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Maggio 2010 - ANN0 VIII n. 3

 

 

 

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IL VIAGGIO

 

V

 cura di

Candida Gentile

 PREMESSA

 

All’autore sconosciuto

e alla Cassa di Risparmio

di Padova e Rovigo

 

Il viaggio qui di seguito trascritto è stato da me rilevato da una agenda del 1996-97, distribuita dalla Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, che pezzo per pezzo lo ha riportato a piè pagina, impegnando così l’intera agenda. Dopo averlo letto, ritenendo l’argomento trattato molto utile ed interessante, dovendo eliminare l’agenda, ho ritenuto opportuno di salvare lo scritto,trascrivendo pezzo per pezzo contenuto in ogni pagina, così da ricavarne un opera unica.

Ho cercato invano di scoprire il nome dell’autore per citarlo e virtualmente ringraziarlo per quanto ha scritto.

Non è quindi una mia opera.

 

Marcon    15-12-2007.

Candida Gentile

 *  * *

Quarta parte

 La moda del gran tour come viaggio di istruzione

 Nell’età moderna si affermano presso i ceti sociali superiori l’idea del viaggio come esperienza formativa di un individuo. Molti gentiluomini, nobili e borghesi, compirono lunghi viaggi d’istruzione in giro per l’Europa, attenti, colti, interessati, curiosi osservano città e campagne, opere d’arte e paesaggi, istituzioni, consuetudini, tradizioni vive nei diversi paesi, spesso annotando le loro esperienze, in appunti sparsi, in diari puntualmente compilati giorno per giorno, in brevi pezzi in forma di epistolario.

 Le mete

Giovani o meno giovani intraprendevano il loro viaggio di formazione per conoscere la Francia, l’Olanda, l’Inghilterra, i paesi di lingua tedesca, Svizzera, Italia ect., in ogni luogo si cercava di conoscere le caratteristiche peculiari dai diversi punti di vista dell’arte, della cultura, istituzioni politiche, economia, dei modi di vivere, si cercava anche di conoscere personalmente gli uomini illustri, gli scienziati, gli intellettuali, gli artisti, i rappresentanti delle classi dirigenti, etc., tutti coloro che potevano fornire una conversazione interessante. Al termine del gran tour il viaggiatore avrebbe infatti dovuto tornare al suo luogo d’origine con una esperienza accresciuta e consolidata dal rapporto con altri uomini, paesi e civiltà, dagli incontri programmati o casuali che avevano potuto fare, dalle conoscenze acquisite, dalla riflessione sulle diverse situazioni con cui era venuto in contatto, dal confronto tra varie mentalità, tradizioni storico-culturali e civiche, sistemi economici, politico-amministrativi e di governo.

  

La meta delle mete

Fra le mete del gran tour una cominciò ad emergere sopra le altre: l’Italia. La ragione storica di ciò osserva Cesare De Seta in uno scritto sull’Italia nello specchio del gran tour - è ben chiara: a differenza dei grandi stati nazionali: Francia, Spagna, Inghilterra, la penisola non costituiva un unità politica, né i vincoli morali, religiosi, etnici erano tali da conferire omogeneità da quella che ancora al Congresso di Vienna veniva definita un espressione geografica, -era uno straniero-. Infatti l’Italia era soprattutto una metaforica e una, pur operante, concettualizzazione ideale. Nella mentalità di un europeo, e pur con tutte le profonde differenze che si possono riscontrare nelle culture agenti nel vecchio continente, l’Italia dell’Evo Moderno appariva come un unità spirituale a cui guardare, come traguardo da raggiungere e conoscere, come fonte a cui attingere. La forza della secolare tradizione religiosa e della rinnovata cultura umanistica, il fatto che tra il XV e XVI sec. l’Italia nei suoi centri maggiori, fu la grande officina di una rivoluzione artistica di assoluto rilievo internazionale, sono tutti elementi che contribuirono alla fortuna moderna del paese”. L’Italia così divenne la meta per eccellenza del gran tour.

 

L’interesse scientifico

Se gli stranieri in Italia erano per lo più attratti da prestigiose città d’arte come Venezia e Firenze, Roma o Napoli, non mancavano altre motivazioni. Goethe, ad esempio, guardava con interesse ai fenomeni geologici, atmosferici, geografici. All’inizio dei viaggi scriveva: finora viaggiai attraverso le alpi calcaree: Hanno un aspetto grigio e belle forme caratteristicamente irregolari come se la roccia stessa si dividesse in strati e a lastre, ma poiché si presentano anche strati liberi ed elevati e la roccia è generalmente consumata dal tempo in modo ineguale,  le cime appaiono con aspetti strani.

 

Lo sviluppo economico

 

Nel ‘700 si manifestarono anche in Italia i segni di un progresso economico, di sforzi innovativi nel settore dell’agricoltura, come le razionali sistemazioni del territorio che avevano profondamente cambiato la Lombardia. Se agli inizi del ‘600 un viaggiatore inglese, Thomas Coryat, ne esaltava la bellezza paragonandola ai mitici Campi Elisi, più tardi i visitatori avrebbero notato, accanto alla bellezza naturale del paesaggio, i mirabili effetti del lavoro umano. Nel 1734 Edward Gibbon scriveva: siamo entrati nel milanese da un piccolo villaggio Boffalora e siamo arrivati a Milano a mezzogiorno, il paese diviene la più bella pittura del mondo, fertile, ben coltivata, irrigatala una moltitudine di acqua senza allagarla.

 

Qualche anno dopo Charles de Brossess scrive: non finirei mai di esaltare la bellezza delle strade e di tutta la campagna milanese, ricca e fertile, piantata ovunque  di begli alberi e tagliata da una gran quantità di canali fra i quali corre quasi ininterrottamente la strada: questo è il cammino che si fa fino a Mantova. Non mi meraviglio che un paese tanto bello abbia suscitato così frequenti contese per sapere chi ne sarebbe stato il padrone.

 

Altri paesaggi

Ma lo stesso De Brossess si indignava per l’abbandono della campagna romana a causa della cattiva politica pontificia: eccoci dunque in mezzo a questa campagna, miserabile più di quanto si possa descrivere… L’Origine di questa triste circostanza, sta a quanto si afferma, ad una politica sbagliata di Sisto V. Quando fu innalzato al papato, il disordine e l’impunità regnavano nello stato, dove i principali nobili si erano trasformati in altrettanti sfruttatori. Era pericoloso quanto difficile rimediare al male con una lotta aperta. Sisto V volle togliere loro le ricchezze, fonte della loro arroganza, riducendo il profitto immenso che traevano dalle loro terre. Vietò nel modo più rigoroso l’esportazione del grano dallo Stato Pontificio: il popolo vide dapprima con favore un provvedimento che pareva atto a procurare viveri in maggiore abbondanza e minor prezzo, ma poiché il paese produceva più grano di quanto ne potesse consumarne, esso scese ben pesto così in basso che l’agricoltura cadde in rovina. Non si coltivò più di quanto fosse necessario; vasti fondi rimasero a maggese, e poi divennero malsani, quindi si spopolarono, finché, estendendosi il male, tutto il territorio cadde in rovina. Lungo il Gran tour si scopriva così il dramma delle due Italie.

Il viaggio obbligato

Da sempre gli uomini hanno intrapreso viaggi, spostamenti, oltre che per piacere o per spirito di avventura, anche per necessità, per la dura necessità della sopravvivenza. Nei tempi più antichi i nostri antenati, esaurite le risorse offerte da un territorio, si spostavano verso nuovi spazi da sfruttare. Altre cause- devastanti fenomeni atmosferici, catastrofi naturali, la comparsa di animali selvaggi, di altri uomini in cerca di cibo - li costringevano a volte, ad abbandonare le loro terre. Interi gruppi umani si spostavano dalle proprie sedi, sulla spinta della fame o di un pericolo.

Le migrazioni antiche

Anche passato il periodo tumultuoso delle origini, le migrazioni dei popoli alla ricerca di spazi e risorse per sopravvivere continuarono. Le violente ondate di nomadi che investivano le popolazioni residenti o la lenta, pacifica invasione di gruppi umani che si mescolavano con altri gruppi già stanziati in un determinato territorio punteggiano, per esempio, la storia dell’antico bacino mediterraneo. Qui si riversarono in tempi successivi Arii, Dravidi, Achei, Dori, Medi, Persiani, tutti piccoli nuclei di tribù nomadi dell’Europa centrale, sospinti a loro volta da altri popoli provenienti dalle regioni inaridite della steppa desertica asiatica. Nella sua storia del Peloponneso, lo storico greco Tucidide (V sec a.C ) scriveva: Sembra che le regioni conosciute con il nome di Ellade, non siano state in un primo tempo abitate in modo stabile, ma che fossero frequenti le migrazioni e le infiltrazioni pacifiche di molte genti: un popolo abbandonava la propria terra o perché questa non dava più cibo o perché costretto da un popolo più forte, ed andava in cerca di altri territori dove stabilirsi. Solo la regione dell’Attica, molto pietrosa e poco appetibile, è stata sempre abitata dalla stessa gente per lo più pescatori.”

I loro effetti

Diversi potevano essere le migrazioni violente: a volte interi gruppi umani vennero spazzati via dalla forza dei nuovi venuti, a volte questi imposero la propria superiorità ai residenti, a volte i due gruppi si fusero, dando vita ad una nuova popolazione in cui si conciliarono leggi e tradizioni delle due etnie originarie, a volte il gruppo di più antico stanziamento avendo elaborato solide istituzioni civili, riuscì ad imporre la propria superiorità culturale. Una progressiva simbiosi avvicinò in genere i protagonisti delle infiltrazioni pacifiche ai gruppi già stanziati, fondendoli.

Le invasioni barbariche

Altre grandiose migrazioni di popoli sono alla base dell’ondata di invasioni che investì l’impero romano. I suoi confini, sottoposti a una crescente pressione da parte dei gruppi limitrofi a lo volta incalzati da altri gruppi in movimento dal lontano Oriente e dal cuore delle steppe, nel corso del V secolo furono travolti. Schiere di combattenti, con le famiglie al seguito, dilagarono nei territori dell’impero, sconvolgendone le attività produttive, le istituzioni, le forme di vita quotidiana. Il faticoso riassetto, culminato nell’ordinamento carolingio, fu sconvolto da un seconda ondata di invasioni che tra la fine dell’VIII e il X sec. terrorizzarono l’Europa. Da nord, da sud e da est, Normanni, Saraceni, Ungari si scatenarono in rovinose incursioni e razzie, occuparono ampi territori, costrinsero l’Europa a difendersi con un imponente sistema di fortificazioni militari che ne modificò il quadro territoriale ed istituzionale. Il terrore fu tale che il nome degli Ungari, conosciuti particolarmente feroci, fu storpiato nella forma di “Orchi”. È rimasto nella tradizione folklorica ad indicare un essere rozzo sanguinario, privo di attitudine civile, abituato perfino a cibarsi di carne umana soprattutto infantile.

Incontro di culture

Il disordinato movimento di popoli che caratterizzò la storia europea del primo Medioevo ebbe l’effetto di far incontrare culture e tradizioni diverse, che a poco a poco si amalgamarono e fusero, Dando vita a nuove leggi e istituzioni unitarie all’Europa stessa come nuova realtà politica. La storiografia romantica ha sottolineato con forza la feconda sintesi tra le giovani e fresche energie dei popoli germanici e la raffinata, anche se ormai esangue civiltà della decadenza tardo-romana. Mentre la società dell’impero si esauriva, si snervata, Johan Gottfried Herder scriveva: A settentrione era nato un uomo nuovo: Sotto un fresco cielo, nella landa selvaggia dove nessuno se l’aspettava maturò una primavera di giovani virgulti ripieni di linfa che, trapiantati nelle belle terre meridionali, allora tristi campi abbandonati, dovevano farsi una nuova natura e produrre grandi messi per il destino del mondo non soltanto energie umane, ma un gran numero di leggi e istituzioni essi portarono così sulla scena della storia. Disprezzavano le scienze e le arti, lo sfarzo e il raffinamento. Portarono infatti non arti, ma natura, non scienze, ma sano senso nordico, costumi non raffinati ma forti e buoni, anche se selvaggi”.

 Effetti positivi

Anche senza condividere l’enfasi della visione romantica, si può ragionevolmente affermare che nello scontro - incontro di popoli e civiltà diverse, fermentano lieviti fruttiferi. L’apporto di contributi differenti, talvolta molto lontani e opposti nel confronto tra popoli germanici e mondo romano, può far nascere, sia pure attraverso un processo contrastato, una nuova, più vitale realtà, può offrire occasioni costruttive di riflessione e approfondimento nello sforzo di una reciproca, anche se non facile intesa, può abituare, dopo i primi momenti di dura opposizione, alla loro comprensione reciproca.

Le migrazioni moderne

Dopo le grandi migrazioni medioevali, il fenomeno non scompare,   ma  si  ridimensiona,  assume  altri  aspetti  e significati. Nell’età moderna, abbiamo un nuovo tipo di emigrazione di massa, non però di interi popoli o gruppi etnici, bensì di nuclei più o meno consistenti, costretti ad andarsene per ragioni ideologiche, prima fra tutti gli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492. Le guerre di religione che si scatenarono in Europa dopo la rottura fra i movimenti luterani e la chiesa di Roma, i conflitti tra le diverse confessioni riformate, sono all’origine dei vari casi di migrazione forzata, così gli ugonotti saranno costretti a più riprese ad abbandonare la cattolica Francia, mentre i gruppi religiosi radicali dei puritani, oppressi dalla chiesa inglese, prenderanno la via delle colonie americane. Ma soprattutto nell’età moderna viene affermandosi il nuovo fenomeno dell’emigrazione individuale, (anche se di dimensione consistente in quanto coinvolge nello stesso tempo un gran numero di persone), cioè lo spostamento di singoli, talvolta di gruppi familiari o anche di nuclei dello stesso paese, che abbandonano il proprio luogo di origine per andare in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.

Il viaggio della speranza

Il fenomeno dell’emigrazione per lavoro assume proporzioni grandiose nel corso dell’800, quando l’aumento demografico nelle terre del vecchio continente insieme agli squilibri della crescita economica di diversi paesi europei provocano un esodo di massa dalle zone più povere e meno sviluppate, dove le vecchie strutture della produzione agraria offrono scarse possibilità di occupazione; dall’Irlanda, Olanda, dalla Polonia, dall’Italia meridionale, partono singoli gruppi più o meno numerosi, sopratutto verso le Americhe, ma anche verso l’Australia, portandosi dietro con strazio le immagini dei familiari e dei luoghi che lasciano, alla ricerca di un futuro diverso. E’ triste il viaggio dei poveri, che fa da contrappunto al turismo ormai largamente entrato nella pratica delle classi agiate. Al viaggio segue il difficile impatto con la nuova terra contrastato inserimento in un ambiente estraneo e sconosciuto, dove si parla una lingua incomprensibile, fra la diffidenza quando non ostilità dei vecchi abitanti: Una volta inseriti, più o meno felicemente, si richiamano i familiari, gli amici i paesani, si ricostituisce nel nuovo mondo una sorta di piccola isola che fa rivivere il proprio mondo originario.

L’emigrazione italiana

L’emigrazione dalle zone povere dell’Europa raggiunge punti altissimi nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento, Dalla sola Italia, in particolare dalle zone rurali, dal 1876 al I9I4, circa 14 milioni di persone partono in cerca di fortuna. La grande guerra non interrompe il flusso. Altre correnti si sono avviate e si avviano dalle aree meno progredite del Veneto e del Sud verso zone industrializzate, ridistribuendo la popolazione all’interno del territorio nazionale - nel cosiddetto triangolo industriale fra Torino, Genova, Milano - o indirizzandola verso altri paesi europei: Francia, Belgio, Svizzera.

Dall’emigrazione all’immigrazione

Le correnti dell’emigrazione oggi sono cambiate, così come è cambiata la mappa del mondo industriale. Il cuore dell’Europa è meta di migliaia di persone provenienti dalle aree europee orientali, il cui sviluppo cammina in ritardo rispetto all’occidente, o dai paesi sottosviluppati dell’africa e dell’Asia. L’Italia ormai assurta tra le grandi potenze industriali, da paese d’emigranti è diventata meta di migliaia di lavoratori stranieri. Scrive lo storico inglese Paul Ginsborg: dall’inizio degli anni 80 l’Italia ha cessato di essere una nazione esportatrice di forza lavoro. Almeno 800.000 extra comunitari, vivono ora in Italia, di norma in condizioni di grande miseria. Data l’alta incidenza di immigrazione illegale, difficile essere precisi sulle cifre e sui paesi di provenienza. Sicuramente gli immigrati più recenti sono in maggioranza nordafricani, tale denominazione però tende a mascherare non solo differenze nazionali e regionali, ma anche distinzioni tribali, linguistiche, religiose, culturali. La crisi dei regimi dell’Est e la guerra dell’ex Jugoslavia hanno alimentato un’altra corrente migratoria, di cui l’episodio culminante è stata l’invasione degli albanesi nel porto di Brindisi (estate 1991).

L’emigrazione quotidiana

Lo sviluppo della società industriale, dislocando sul territorio in maniera difforme uffici e centri produttivi, da una parte, aree residenziali, dall’altra ha alimentato il fenomeno del pendolarismo, ovvero il viaggio quotidiano, più o meno lungo, dalla casa al luogo di lavoro e viceversa. Certo anche nel passato ci si spostava per andare a lavorare: i campi da coltivare, non sempre erano vicini all’abitazione, altrettanto la bottega, la manifattura, la fabbrica, ma le distanze da coprire erano relativamente brevi, anche a causa dei ritmi lenti dei mezzi di trasporto. Oggi la maggiore mobilità, unita a una politica del territorio che ha concentrato uffici e servizi nelle grandi città, ha decentrato i luoghi di produzione, ha istituito grossi nuclei insediativi nella fascia dell’hinterland, provoca correnti uguali e contrarie di pendolarismo, dalla città verso le sedi esterne delle grandi aziende, dall’hinterland verso il centro cittadino: ore di treno o di bus, quando va bene di metropolitana, con pericolo di sfasature e ritardi, ore di macchina, con lo stress di ingorghi e code in agguato. Ci sono anche lavori e professioni che rendono necessari continui spostamenti, a volte scomodi e lunghi. In questo senso, il viaggio è ancora fatica.

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(Continua sul prossimo numero)

                         

 

 

  

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