Noi di...
Mensile di attivitÀ politico-culturale
Monologo
Raffaele Tito D’Agnolo
CERCATE STORIE CHE VI SOMIGLINO
Cercate storie che vi somiglino.
I poeti esistono ancora. Nelle grandi città. Nei vicoli della Roma vecchia, nei supermercati vicino ai servomotori umani incatenati alle casse, metà della giornata per metà della vita. Nei cinema, assieme ai gelati bon bon, ai pop corn surgelati al miele, alle giubbe rosse di nylon rosso da scimmietta con l'organetto. Negli angoli luminosi delle stazioni nuove, come nuovi atelier-profumerie-librerie basso costo bassa qualità grande numero di occasioni da viaggiatori distratti.
I poeti esistono ancora. Nascosti dai venditori di churros di Siviglia, dai cartocci di patatine fritte di Amsterdam, dai piccoli banchi di caldarroste di via della fontanella borghese. Nessuno può vederli. Sono demoni fragili, logori, fronte imperlata di brina gelata d'inverno, bruciata, scorticata dal sole d'estate. Le persone non si voltano. Nessuno può vederli, di notte sui tetti remoti di una città insonne dal riposo sincopato di organismo che pur sempre deve respirare. Sono tanti gli animaletti viventi che servono gli alveoli di un alveare di cemento, che potrebbero vederli quando sono soli, inermi, esposti alla voracità bestiale della noia moderna. Si ritrovano in piccoli gruppi. Quattro al massimo. E duellano. La notte senza stelle delle città d'Europa li avvolge, scorre su di loro come balsamo curaferite, li cela agli occhi cisposi dei loro simili. Ieri eravamo quattro sul tetto del numero 8 di via della Conciliazione. Il duello era iniziato da almeno due ore ed erano ancora tutti in piedi. Il duello è semplice e capitale: si comincia a leggere o declamare. E si continua. Ognuno avanza nel suo monologo solitario, voce su voce, con sillabe che si accavallano brutalmente in una cacofonia assordante, incoerente e incomprensibile. Tutto questo per gli altri, ma non per loro. Ognuno sente sé e i poeti dello scontro, comunica e assorbe. Tutti sanno tutto e per un momento all'inizio del duello non sono più soli. Poi i primi cominciano a cadere. Siedono e ammutoliscono. Non ci sono giudici e giudicati, né stroncature o commenti, né voti o apprezzamenti. Tutti sanno tutto, sanno quando hanno perso. Gli altri proseguono come se nulla esistesse all'infuori della propria voce. Dopo quattro ore eravamo in due. Molto diversi. Lei era di una specie rara fra le donne, scriveva per amore del verso, senza messaggio, orgoglio, capriccio, senza affettazione, scopo, desiderio. Non scriveva per alcun motivo, se non per il piacere che le procurava scrivere. Di uomini così ne avevo conosciuti, ma lei era la prima. Gli altri due, i caduti, appartenevano ad un'altra specie. Erano i cercatori, artisti comuni. Convinti di possedere la sensibilità necessaria per poter vedere la Verità. Gli unici, gli eletti, capaci della percezione ultima. Tra loro ci sono sempre alcuni che tentano di comunicare al mondo il momento supremo, la Verità unica e sola. Gli altri, i più puri, sono i solitari, incapaci di esprimerla. Non ne riconoscerete mai nessuno. Nessuna specie e nessun individuo. Ma li incontrate tutti i giorni. Con un volantino in mano, un ombrello giallo al braccio in metropolitana, una frangia timida che nasconde gli occhi dal panettiere.
Poi l'ho guardata negli occhi e il duello è finito. Non era mai successo. Nessuno aveva mai alzato lo sguardo. Nessun duello si era mai concluso senza vincitore. A questo punto ci sono state due reazioni. I profeti maledetti, sconvolti, se ne sono andati. Per la prima volta aveva parlato la persona e non la poesia. Bisogna capire che ogni duello è un rischio immenso se si lascia libera la persona, c'è il pericolo di rivelarsi, scoprire la carne molle dell'anima, farlo è un atto di fede, non di fiducia, vuol dire presentarsi senza difesa alcuna, senza convenzioni protettive, senza sguardi dissimulatori, senza la facoltà di tacere. Se ce ne fosse la possibilità, se ogni individuo ne fosse capace, la società non reggerebbe, forse. Lei, di fronte a tutto questo, ha scrollato le spalle, com'era giusto. In fondo non aveva molta importanza. Ci siamo salutati cordialmente.
I poeti esistono ancora. Spesso a Roma salgono sulla Linea A. Lì ho affrontato la prova più dura. Per un poeta crescere, pubblicare, innamorarsi, diventare ricco, possono essere la fine. I poeti muoiono tutti giovani, per questo. Dalla cenere sorgono impiegati, showmen, critici, ingegneri e chimici. Ma il poeta è morto.
Un angelo è salito a Barberini. Allora ho pensato che sarebbe davvero finita, se avessi parlato, se avesse sorriso, se avesse accettato sarei morto. Allora ho infilato nella sua tasca due miei versi con un modo per rintracciarmi. Le ho sussurrato: "Cercate storie che vi somiglino". Ero salvo. Non poteva capire. Sono sceso, la stazione di Ottaviano era colma della mia presunzione di poeta sopravvissuto. Non poteva capire. Non potevo amare. Ero vicino a via della Conciliazione. Di corsa sono arrivato al numero 8 e sono salito sul tetto. Lei non mi avrebbe mai trovato.
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