad occuparsi in modo decisivo della nostra fontana.

Fu così che l’Acqua Vergine, la più antica e preziosa di Roma dal medioevo in poi e che al tempo di Urbano VIII aveva ormai la mostra più modesta rispetto alle nuove acque della città, ottenne invece , grazie anche alle continue interruzioni ed al protrarsi dei lavori, un incessante avvicendarsi di nuovi progetti fino ad avere, quasi per una giusta ricompensa della storia, la mostra più maestosa, stupefacente e celebre di tutte le altre acque romane, immortalata anche nel cinema da film di successo come “Vacanze romane” o “La dolce vita”, per citare solo i più importanti, ed anch’essa imitata, entro i limiti del possibile. Non mi si venga a dire che Espérandieu, l’architetto della fontana di Palais Longchamp, che fa da grandioso sfondo in cima all’omonimo viale di Marsiglia e che altro non è se non la mostra dell’acqua del fiume Durance, portata a Marsiglia negli anni ’60 dell’800, non abbia tenuto presente il modello della Fontana di Trevi: stessa allegoria di un carro che avanza su di una cascata d’acqua, trainato però questa volta da due pesanti e terrestri buoi in luogo dei due alati cavalli marini, l’inquieto e il placido, della fontana di Trevi. Questi ultimi resi ancor più nobili ed aerei dalla inevitabile reminiscenza dell’allegoria filosofica di Platone, che rappresentava l’anima come un carro trainato dal focoso cavallo nero e dal tranquillo cavallo bianco nel mondo Iperuranio. Va dunque riconosciuta una intrinseca nobiltà all’idea pur scenografica del Salvi, il quale secondo molti studiosi – primo tra tutti il D’Onofrio – dovrebbe essersi ispirato al progetto iniziale del Bernini andato perduto: questo nulla toglie al merito dell’architetto romano, che ha sicuramente accentuato l’impatto spettacolare di un eventuale archetipo berniniano, ed anzi egli riscuote tutta la nostra simpatia, la simpatia per i vinti, perché non solo è scomparso prima di veder compiuto il suo capolavoro, ma ha anche avuto il curioso destino di essere oscurato dalla sua stessa creatura. Tutti infatti conoscono la fontana di Trevi e ben pochi sanno di Nicola Salvi, ma non basta, perché la maggior parte della gente comune, se si chiede loro chi ha fatto questa fontana, rispondono tranquillamente: Bernini!

Dell’usanza di buttare nella fontana la monetina per propiziarsi il ritorno a Roma è superfluo parlarne, ma a questa fontana si attribuisce anche un’altra virtù magica: anticamente l’innamorata, il cui uomo doveva lasciare Roma per un lungo periodo, gli faceva bere l’acqua della fontana in un bicchiere nuovo che poi rompeva, per garantirsi così il suo ritorno e la sua fedeltà. A tale scopo, intagliata tra le rocce che contornano la fontana, scendendo le scale sulla destra, guardando la stessa, c’è la cosiddetta “fontanina degli innamorati”, che consente di bere l’acqua di Trevi senza attingerla dalla vasca, come forse si faceva in tempi antichi, quando l’acqua era tutta corrente e la pulizia delle fontane era scrupolosamente osservata perché quell’acqua, dopo la mostra, proseguiva nelle case. Ecco perché era sempre presente nelle vicinanze il “beveratore”: affinché non si sporcasse mai l’acqua della fontana importante.

Ormai, tra una storia e l’altra raccontate in trattoria – perché al meriggio bisogna pur mangiare – ed una bevuta di acqua di Trevi, il giorno sta per volgere al termine ed allora riprendiamo il cammino allontanandoci per via del Lavatore. Lentamente svanisce il fragore inconfondibile di questa fontana, suono che veniva anche evocato in una canzone degli anni ’50: “… Quando è notte laggiù a Copacabana senti ovunque la musica del mar: è la stessa che canta una fontana che mai potrò scordar…” così dice il nostalgico romano emigrato in Brasile – eravamo ancora un popolo di migranti – nella canzone intitolata “Un romano a Copacabana”. Superiamo ora la piazza del Lavatore: il lavatore con vicino l’immancabile “beveratore de li cavalli”, oggi entrambi scomparsi, si trovavano in origine sul lato sinistro dell’antica fontana di Trevi e li vediamo, in una stampa dell’epoca, rimasti ancora lì, nei pressi della nuova vasca approntata dal Bernini; furono poi spostati qui, un po’ più lontano, dando così il nome alla piazza ed alla via. Percorsa anche via in Arcione, ci ritroviamo davanti al Traforo; attraversiamo via del Tritone, risaliamo per via Gregoriana a Trinità dei Monti e qui, senza scendere per la gradinata, proseguiamo fino a trovarci all’altezza dell’ingresso di Villa Medici, che è sulla mano destra, mentre a sinistra si svolge davanti a noi il panorama di Roma, con la cupola di S. Carlo al Corso in primo piano e il “cuppolone” di S. Pietro più in lontananza e i tetti e i terrazzi della città antica indorati dall’ultimo sole, mentre il cielo si sta colorando del rosso dei bei tramonti romani. Questa è un’immagine che ha sempre affascinato pittori, poeti, scrittori, … tutti, tanto che anche il nordico Edvard Grieg, poco meno che trentenne, non poté resistere alla tentazione di dedicarle il Lied “Dal Monte Pincio” sui versi di un altro poeta nordico, suo connazionale, anch’egli rapito da questa visione.

Qui, esattamente dove la nostra strada confluisce con la via di S. Sebastianello, che sale su da piazza di Spagna, c’è la quarta ed ultima fontana del poema sinfonico di Respighi. Per condividere questo momento di emozione, insieme sonoro e visivo, che ci offre il tramonto romano dal Pincio, non si potrebbe immaginare una compagna più modesta, più confidenziale, più discreta di questa “Fontana di Villa Medici” dal “sommesso chioccolìo”, come dice lo stesso Respighi, mentre “l’aria è piena di rintocchi di campane, di bisbigli di uccelli, di brusii di foglie” (ricordiamoci sempre che siamo nella Roma di un secolo fa!). Questa semplice fontana dalle linee essenziali, composta di un’antica conca di granito rosso (colore ormai irriconoscibile per le secolari incrostazioni di licheni) poggiata su di un grosso e basso balaustro rotondo con base ottagonale, come ottagonale è la vasca di raccolta a livello del terreno, di diametro appena più grande della conca stessa, potrebbe essere un vanto per altri paesi e città: per Roma, abituata a ben altre fontane, sembra poca cosa, ma ha il pregio e la fortuna di trovarsi in questa magnifica cornice, tant’è che nelle cartoline illustrate era uno dei soggetti preferiti e, particolarmente tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, la sagoma di questa fontana era per Roma come il grande pino che affiancava il panorama del golfo nelle cartoline di Napoli.

Respighi, da poco giunto nella città eterna, non poteva quindi non restare affascinato dall’atmosfera di questo luogo, specialmente nel momento magico del tramonto, e identificarlo simbolicamente con questa pur modesta fontana, il cui “chioccolìo” ben si addiceva del resto a fare da colonna sonora di un momento di così intima e personale emozione.

La fontana risale probabilmente al 1587 e sicuramente non prima, visto che proprio quell’anno un documento testimonia il trasporto alla sua villa, per conto del Card. Ferdinando de’ Medici, di una antica conca di granito rosso acquistata dai frati di S. Salvatore in Lauro, dove era evidentemente stata rinvenuta. Quello stesso anno Ferdinando, che era stato sovrintendente ai lavori dell’Acquedotto Felice appena inaugurato, aveva avuto in dono da Sisto V alcune once (4) di quell’acqua: era però usanza che una parte dell’acqua avuta in concessione per uso privato fosse comunque destinata “publicae commoditati” tramite una fontana, ottenendo oltretutto un risultato estetico e di prestigio (era stato così, e a più riprese, anche per la fontana di Valle Giulia). Quindi il Card. Ferdinando de’ Medici in quell’occasione deve aver commissionato la costruzione di questa fontana pubblica, dinanzi all’ingresso della sua villa, forse al medesimo architetto Annibale Lippi al quale aveva affidato i lavori di ampliamento e riadattamento della villa stessa, che egli aveva acquistato una decina di anni prima. Sempre in quello stesso 1587, tuttavia, Ferdinando rinunciò alla porpora per succedere, a capo del Granducato di Toscana, al fratello Francesco, assassinato in circostanze misteriose, e dovette così ritornare a Firenze, lasciando ville e palazzi romani al cugino Alessandro, anch’egli cardinale e che divenne, diciotto anni dopo, papa Leone XI. Potrebbe quindi esser stato lo stesso Alessandro a far costruire la fontana utilizzando l’antica vasca già acquistata dal cugino: stranamente in uno stile puramente architettonico, tipico delle fontane romane dell’epoca e non di quelle fiorentine dove predominavano le statue. All’interno della villa, sulla loggia prospiciente il giardino, è pur vero che c’è una fontana più piccola e molto simile a questa, dove però la vasca superiore è di un bel marmo bianco venato, al centro della quale, in ossequio allo stile fiorentino, svetta una copia del bellissimo Mercurio del Giambologna in bronzo, tanto che si potrebbe dubitare che Respighi si riferisse a questa fontana e non a quella esterna ma, poiché questa non è pubblica e da qui il panorama del tramonto su Roma è impedito dal muro di cinta, si ritiene più attendibile che si tratti dell’altra. Debbo comunque riportare che tra le pubblicazioni che ho, sul poema sinfonico di Respighi, ce n’è una dove il quarto quadro è citato come “Le fontane (sic!) di Villa Medici al tramonto”: forse un “lapsus calami” freudiano del tipografo o dell’editore, come per dire che se un pizzico di dubbio tra queste due fontane può sussistere … allora mettiamole insieme per non sbagliare!

Tornando alla nostra fontana, va notato che qui l’unico ornamento al centro della vasca superiore è una semplice palla di pietra attraverso la quale passa l’ugello per lo zampillo dell’acqua, ragion per cui è chiamata anche Fontana della Palla. Sicuramente è un riferimento allo stemma della famiglia Medici, dove figurano ben sei palle di cui quella in alto con tre gigli sovrapposti, tuttavia si è cercato ancor più di nobilitarla raccontando che si tratta della palla di cannone che fu sparata da Castel S. Angelo, contro il portone di Villa Medici, come saluto speciale da parte di quel personaggio particolarissimo che fu la regina Cristina di Svezia, la quale “imperversò” a Roma nella seconda metà del ‘600. Sicuramente da quella distanza la palla non poteva colpire il portone – come si vuol far credere – e per giunta senza frantumarsi, ma forse un tentativo di pazzia del genere, da parte di quella così eccentrica dama, può esserci stato se qualcuno un giorno si è preso la briga di sostituire una palla, in tutto simile a quelle degli antichi cannoni, ad un giglio (anch’esso nello stemma mediceo) che pare ornasse in precedenza la stessa fontana.

 

 

La fontana di Villa Medici

Alessandro Specchi:  da “Il terzo libro del novo teatro delli palazzi in prospettiva di Roma Moderna…” (1699)

 Tav. 11 particolare

 

 

La fontana di Villa Medici:

notturno guardando la Villa

(olio su tavola di Massimo Minasi

 di proprietà dello scrivente)

 

Lo zampillo è oggi molto piccolo e la fontana è quasi silenziosa, e tale la descrive in fondo lo stesso Respighi, ma anche questa aveva, sino alla fine dell’800, un getto molto più alto e quindi una maggior caduta d’acqua, come si vede chiaramente in qualche cartolina d’epoca e come si può arguire da un passo de “Il piacere” di G. D’Annunzio (perché questa fontana ha il privilegio di esser ricordata anche nella prosa letteraria oltre che nella musica): “… Ella si soffermò dinnanzi al parapetto che guarda S. Sebastianello. I vecchissimi elci, d’una verdura così cupa che quasi pareva nera, protendevano su la fontana un tetto arteficiato, senza vita.” – è proprio la nostra fontana! – “… L’acqua grondando dalla superior tazza di granito nel bacino sottoposto metteva uno scoppio di gemiti, a intervalli, come un cuore che si riempia d’angoscia e poi trabocchi in pianto”. Ecco come una maggior quantità d’acqua e una diversa disposizione d’animo possono modificare radicalmente le sensazioni suscitate dalla medesima, inconsapevole, fontana!

 

È ormai notte e finisce qui la nostra passeggiata nella Roma del primo ‘900 sulle note, verbali e musicali, di “Fontane di Roma” di Respighi. Col felicissimo intuito dell’artista, il compositore – che non ha certo fatto, e non avrebbe neanche potuto fare, tutte le ricerche che lo scrivente ha pedantemente riportato in questo scritto – ha operato una scelta, tra le tante fontane romane, che ha una logica ed una simmetria stupefacenti: due fontane non troppo appariscenti, quasi sconosciute ai non romani, e per giunta di non sicurissima identificazione, per l’alba ed il tramonto, i due momenti del giorno che sfumano nell’indefinito, tra il buio e la luce e viceversa … e sono una dell’Acqua Vergine e l’altra dell’Acqua Felice; dall’altro canto, per i due momenti più caratterizzati e luminosi del giorno, il mattino e il mezzodì, le due fontane di sicura identificazione e forse più ammirate e famose nel mondo intero e pure imitate … e sono anche queste una dell’Acqua Felice e l’altra dell’Acqua Vergine.

La sequenza appare anch’essa logica: si parte, che è ancora quasi buio, da quella più antica di metà ‘500, la fontana di Valle Giulia; si passa, nella crescente luce mattutina, per quella del Tritone di metà ‘600; si arriva alla fontana di Trevi, di metà ‘700, nel pieno fulgore della luce di mezzodì; infine si ritorna, mentre la luce cede lentamente alle brume della sera, ad una fontana antica di fine ‘500, quella antistante la Villa Medici e dalla quale si abbraccia, in un solo sguardo, quasi tutta la città storica, al cui fascino anche Ottorino Respighi, come infiniti altri artisti, non ha potuto sottrarsi.

 

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Note:

(1) Nella sua “Guida metodica di Roma e suoi contorni” del 1836 il marchese Giuseppe Melchiorri faceva una stima di almeno 150 fontane pubbliche, di cui 50 monumentali e altre 100 di dimensioni minori: all’epoca la città era estremamente più piccola di oggi.
   
(2) Di imitazioni ce ne sono sicuramente altre, anche parziali: una, se non ricordo male, doveva essere nel Tivoli di Copenhagen negli anni ’50 -’60, forse oggi non più esistente, perché un parco di divertimenti (il cui nome, guarda caso, proviene da quello della città della Villa d’Este) cambia continuamente seguendo le mode e infatti all’epoca, grazie al cinema, Roma e in particolare la zona di via Veneto erano molto di moda.
   
(3) Databile all’anno giubilare 1750, quando lo stesso papa è ricordato sulla fontana di Valle Giulia per aver ridato l’acqua Vergine ai proprietari Colonna e quando fece anche costruire un’altra fontana più avanti sulle stessa via Flaminia, alla quale teneva particolarmente perché era la strada più utilizzata dai pellegrini per entrare in Roma. In previsione dell’Anno Santo, Benedetto XIV aveva già fatto aumentare le vene d’acqua immesse nell’Acquedotto Vergine, probabilmente ad opera dello stesso Nicola Salvi.
   
(4) L’oncia è un’antica unità di misura di portata, pari alla quantità d’acqua capace di fuoriuscire, da un bacino di raccolta e a caduta libera, attraverso un’apertura di dimensioni fissate posta appena sotto la superficie dell’acqua. Le dimensioni dell’apertura variano da luogo a luogo e quindi non è univocamente e facilmente trasformabile nelle unità di misura attuali. Qualcuno sostiene che l’oncia romana equivalga a circa 20 m.cubi/giorno, cioè intorno a 800 litri/ora  (e questo in fondo spiegherebbe il famoso “ventesimo” che i romani non più tanto giovani ricordano a proposito della bocca tarata per ogni utenza nel vecchio sistema a serbatoio e sopravanzo).
   

       

Bibiografia:

 

- Autori vari, Le guide rionali di Roma, Fratelli Palombi 1975 e segg.

- Autori vari, Le strade di Roma, Newton Compton 1987

- Autori  vari, I Rioni e i Quartieri di Roma, Newton  Compton 1989

- Callari Luigi, Le fontane di Roma, Apollon 1945

- D’Onofrio Cesare, Le fontane di Roma, Staderini 1957

- Delli Sergio, Le fontane di Roma, Schwartz & Meyer  1972

- Formigari V. - Muscolino P., Il tram a Roma, Calosci 1979

- Formigari V. - Muscolino P., Tram e filobus a Roma, Calosci 1999

- Hoffmann Paola, Le ville di Roma, Newton Compton 2001

- Pocino Willy, Le fontane di Roma, Newton Compton  1996

- Rendine Claudio, I Papi, Newton  Compton 1985

- Rendine Claudio, Le grandi famiglie di Roma, Newton Compton 2004

 

 

 

  

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