Noi di...
Maggio 2010 - ANN0 VIII n. 3
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I Poemi Sinfonici di Roma e l’Orchestra
Sinfonica di Roma: abbaglianti e tenui colori delle Feste e delle Fontane di Respighi
di Giancarlo Tammaro |
II | ||||||||||||||||||||||||
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1.
Il concerto Con una
smagliante esecuzione dei poemi sinfonici “Fontane di Roma” e “Feste
romane” di Ottorino Respighi l’Orchestra Sinfonica di Roma, con il suo
direttore stabile M° Francesco Spiccava, in “Fontane di Roma”,
l’evanescenza sonora egregiamente resa nel finale del primo quadro: la
“Fontana di Valle Giulia all’alba”, la quale sembra lentamente dileguarsi
in lontananza tra le brume del primo albeggiare. Dopo un attimo di
sospensione, ed a mattino fatto, l’orchestra si produceva, sull’abbrivio
del festoso richiamo della buccina del tritone intonato dai corni, nel
solare quadro musicale che allude appunto alla “Fontana del Tritone al
mattino” e poi sfocia, senza soluzione di continuità, nella fastosa e
sontuosa scenografia sonora della “Fontana di Trevi al meriggio”. La resa
delle dinamiche e dei timbri è stata anche qui di ottima levatura, ma il
momento migliore dell’intera esecuzione si è apprezzato forse nel quieto
lirismo della “Fontana di Villa Medici al tramonto”, dove sono state
percepibili distintamente tutte le sfumature di colore necessarie ad
evocare questo calmo tramonto di una Roma d’altri tempi: evidentemente un
ottimo lavoro di preparazione e di interiorizzazione da parte del M°
Di altrettanto buon livello
interpretativo e di efficace resa sonora l’esecuzione del successivo
“Feste romane”: siamo nel 1928 e nei dodici anni che sono passati rispetto
al precedente poema sinfonico Respighi sembra aver ampliato notevolmente
la tavolozza di colori e di effetti sonori, e l’orchestra si presenta al
gran completo o quasi, anche se il risultato può apparire leggermente più
esteriore rispetto alla assoluta compiutezza espressiva ed originalità di
“Fontane”. Respighi adotta qui a più riprese la rielaborazione di temi
popolari famosi, in particolare all’interno dell’ultimo quadro dedicato
all’Epifania, un espediente che del resto aveva già adottato nel primo
quadro dei “Pini di Roma”, di quattro anni anteriore. Splendida ancora una
volta la resa dell’orchestra, nei timbri, nei piani sonori e nelle
dinamiche, che passavano con estrema naturalezza, dopo i toni marziali e
selvaggi dei “Circenses”, dai trattenuti rintocchi solitari di campana che
chiudono “Il Giubileo” al suono spiegato e trionfalistico delle scene di
caccia dell’inizio dell’ “Ottobrata”, alla successiva tranquilla e
delicata poesia della serenata che suggella una giornata di scampagnata
del primo autunno. Anche qui si è potuto apprezzare un eccellente dominio
della dinamica nelle sonorità più intime: riuscitissima, in questo
frangente, la suggestiva triangolazione di parti solistiche tra mandolino
(era stato chiamato per l’occorrenza Emanuele Buzi, che tra l’altro è
nipote del grande Giuseppe Anedda), violino di spalla (con Chiara Petrucci
che sostituiva egregiamente il titolare Federico Pivato, momentaneamente
infortunato) e primo violoncello (ruolo ricoperto nell’occasione dal M°
ospite Andrea Noferini), i quali si rimbalzano come in eco il motivo
finale della serenata, fino al suo dileguarsi nella calma di una ancor
tiepida notte di ottobre. I colori rutilanti e chiassosi de “ In definitiva questi Poemi Sinfonici di Roma appaiono veramente congeniali all’Orchestra Sinfonica di Roma, come del resto sembra naturalmente suggerire l’assonanza letterale dei nomi: sicuramente un ottimo biglietto da visita per la trasferta austriaca. Peccato non poter avere in tournée questo magnifico “Feste romane” perché necessita di un organico troppo grande per l’endemica carenza di fondi che sempre si riscontra in Italia nei confronti di pur validissime proposte culturali: in sua vece “Pini di Roma”, il quale richiede un organico meno nutrito ed è già da alcuni anni nel repertorio dell’orchestra, ma che non abbiamo potuto ascoltare in questo frangente.
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L’Orchestra
Sinfonica di Roma diretta dal M°
Nella seconda parte del concerto
c’era infatti “Quadri di un’esposizione”, nella smagliante versione
orchestrale di Maurice Ravel dall’originale per pianoforte solo di Modest
Musorgskij. Di questo lavoro esiste anche una precedente versione
orchestrale di Rimskij Korsakov, amico e collega di Musorgskij e grande
orchestratore, il quale per qualche tempo aveva anche avuto come allievo a
Mosca lo stesso Respighi (questo tanto per trovare un riferimento
all’autore della prima parte). La versione di Ravel ha però soppiantato
tutte le precedenti (ed anche l’originale) con le sue luminose preziosità
timbriche ben rese del resto dall’orchestra romana, anche se quella sera
in qualche breve tratto – come ad esempio nel quadro della strega BabaYaga
– i piani sonori non sono sembrati perfettamente a punto, tali da far
avvertire distintamente tutte le parti del discorso musicale. Un piccolo
neo che comunque non inficia assolutamente il complesso della magnifica
prestazione dell’Orchestra Sinfonica di Roma e del suo direttore Francesco
2.
Con Respighi alla
scoperta delle Fontane di Roma Ed ora consentitemi
di dar voce ad una seconda passione che tra l’altro ho avuto l’onore di
condividere, insieme con quella per la musica, con il grande compositore
spagnolo Joaquin Rodrigo, al quale proprio di recente ho dedicato un
articolo per il decennale della scomparsa (“Noi di…” novembre-dicembre
2009, protagonista ancora l’Orchestra Sinfonica di Roma): quella per le
fontane. L’avevo scoperto anni fa preparando appunto il concerto per il
centenario della nascita, e del resto il titolo nobiliare datogli dal Re
di Spagna per i suoi 90 anni, Marchese dei Giardini di Aranjuez, lo faceva
intuire, perché è come se qui in Italia si dia il titolo di Marchese dei
Giardini di Villa d’Este di Tivoli: entrambi questi giardini sono un vero
e proprio regno delle fontane! Ma anche la città di Roma non scherza: è
forse la città al mondo più ricca di fontane monumentali (1). Facciamo allora un
piccolo tour attraverso le “fontane di Roma” evocate da Respighi.
“La prima parte del poema, ispirata alla fontana di
Valle Giulia, evoca un paesaggio pastorale: mandrie di pecore passano e
dileguano nella bruma fresca e umida di un’alba romana”.
Oggi stenteremmo a credere che l’immagine agreste, bucolica, di tale
didascalia dello stesso Respighi si riferisca a questo sito invaso di
palazzi, dove l’unico verde residuo di una certa consistenza è sulle
pendici scoscese dei Monti Parioli che costeggiano l’attuale viale
Tiziano, parallelo alla via Flaminia: all’epoca, dopo la fabbrica del gas
e proseguendo verso Ponte Milvio, a parte il tempietto di S. Andrea del
Vignola, di qua e di là della via Flaminia dovevano esserci solo campi e
vigne o giù di lì… e le greggi si spingevano, dalla circostante campagna
romana, anche ben più addentro all’abitato verso la cerchia muraria del
centro storico di Roma.
Ci sarebbe in fondo qualche altra fontana proprio
nella Valle Giulia, nella parte interna a Villa Borghese, ma di poco
valore storico e artistico e l’identificazione dovrebbe quindi essere
certa: anche questa “fontana di Papa Giulio” apparirebbe alquanto modesta,
tuttavia vanta un pedigrée notevole. La prima realizzazione è del 1553 di
Bartolomeo Ammannati, forse con l’aiuto di Giorgio Vasari: la volle Giulio
III per concedere alla “comodità pubblica” una parte dell’Acqua Vergine
che aveva fatto condurre nella sua villa per “comodità privata”. Era
probabilmente lì che cominciava la “Vigna de Papa Giujo” così cara al
pontefice – ed ai romani, cui periodicamente era permesso venirci a fare
le scampagnate, ospiti del papa – e che comprendeva naturalmente Allo stato attuale,
così addossata ad un angolo smussato del Palazzetto di Pio IV, questa
fontana sembra poca cosa, ma doveva fare ben più figura in origine, quando
tutto il prospetto fino al primo piano, nel quale la fontana è ancora
inserita, era isolato e funzionale solo ad essa, con le due colonne che
sorreggono il timpano, le due nicchie rettangolari ai lati, non vuote come
ora ma con le statue della Felicità e dell’Abbondanza, e con il
coronamento, sul timpano e sui lati, di due guglie e di altre statue.
Queste ultime sparirono con la costruzione del secondo piano del
Palazzetto, ma ci raccontano com’era la fontana una lettera dello stesso
Ammannati ed un affresco conservato proprio nella Villa Giulia: si scopre
allora che anche l’ornamento scultoreo del getto d’acqua è cambiato nel
tempo. La descrizione nella lettera – e l’affresco lo conferma – parla di
una bellissima testa antica di Apollo che versa acqua dalla bocca: il
figlio di Fabrizio, Filippo Colonna, ricordato nella nuova lapide
principale dai caratteri un po’ esagerati, forse ai primi del ‘600 la fece
sostituire con un mascherone dall’aspetto grottesco (del tipo di quelli
usati appunto nelle “grottesche”) inserito su un trofeo d’armi con lo
stemma di famiglia (forse a celebrazione delle gesta del nonno
Marcantonio), il tutto contornato da due delfini gettanti acqua sui due
lati e quindi più alla portata delle bocche assetate dei passanti. Questi
due delfini tuttavia, per quanto si tratti di un modello di maniera, anzi
abusato, nella scultura fontaniera, non riuscirono troppo bene: Sergio
Delli nel suo libro sulle Fontane di Roma del 1972 li definisce “… due
cosi che vorrebbero essere delfini ma sembrano invece due murene alle
quali sia stata notificata una cartella delle tasse particolarmente
onerosa”; Cesare D’Onofrio nel suo libro del 1957, senza ricorrere ad un
paragone così surreale, aveva più pragmaticamente sentenziato che “… ai
lati due minacciosi delfini anziché offrir l’acqua sembra che stiano lì a
guardare in cagnesco chiunque osi accostarsi per bere”.
Due immagini della fontana di Valle Giulia
A Valle Giulia è però un’alba
“fresca e umida” e possiamo fare a meno di trovarci faccia a faccia con
questi brutti musi per dissetarci: continuiamo allora la nostra
passeggiata sulle orme di Respighi. C’incamminiamo verso piazza del Popolo
lungo la via Flaminia, già percorsa dal tramway elettrico che collegava
Ponte Milvio con p.le Flaminio, traversiamo
Deve essere questa l’immagine
della Fontana del Tritone al mattino
che ha colpito la fantasia di Respighi, se è vero che quelle fontane
l’autore le ha “considerate nell’ora in cui il loro carattere è
più in armonia col paesaggio circostante o in cui la loro bellezza appare
meglio suggestiva a chi le contempli”
(nota dello stesso Respighi). Oggi non capiremmo come ciò fosse possibile,
ma immaginiamo la scena nel 1913, quando Respighi si trasferì a Roma: è
una mattina presto di primavera e la piazza, che appare molto più grande
tutta pavimentata a sampietrini e senza marciapiedi, è ancora solitaria e
nella penombra, ma il sole sorto da poco è già in grado di superare gli
edifici frapposti, allora meno alti, ed illuminare la sommità del getto
d’acqua che svetta ad una altezza di una volta e mezza quella dell’intera
fontana al disopra di essa. Se oggi guardando quello zampillo basso e
tozzo abbiamo forse l’idea di un suono grave e rauco, quello di allora
suggeriva un suono forte e squillante, capace di risvegliare nella
fantasia un corteo di creature marine nella luce del mattino: qualcosa di
simile alla Galatea di Raffaello nella Villa della Farnesina.
Questa fontana, da alcuni
considerata la più bella che esista, è un vero gioiello dell’inventiva di
Bernini e non per nulla oltre che celebrata è anche imitata: se appare
scontata la copia moderna a Las Vegas (dove c’è pure una copia –
abbastanza ridotta, naturalmente – della fontana di Trevi) assai meno
scontate sono ad esempio due imitazioni d’epoca – che comunque appaiono
decisamente tozze rispetto all’elegante leggerezza dell’originale – come
quella di Norimberga del 1686 e quella di Nysa, in Polonia, del 1701 (2).
Fu realizzata nel 1642-43 su richiesta di Urbano VIII Barberini, il quale
aveva fatto aumentare, dallo stesso Bernini, la portata dell’Acquedotto
Felice, il primo ad essere ricostruito in età moderna da papa Sisto V
(Felice Peretti), circa 50 anni addietro, e che da lui aveva preso il
nome. Fino ad allora per quasi mille anni Roma era stata servita, in modo
chiaramente insufficiente, dal solo Acquedotto Vergine (l’unico non
distrutto completamente al tempo delle guerre gotiche) – dal quale era
servita appunto la precedente fontana di Valle Giulia – e poi dall’acqua
del Tevere, all’epoca ancora potabile dopo il filtraggio con la sabbia
fatto dagli “arenolari”. L’acqua Felice che alimenta il Tritone giunge qui
da poco lontano: la sua “mostra”, cioè la fontana monumentale che celebra
l’arrivo dell’acqua in città, è quella del Mosè in piazza S. Bernardo, in
cima alla salita dell’attuale via Barberini. Tale dislivello di circa
venti metri aggiunge ancor più pressione all’acqua del Tritone, il quale –
come racconta un autore del ‘700 citato dal D’Onofrio – “sta in atto di
suonare la chiocciola, dalla quale getta l’acqua in tanta altezza, che ne’
tempi ventosi bagna le case, che sono nella strada Felice” (corrispondente
alle attuali vie Quattro Fontane e Sistina).
A un tale gioiello di fontana Bernini affianca, un
anno dopo, un “beveratore de li cavalli” e altri animali, ma veramente di
lusso:
Ma ora con calma scendiamo per via del Tritone,
superiamo il nodo tranviario del Traforo, che passa sotto il Quirinale da
poco più di un decennio, e proseguiamo ancora per un breve tratto lungo la
via, già solcata dai binari delle prime linee di tram della neonata
azienda municipale ATM, la quale dal 1911 affianca la privata SRTO, poi al
primo slargo sulla sinistra imbocchiamo la stretta via della Stamperia.
Ancora qualche decina di metri e… al suono della buccina del Tritone e
degli spruzzi d’acqua del corteo di Nereidi e altre creature marine, che
ancora ci risuona nella mente, si sovrappone – questo sì, fisico e reale –
un fragore come di marosi, che diviene sempre più intenso nel contempo che
la stretta via si allarga in una piazza sulla nostra destra: abbiamo il
sole in faccia, andiamo diritti verso l’ombra dei palazzi avanti a noi, ci
giriamo e … inondata in pieno dal sole di mezzogiorno ci troviamo davanti
la maestosa scenografia della Fontana di
Trevi.
Poteva un musicista come
Respighi non sottolineare con tutti i colori dell’orchestra la solennità
di quella visione in quell’ora del giorno? Un carro a forma di enorme
conchiglia, sul quale sta ritto Oceano in posa stentorea, è trainato dal
“cavallo agitato” alla sua destra, a stento governato da un tritone, ed
alla sua sinistra dal “cavallo placido”, anch’esso affiancato da un
tritone che però non è impegnato a trattenerlo e può soffiare nella sua
buccina per annunciare l’arrivo del corteo. Il tutto sembra fuoriuscire,
al disopra di un’enorme scogliera, come da un grande arco, motivo
ricorrente anche nelle mostre dell’Acqua Felice e della Paola (il “Fontanone
del Gianicolo”) e che allude chiaramente agli archi di trionfo dell’antica
Roma. “Un
tema solenne appare intanto sul mareggiare dell’orchestra. È la fontana di
Trevi al meriggio”… tale è l’impressione
che ne riceve e riporta nella didascalia Respighi: prima il rumore del
mare e poi questa visione folgorante, solenne, della fontana, che è
grande, ma lo sembra ancora di più perché occupa quasi per intero la
piazza, dove per giunta si arriva da strade molto più strette rispetto ad
essa, ed è vieppiù ingrandita ed esaltata dalla luce del mezzodì, che la
colpisce in pieno poiché è esposta esattamente a mezzogiorno.
Fontana di Trevi
Gio.Batta Falda: da “Il terzo libro dell’ novo
(sic) teatro delle chiese di Roma …”
particolare
della tav. 25
Si
noti: la nuova vasca del Bernini e in basso a sinistra uno spicchio del vecchio lavatore
La fontana di Trevi (olio su
tela di Elda Contini di proprietà dello
scrivente) La fontana di Trevi
è la “mostra” dell’Acqua Vergine ed è sicuramente la più scenografica tra
le mostre delle acque romane: non per nulla il suo architetto Nicola Salvi
era prima di tutto uno scenografo, anzi questa fontana è l’unica sua
realizzazione permanente, essendo invece le scenografie destinate ad
essere smontate dopo l’uso. Si tratta naturalmente di una scenografia
barocca, sontuosa e destinata a stupire lo spettatore, anche se portata a
compimento in un’epoca in cui il barocco era ormai tramontato: quando nel
1762 è finalmente compiuta già si respira aria di neoclassicismo. Il fatto
è che questo magnifico frutto tardivo di quella straordinaria stagione che
è stato il Barocco Romano impiegò trent’anni ad essere costruito, e ciò
soltanto a far conto da quando si pose mano al progetto definitivo del
Salvi nel 1732! Lo stesso Salvi morì nel 1751 prima che la fontana fosse
terminata, anche se la grande iscrizione sull’attico riporta una
inaugurazione del 1735 ad opera di Clemente XII, lo stesso che aveva dato
l’incarico a Salvi e che ora aveva fretta di inaugurare, dopo soli tre
anni, una fontana già formata architettonicamente ma ancora con le
sculture abbozzate, sostituite con modelli provvisori di legno o di gesso:
tant’è che sulle fasce sottostanti del prospetto abbiamo altre iscrizioni
che ricordano un primo completamento di Benedetto XIV(3) e quello
definitivo di Clemente XIII. La storia della nuova Fontana di Trevi era
però cominciata da almeno 120 anni, quando nel 1640 Urbano VIII aveva
commissionato a Gian Lorenzo Bernini di dotare l’Acqua Vergine di una
mostra più importante rispetto a quella antica, ritoccata forse da Leon
Battista Alberti al tempo di Niccolò V nel 1453 e che si trovava
pressappoco all’estremo lato sinistro dell’attuale fontana, prospiciente
la via dei Crociferi, e con la vasca rivolta in quella direzione. Era di
aspetto severo, molto più simile alle fonti medioevali senesi, tipo Fonte
Branda, che non alle altre fontane romane e sfigurava ormai rispetto alle
recenti mostre dell’Acqua Felice e dell’Acqua Paola: tre bocche aperte in
un muro a bugnato versavano copiosa acqua in una grossa vasca
rettangolare. Lo stesso nome “Trevi” (che nulla ha a che vedere con paesi
come Trevi nel Lazio o Trevi nell’Umbria) deriva forse da queste “Tre”
bocche oppure dal fatto che questa fontana si trovasse su un “Trivio” di
strade: la fontana fu per secoli di importanza così vitale da aver dato
probabilmente essa il nome al Rione che la comprende e non il viceversa!
Bernini fece in tempo ad abbattere la vecchia mostra ed a predisporre una
grande vasca semicircolare nella posizione attuale, verso mezzogiorno (il
papa voleva poterla vedere dal palazzo del Quirinale), poi la costruzione
fu interrotta perché le ingenti risorse economiche furono assorbite dalla
rovinosa guerra intestina tra il Papa e i Duchi di Castro. Ben dieci pontefici
si susseguirono sul trono di Pietro dopo il Barberini, a cominciare dal
suo successore Innocenzo X Pamphilj, che si occupò piuttosto della sua
Fontana dei Fiumi in piazza Navona (togliendo anzi parte dell’acqua a
quella di Trevi), prima di arrivare a Clemente XII che tornò ad occuparsi
in modo decisivo della nostra fontana. Fu così che l’Acqua
Vergine, la più antica e preziosa di Roma dal medioevo in poi e che al
tempo di Urbano VIII aveva ormai la mostra più modesta rispetto alle nuove
acque della città, ottenne invece , grazie anche alle continue
interruzioni ed al protrarsi dei lavori, un incessante avvicendarsi di
nuovi progetti fino ad avere, quasi per una giusta ricompensa della
storia, la mostra più maestosa, stupefacente e celebre di tutte le altre
acque romane, immortalata anche nel cinema da film di successo come
“Vacanze romane” o “La dolce vita”, per citare solo i più importanti, ed
anch’essa imitata, entro i limiti del possibile. Non mi si venga a dire
che Espérandieu, l’architetto della fontana di Palais Longchamp, che fa da
grandioso sfondo in cima all’omonimo viale di Marsiglia e che altro non è
se non la mostra dell’acqua del fiume Durance, portata a Marsiglia negli
anni ’60 dell’800, non abbia tenuto presente il modello della Fontana di
Trevi: stessa allegoria di un carro che avanza su di una cascata d’acqua,
trainato però questa volta da due pesanti e terrestri buoi in luogo dei
due alati cavalli marini, l’inquieto e il placido, della fontana di Trevi.
Questi ultimi resi ancor più nobili ed aerei dalla inevitabile
reminiscenza dell’allegoria filosofica di Platone, che rappresentava
l’anima come un carro trainato dal focoso cavallo nero e dal tranquillo
cavallo bianco nel mondo Iperuranio. Va dunque riconosciuta una intrinseca
nobiltà all’idea pur scenografica del Salvi, il quale secondo molti
studiosi – primo tra tutti il D’Onofrio – dovrebbe essersi ispirato al
progetto iniziale del Bernini andato perduto: questo nulla toglie al
merito dell’architetto romano, che ha sicuramente accentuato l’impatto
spettacolare di un eventuale archetipo berniniano, ed anzi egli riscuote
tutta la nostra simpatia, la simpatia per i vinti, perché non solo è
scomparso prima di veder compiuto il suo capolavoro, ma ha anche avuto il
curioso destino di essere oscurato dalla sua stessa creatura. Tutti
infatti conoscono la fontana di Trevi e ben pochi sanno di Nicola Salvi,
ma non basta, perché la maggior parte della gente comune, se si chiede
loro chi ha fatto questa fontana, rispondono tranquillamente: Bernini! Dell’usanza di
buttare nella fontana la monetina per propiziarsi il ritorno a Roma è
superfluo parlarne, ma a questa fontana si attribuisce anche un’altra
virtù magica: anticamente l’innamorata, il cui uomo doveva lasciare Roma
per un lungo periodo, gli faceva bere l’acqua della fontana in un
bicchiere nuovo che poi rompeva, per garantirsi così il suo ritorno e la
sua fedeltà. A tale scopo, intagliata tra le rocce che contornano la
fontana, scendendo le scale sulla destra, guardando la stessa, c’è la
cosiddetta “fontanina degli innamorati”, che consente di bere l’acqua di
Trevi senza attingerla dalla vasca, come forse si faceva in tempi antichi,
quando l’acqua era tutta corrente e la pulizia delle fontane era
scrupolosamente osservata perché quell’acqua, dopo la mostra, proseguiva
nelle case. Ecco perché era sempre presente nelle vicinanze il “beveratore”:
affinché non si sporcasse mai l’acqua della fontana importante.
Ormai, tra una storia e l’altra raccontate in
trattoria – perché al meriggio bisogna pur mangiare – ed una bevuta di
acqua di Trevi, il giorno sta per volgere al termine ed allora riprendiamo
il cammino allontanandoci per via del Lavatore. Lentamente svanisce il
fragore inconfondibile di questa fontana, suono che veniva anche evocato
in una canzone degli anni ’50: “… Quando è notte laggiù a Copacabana senti
ovunque la musica del mar: è la stessa che canta una fontana che mai potrò
scordar…” così dice il nostalgico romano emigrato in Brasile – eravamo
ancora un popolo di migranti – nella canzone intitolata “Un romano a
Copacabana”. Superiamo ora la piazza del Lavatore: il lavatore con vicino
l’immancabile “beveratore de li cavalli”, oggi entrambi scomparsi, si
trovavano in origine sul lato sinistro dell’antica fontana di Trevi e li
vediamo, in una stampa dell’epoca, rimasti ancora lì, nei pressi della
nuova vasca approntata dal Bernini; furono poi spostati qui, un po’ più
lontano, dando così il nome alla piazza ed alla via. Percorsa anche via in
Arcione, ci ritroviamo davanti al Traforo; attraversiamo via del Tritone,
risaliamo per via Gregoriana a Trinità dei Monti e qui, senza scendere per
la gradinata, proseguiamo fino a trovarci all’altezza dell’ingresso di
Villa Medici, che è sulla mano destra, mentre a sinistra si svolge davanti
a noi il panorama di Roma, con la cupola di S. Carlo al Corso in primo
piano e il “cuppolone” di S. Pietro più in lontananza e i tetti e i
terrazzi della città antica indorati dall’ultimo sole, mentre il cielo si
sta colorando del rosso dei bei tramonti romani. Questa è un’immagine che
ha sempre affascinato pittori, poeti, scrittori, … tutti, tanto che anche
il nordico Edvard Grieg, poco meno che trentenne, non poté resistere alla
tentazione di dedicarle il Lied “Dal Monte Pincio” sui versi di un altro
poeta nordico, suo connazionale, anch’egli rapito da questa visione.
Qui, esattamente dove la nostra strada confluisce
con la via di S. Sebastianello, che sale su da piazza di Spagna, c’è la
quarta ed ultima fontana del poema sinfonico di Respighi. Per condividere
questo momento di emozione, insieme sonoro e visivo, che ci offre il
tramonto romano dal Pincio, non si potrebbe immaginare una compagna più
modesta, più confidenziale, più discreta di questa “Fontana
di Villa Medici” dal “sommesso
chioccolìo”, come dice lo stesso Respighi,
mentre “l’aria
è piena di rintocchi di campane, di bisbigli di uccelli, di brusii di
foglie” (ricordiamoci sempre che siamo
nella Roma di un secolo fa!). Questa semplice fontana dalle linee
essenziali, composta di un’antica conca di granito rosso (colore ormai
irriconoscibile per le secolari incrostazioni di licheni) poggiata su di
un grosso e basso balaustro rotondo con base ottagonale, come ottagonale è
la vasca di raccolta a livello del terreno, di diametro appena più grande
della conca stessa, potrebbe essere un vanto per altri paesi e città: per
Roma, abituata a ben altre fontane, sembra poca cosa, ma ha il pregio e la
fortuna di trovarsi in questa magnifica cornice, tant’è che nelle
cartoline illustrate era uno dei soggetti preferiti e, particolarmente tra
la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, la sagoma di questa fontana era
per Roma come il grande pino che affiancava il panorama del golfo nelle
cartoline di Napoli. Respighi, da poco
giunto nella città eterna, non poteva quindi non restare affascinato
dall’atmosfera di questo luogo, specialmente nel momento magico del
tramonto, e identificarlo simbolicamente con questa pur modesta fontana,
il cui “chioccolìo” ben si addiceva del resto a fare da colonna sonora di
un momento di così intima e personale emozione. La fontana risale
probabilmente al 1587 e sicuramente non prima, visto che proprio
quell’anno un documento testimonia il trasporto alla sua villa, per conto
del Card. Ferdinando de’ Medici, di una antica conca di granito rosso
acquistata dai frati di S. Salvatore in Lauro, dove era evidentemente
stata rinvenuta. Quello stesso anno Ferdinando, che era stato
sovrintendente ai lavori dell’Acquedotto Felice appena inaugurato, aveva
avuto in dono da Sisto V alcune once (4) di quell’acqua: era però usanza
che una parte dell’acqua avuta in concessione per uso privato fosse
comunque destinata “publicae commoditati” tramite una fontana, ottenendo
oltretutto un risultato estetico e di prestigio (era stato così, e a più
riprese, anche per la fontana di Valle Giulia). Quindi il Card. Ferdinando
de’ Medici in quell’occasione deve aver commissionato la costruzione di
questa fontana pubblica, dinanzi all’ingresso della sua villa, forse al
medesimo architetto Annibale Lippi al quale aveva affidato i lavori di
ampliamento e riadattamento della villa stessa, che egli aveva acquistato
una decina di anni prima. Sempre in quello stesso 1587, tuttavia,
Ferdinando rinunciò alla porpora per succedere, a capo del Granducato di
Toscana, al fratello Francesco, assassinato in circostanze misteriose, e
dovette così ritornare a Firenze, lasciando ville e palazzi romani al
cugino Alessandro, anch’egli cardinale e che divenne, diciotto anni dopo,
papa Leone XI. Potrebbe quindi esser stato lo stesso Alessandro a far
costruire la fontana utilizzando l’antica vasca già acquistata dal cugino:
stranamente in uno stile puramente architettonico, tipico delle fontane
romane dell’epoca e non di quelle fiorentine dove predominavano le statue.
All’interno della villa, sulla loggia prospiciente il giardino, è pur vero
che c’è una fontana più piccola e molto simile a questa, dove però la
vasca superiore è di un bel marmo bianco venato, al centro della quale, in
ossequio allo stile fiorentino, svetta una copia del bellissimo Mercurio
del Giambologna in bronzo, tanto che si potrebbe dubitare che Respighi si
riferisse a questa fontana e non a quella esterna ma, poiché questa non è
pubblica e da qui il panorama del tramonto su Roma è impedito dal muro di
cinta, si ritiene più attendibile che si tratti dell’altra. Debbo comunque
riportare che tra le pubblicazioni che ho, sul poema sinfonico di Respighi,
ce n’è una dove il quarto quadro è citato come “Le fontane (sic!) di Villa
Medici al tramonto”: forse un “lapsus calami” freudiano del tipografo o
dell’editore, come per dire che se un pizzico di dubbio tra queste due
fontane può sussistere … allora mettiamole insieme per non sbagliare! Tornando alla
nostra fontana, va notato che qui l’unico ornamento al centro della vasca
superiore è una semplice palla di pietra attraverso la quale passa
l’ugello per lo zampillo dell’acqua, ragion per cui è chiamata anche
Fontana della Palla. Sicuramente è un riferimento allo stemma della
famiglia Medici, dove figurano ben sei palle di cui quella in alto con tre
gigli sovrapposti, tuttavia si è cercato ancor più di nobilitarla
raccontando che si tratta della palla di cannone che fu sparata da Castel
S. Angelo, contro il portone di Villa Medici, come saluto speciale da
parte di quel personaggio particolarissimo che fu la regina Cristina di
Svezia, la quale “imperversò” a Roma nella seconda metà del ‘600.
Sicuramente da quella distanza la palla non poteva colpire il portone –
come si vuol far credere – e per giunta senza frantumarsi, ma forse un
tentativo di pazzia del genere, da parte di quella così eccentrica dama,
può esserci stato se qualcuno un giorno si è preso la briga di sostituire
una palla, in tutto simile a quelle degli antichi cannoni, ad un giglio
(anch’esso nello stemma mediceo) che pare ornasse in precedenza la stessa
fontana.
La fontana di Villa Medici Alessandro Specchi: da “Il terzo libro del novo teatro delli palazzi in prospettiva di Roma Moderna…” (1699) Tav. 11 particolare
La fontana di Villa Medici:
notturno
guardando
(olio
su tavola di Massimo Minasi
di
proprietà dello scrivente)
Lo zampillo è oggi
molto piccolo e la fontana è quasi silenziosa, e tale la descrive in fondo
lo stesso Respighi, ma anche questa aveva, sino alla fine dell’800, un
getto molto più alto e quindi una maggior caduta d’acqua, come si vede
chiaramente in qualche cartolina d’epoca e come si può arguire da un passo
de “Il piacere” di G. D’Annunzio (perché questa fontana ha il privilegio
di esser ricordata anche nella prosa letteraria oltre che nella musica):
“… Ella si soffermò dinnanzi al parapetto che guarda S. Sebastianello. I
vecchissimi elci, d’una verdura così cupa che quasi pareva nera,
protendevano su la fontana un tetto arteficiato, senza vita.” – è proprio
la nostra fontana! – “… L’acqua grondando dalla superior tazza di granito
nel bacino sottoposto metteva uno scoppio di gemiti, a intervalli, come un
cuore che si riempia d’angoscia e poi trabocchi in pianto”. Ecco come una
maggior quantità d’acqua e una diversa disposizione d’animo possono
modificare radicalmente le sensazioni suscitate dalla medesima,
inconsapevole, fontana!
È ormai notte e
finisce qui la nostra passeggiata nella Roma del primo ‘900 sulle note,
verbali e musicali, di “Fontane di Roma” di Respighi. Col felicissimo
intuito dell’artista, il compositore – che non ha certo fatto, e non
avrebbe neanche potuto fare, tutte le ricerche che lo scrivente ha
pedantemente riportato in questo scritto – ha operato una scelta, tra le
tante fontane romane, che ha una logica ed una simmetria stupefacenti: due
fontane non troppo appariscenti, quasi sconosciute ai non romani, e per
giunta di non sicurissima identificazione, per l’alba ed il tramonto, i
due momenti del giorno che sfumano nell’indefinito, tra il buio e la luce
e viceversa … e sono una dell’Acqua Vergine e l’altra dell’Acqua Felice;
dall’altro canto, per i due momenti più caratterizzati e luminosi del
giorno, il mattino e il mezzodì, le due fontane di sicura identificazione
e forse più ammirate e famose nel mondo intero e pure imitate … e sono
anche queste una dell’Acqua Felice e l’altra dell’Acqua Vergine.
La sequenza appare anch’essa logica: si parte, che è
ancora quasi buio, da quella più antica di metà ‘500, la fontana di Valle
Giulia; si passa, nella crescente luce mattutina, per quella del Tritone
di metà ‘600; si arriva alla fontana di Trevi, di metà ‘700, nel pieno
fulgore della luce di mezzodì; infine si ritorna, mentre la luce cede
lentamente alle brume della sera, ad una fontana antica di fine ‘500,
quella antistante
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Note:
Bibiografia:
- Autori
vari, Le guide rionali di Roma, Fratelli Palombi 1975 e segg - Autori vari,
Le strade di Roma, Newton Compton 1987 - Autori
vari, I
Rioni e i Quartieri di Roma, Newton
Compton 1989 - Callari
Luigi, Le fontane di Roma, Apollon 1945 -
D’Onofrio Cesare, Le fontane di
Roma, Staderini 1957 - Delli
Sergio, Le fontane di Roma, Schwartz & Meyer
1972 -
Formigari V. - Muscolino P., Il tram
a Roma, Calosci 1979 -
Formigari V. - Muscolino P., Tram e
filobus a Roma, Calosci 1999 -
Hoffmann Paola, Le ville di Roma, Newton Compton 2001 - Pocino
Willy, Le fontane di Roma, Newton Compton
1996 - Rendine
Claudio, I Papi, Newton
Compton 1985 - Rendine
Claudio,
Le grandi famiglie di Roma, Newton Compton 2004
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