Noi di...
Mensile di attivitÀ politico-culturale
Racconto
Raffaele Tito D’Agnolo
Frammenti
Raccogliete i frammenti.
Tempo? Vedere? Si può comunicare dopo una vita in una scatola di vetro? Forse è l'unica domanda meritevole di attenzione. La sola che vada posta. Non avevo concetto di me stesso. Vedevo Altro. L'Altro era confuso, se confuso ha un senso qualunque, uno piccolo. Primo e più naturale pensiero, dove finisco? Cosa sono? Sono? La certezza della separazione è quasi dolorosa. Me e Altro. Ho piantato il primo picchetto. Prima ero, caldo bacino opaco, ero tutto, ero e basta. O forse non ero, ma non importava, senza termine di paragone, separazione e confronto si trattava di uno stadio etereo, alieno e inafferrabile, così lontano dalla mia lucida e rinnovata consapevolezza da acquisire le sfumature del sogno. Forse quel Me non è mai stato, non era neanche un Me, comincio già a dimenticare. Ho dimenticato. L'anno zero del mio universo è un momento in cui ho formato un criterio di confronto. Il Tempo nasce assieme alla consapevolezza, o se non il Tempo (cos'è? È? È Me o Altro?) uno scoglio nel mare, in molte miglia quadrate di mare; prima di vederlo aveva poco senso chiedersi, chiedersi dove e così per me è stato chiedersi quando perché anche il quando ha più direzioni, dire ho superato lo scoglio, il picchetto, non ha senso, è verso dove che ha senso, ma per questo avrei bisogno di un sasso asimmetrico che permetta confronti, paragoni. Veleggio verso il lato coperto di verde. Salpo in direzione della fessura frastagliata. Ma io ho un ciottolo levigato, ho solo una comprensione della possibilità di discernere non l'effettiva contingenza adatta per farlo.
I frammenti di specchio tagliano
Flavia Vento ha visto a Ballarò Fassino e Tremonti ed ha pensato "Anch'io posso fare politica". Questa è la più lucida analisi inconsapevole della Repubblica Italiana dal dopoguerra ad oggi. Probabilmente vale per qualsiasi democrazia.
Ora avevo il mio sasso ed ero già stufo dei primordi del mio universo. Forse scavo nella mia mente prenatale. Potevo persino dire "mio" con cognizione di causa. Una volta acquisito il concetto diventa solo una questione d'abitudine, un'operazione meccanica, priva dello slancio pionieristico della prima suddivisione, priva della malinconica tristezza che aveva reso più soffusa l'esaltazione della scoperta, di scoprire che in fondo potevo scoprire. Dopo il torrente dopamminico iniziale ero sempre stato avverso alla sistematizzazione, impenetrabile al compito dell'uomo sano che cerca di rendersi comprensibile, di giustificare la propria esistenza attraverso una comunicazione coerente, ma dopotutto ero solo. Potevo catalogare per finta. Parcellizzare il mondo con un'occhiata distratta senza addentrarmi nelle circonvoluzioni del Me che avevano porta alla riflessione seguente la mia prima ed unica grande conquista. Con questo spirito mi accinsi a studiare l'Altro e il Me. Frammentando, suddividendo, catalogando ed arricchendo il mio povero vocabolario, ma senza alcuna parvenza di ordine, senza criteri generali unificatori, senza livellare la comprensione. Il mio nuovo concetto di tutto era a quel punto una superficie bitorzoluta d'immagini, parole e percezioni, intessute in una trama sottile di resina impalpabile. Una mappa interiore scevra di ogni regolarità. Niente frattali. Niente superfici differenziabili. O forse sì, ma anche se fosse stato sarebbe stato per caso e non alla portata di un matematico qualunque. Così ho scoperto, ho battezzato ed in quell'atto sintetizzato ogni possibile anelito di umana conoscenza, preferenza, bello, brutto, disprezzabile. Le mie nuove categorie. Mi trovavo ad una seconda grande svolta, da percezioni a categorie, avevo fatto un passo verso tutti i meta- di questo mondo a cominciare dalla metarealtà e per quella stessa implicita ammissione avevo spalancato le porte dei metameta- fino all'n-esima potenza dei meta^n-.
Mi chiedono coerenza. Almeno un significato. Almeno un modello conosciuto, vagamente intuito. Conosciuto quindi antico, assimilato. Finito e utilizzabile. Comodo da estrarre dalla libreria. Comprensione economica e riutilizzabile. Un ciclista viaggiava con un cartello: EURO 5.
In realtà non so cosa sia il mare. O almeno non ne avevo idea prima della Grande Suddivisione. Anche se il Prima è vago, caldo e accogliente, una chimera da Età dell'Oro. Oramai maturo sulla via dell'autocoscienza partorisco il Simbolo. Il Prima, lungi dall'essere un'esperienza, una fonte d'informazioni circostanziate su di un passato reso remoto dai miei stessi progressi, assurge ad una qualità mitica, venata di sfumature mistiche dal sapore religioso. Prima era un luogo luminoso e protettivo, vero Eden, giardino perduto della consapevolezza. La Separazione mi ha aperto gli occhi, Prima ero nudo, nobile e puro, nell'unico modo in cui lo si può essere: ero del tutto inconsapevole, soprattutto di me stesso. Altro che Prima era Me ora è minaccioso, alieno, ostile, perché incomprensibile, fuori ed oltre il Me, inaccessibile, impossibile
da ridurre sotto il mio controllo. La mia accresciuta consapevolezza ha acquisito il
linguaggio dei simboli ed ora so. So del Bene e del Male. Ho un nome per tutto questo e quindi ne ho coscienza. Prima non conoscevo il Male e con questo finisce anche la stagione mitica, non più un 'epoca sublime, ma un periodo oscuro, di tenebra, in cui vivevo cieco nella polvere a mangiare la terra dei vermi. Prima non sapevo.
Una particella di sodio in acqua Lete o il primo uomo, il primo scimmione consapevole, fragile e sensibile o un pesce rosso nato in cattività (?) o quello che succede quando non ci pensi o un sonnambulo o un crudele esperimento scientifico.
L'ottocento ha un articolo diverso da tutti gli altri secoli.
Paura e poi metodi e modelli. Da genuino panico a genuino ordine. Sistemi usa e getta solidamente pragmatici per ogni situazione. Interi castelli, labirinti, città e metropoli di concetti affastellati in apparente disordine, ma in realtà tagliate ad angolo retto da uno spietato geometra newyorkese. Ero cresciuto. Avevo un'intera storia del pensiero alle spalle ed il completo oblio delle origini di fronte. Ora Altro e Ignoto non coincidono più. L'unico Ignoto residuo allignava nel Me. Così intere teorie di costrutti astratti si rivolsero su loro stessi accartocciandosi attorno al proprio creatore, imprigionando il Me in un'alcova di carta spiegazzata, una palla di giornale. Così compii un ultimo grande passo, acquisii la cognizione della vacuità di ogni sforzo, la futilità di ogni speculazione, la fondamentale superfluità di tutto ciò che avessi compiuto sino ad allora. Sapevo anche che era un passo comune ad ogni intelligenza che potessi concepire. E poi?
…..
Avevo una sola possibilità: porre fine al Me. Scelsi il modo più classico e circolare, feci quello che qualsiasi vita ostinata avrebbe fatto pur di perpetrarsi. Presi un istante per raggiungere la necessaria pienezza di comprensione. Doveva essere completa e totale per permettermi di fare ciò che volevo. Poi mi ricongiunsi all'Altro. Per farlo umiliai i secoli che avevano forgiato la mia consapevolezza, nascondendomi l'unica verità che conoscevo sin dall'inizio. Ricominciare non è mai la risposta giusta, finire non è mai la risposta giusta. La domanda è l'unica risposta che conosco. Per sempre?
E così vissero tutti felici e contenti. Anche Biancaneve.
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