Noi di...
Mensile di attivitÀ politico-culturale
Racconto
Silvia Manca
Il restauro e le rovine
In quella sera di festa che si ripeteva ogni anno come un sacro rito, mentre le persone si riscaldavano il cuore a vicenda, l’archeologo, proprio quella notte, non riusciva ad accettare il fatto di doverla passare da solo. E così la chiamò. Lei, la sua compagna di liceo, la sua collega di Università, il critico d’arte che lavorava con lui alla costruzione della loro Associazione, la sua migliore amica, quella sera aveva deciso di restare a casa a scrivere. Le agili dita si muovevano veloci sulla tastiera mentre sullo schermo prendeva corpo la storia di una perdita, di un lutto che ormai durava da anni, che non riusciva ad elaborare se non scrivendone e riscrivendone intorno a quello stesso nucleo opaco che muoveva quelle mani in un movimento quasi ossessivo. Cercava di sublimare così il suo dolore e quella massa informe di cui non riusciva a venire a capo né a vederne la coda, nella stessa operazione di ricalco di una vecchia cantilena che durava ormai da troppo tempo.
“Vediamoci tra mezz’ora al parcheggio di Cinecittà, poi decideremo cosa fare. Ti prego, non ho voglia di restare a casa stasera”, le disse l’archeologo, e il critico, scrollandosi di dosso quel tumulo di sassi di pixel sotto cui aveva deciso di sotterrarsi quella sera, prese le chiavi della macchina e uscì. Si videro al luogo stabilito, lei lasciò la macchina al parcheggio e montò su quella di lui. Decisero di andare a cena fuori scegliendo un ristorante a caso nei pressi di Piazza Bologna. Chi li avesse visti senza sapere nulla di loro e della loro storia, avrebbe giurato che si trattava di una coppia. Così ben assortiti, così simili, persino nei colori: lui indossava giacca e pantaloni neri con una squillante nota di colore della cravatta, lei aveva messo per ‘l’occasione’ un piumino bianco con collo di pelliccia e stivali neri con tacchi alti, anche se usciva con un amico, non per questo non si era sentita in diritto di compiacersi della sua immagine allo specchio dell’ingresso mentre aveva preso le chiavi della macchina per uscire. Al ristorante, persino i camerieri, scambiandoli per una coppia, a fine pasto li vollero omaggiare di due cioccolatini Perugina. I due amici non smentirono e, ringraziandoli, scartucciarono ironicamente il loro dono. Il critico tenne persino il suo bigliettino in una tasca mentre uscivano dal locale, recitava “esiste una sola felicità: amare ed essere amati” G. Sand. Mentre l’aroma del cioccolato fondente impregnava la tasca del suo costoso e intoccabile piumino bianco, il critico aveva sorriso pensando a quanto quel semplice bigliettino era andato così vicino alla sua verità, alla perdita di cui lei chiedeva – a chi? – un risarcimento, alla rovina di cui scriveva la sera chiedendo un inconsapevole restauro. Tempo prima aveva scritto all’uomo che amava – o almeno, così aveva creduto – che era questa l’unica cosa che le importava e che avrebbe voluto da lui, ma ora, si era resa conto che ciò di cui si parlava in quel bigliettino e in quella sua lettera, non poteva essere chiesto. Avrebbe potuto solo essere donato gratuitamente e ricevuto come una grazia.
Quella sera l’archeologo era particolarmente irrequieto. Le disse che aveva bisogno di camminare e le propose una passeggiata a Trastevere. Camminarono a lungo. Si imbatterono in una coppia che passeggiava: lei indossava un piumino bianco e stivali neri molto simili a quelli indossati dal critico, passandole vicino, la donna incrociò il suo sguardo e le sorrise quasi istintivamente. Il critico scoppiò in una risata. “Che c’è da ridere?” – disse l’archeologo – “Vuoi proprio sapere cosa mi è venuto in mente? – disse lei – “Avanti… sentiamo”. “Quella donna mi ha sorriso dopo avermi guardata e aver ‘riconosciuto’ in me qualcosa di… come dire… familiare… mi è venuto in mente un episodio particolare del pittore Kokoschka narrato da Gombrich in cui, mentre parlava di un ritratto particolarmente difficile che gli era stato commissionato, mentre parlava del modello, la cui faccia era un enigma che a lui riusciva difficile sciogliere, automaticamente produsse una smorfia corrispondente di impenetrabile rigidità. In un certo senso, per lui la comprensione della fisionomia di una persona passava attraverso la propria esperienza muscolare. Credo che in questo caso sia intervenuto lo stesso potere di empatia e proiezione…insomma…se è vero che la nostra reazione alle creature a noi vicine è strettamente legata alla nostra immagine corporea e a giudicare dalle tracce di risposta muscolare della signorina nella sua reazione alle mie forme…credo che possa essere stato così…sei l’unica persona alla quale posso dire liberamente ciò che mi viene in mente senza il timore di essere giudicata una perfetta idiota…hai presente L’idiota dostoevskijano? Un parresiasta, uno che, non temendo di mostrarsi per ciò che è, dice sempre ciò che pensa…e viene preso per un idiota”.
“Ma tu non sei il principe Myškin, e non vivi in un racconto o in un quadro. Non puoi permetterti di dire ciò che mi hai appena detto ad un uomo che conosci da poco tempo, e forse…nemmeno a uno che conosci da molto. Anche a me è toccato deporre i miei occhi da bambino e diventare uomo di mondo. Ho imparato che, a volte, non può esser detto tutto, e che, anzi, talvolta bisogna anche mentire per poter preservare quello sguardo fanciullesco che ancora vive nascosto in noi…”
Camminando camminando avevano sorpassato ponte Sisto ed erano arrivati ‘all’ultima stazione’ di quella surreale e laica via crucis fatta di ponti che si snodava dal primo angelo di ponte Sant’Angelo che teneva in mano una colonna, alludendo forse all’inizio della storia, alla Sua incarnazione, fino a giungere nei pressi dell’isola Tiberina, lì dove il Tevere la abbraccia formando una piccola cascatella. Si fermarono proprio sopra a quel punto. Sospesi su quell’ultimo ponte con il volto esposto al freddo vento invernale. C’era un altro abbraccio – oltre a quello tiberino – di cui lei si ricordava quando era con lui. Anni prima, in procinto della laurea, lei gli aveva parlato di una frase di Hölderlin che l’aveva molto colpita che suonava così “poeticamente abita l’uomo…”. Lei non aveva detto altro, non aveva pensato a darne un’interpretrazione. Tempo dopo lui fu colpito da un evento molto doloroso. Era andato da lei e trovandosela davanti le aveva detto “ti prego S., dimmi che c’è ancora poesia su questa Terra…”. Lei non aveva potuto far altro che abbracciarlo. Non ricorda più se aveva pianto o se lo aveva solo desiderato e non aveva avuto il coraggio di farlo davanti a lui, quel che era importante, era che in quell’abbraccio aveva cercato di contenere un po’ del suo dolore, di arginarlo comprendendolo osmoticamente se mai fosse stato possibile. In un certo qual modo, da quando tutta quella valanga di dolore lo aveva travolto, il velo di Maya era caduto, e l’archeologo era stato costretto a sotterrare le sue illusioni una sull’altra per non vederle, e a dover abbracciare la sua colonna. Il dolore e la malattia della madre, lo avevano costretto ad incarnarsi nella sua vita. Quell’evento tragico, al critico, aveva sospeso la parola, cedendo il posto all’abbraccio: una poesia muta, l’unica che, in quel momento, avrebbe potuto recitare per lui. L’archeologo le aveva sempre detto che, di tutte le sue storie passate con le donne che lui aveva amato, non restavano che cumuli di rovine sparse per la città che lui, regolarmente, ricopriva con altri strati di fango e carne fresca. Ma ora che un grave male stava intaccando le ossa di sua madre, ora che l’impalcatura dell’edificio stava cedendo, ora che non si poteva più costruire oltre, sovraccaricando di altri strati una base che non avrebbe più retto, l’archeologo si era visto costretto a scavare nelle sue stesse stratificazioni, cercando di recuperare i frammenti sparsi di quella Madre che, come nei dipinti-ritratti della madre di Boccioni, ere diventata una Materia di una tale ampiezza che, se non si fosse sbrigato a prendere in mano la pala, avrebbe rischiato di restare sepolto sotto tutte quelle ancestrali stratificazioni.
E lei? Chi cercava nelle sublimazioni del suo dolore? Lei, il critico decostruzionista, che ‘si era divertita a fare a pezzi’, la tradizione della metafisica occidentale – e le sue ossa – aveva sempre creduto che le sue rovine non avrebbero chiesto, come quelle altrui, di essere restaurate. Credeva di poterle lasciar vivere in un eterno e imperturbabile riposo. Credeva che ‘i suoi cani’ dormissero, e invece erano lì ogni notte che urlavano di colmare la loro fame. Riempiti in qualche modo, anche con una calce magra se necessario. Purché non si vedessero le crepe della sua struttura e del suo volto. Quello che ora era esposto ai tagli di quel vento freddo. E ogni volta si affrettava a decostruire e a ricostruire, ma non con nuovi materiali, bensì, come avveniva quando ri-tiravano sú i palazzi bombardati dalla guerra, con i cocci frammentati e frammentari delle sue stesse rovine. Un eterno quartiere San Lorenzo bombardato e ricostruito, pronto a crollare nuovamente alla prima scossa tellurica. Ma ora che anche per lei era crollata l’ultima illusione, ora, dopo aver aspettato un (suo) fantasma per dieci lunghi anni, non le restava più nemmeno l’ultima speranza di un possibile restauro. La rovina era all’inizio, era il suo stesso volto concavo, come L’elmo di Henry Moore o l’Autoritratto di Arturo Martini, che non poteva più chiedere l’impossibile gesto d’amore di essere colmato da qualcun’altro. La rovina era un inizio. Quello di dover imparare a restare per sempre in equilibrio su quel ponte sospeso sull’acqua e battuto dal vento.
Si erano fatte le tre del mattino. Tornarono alla macchina. L’archeologo riaccompagnò il critico al parcheggio di quella periferia desolata.
“Perché non hai voluto che ti passassi a prendere stasera?” Le chiese.
“…Stasera…avevo bisogno di guidare”. Il critico salì in macchina. Aveva iniziato a piovere, si salutarono con un cenno di abbaglianti e poi ognuno per la sua strada. Mentre attraversava quelle strade deserte e buie un topo le attraversò la strada davanti. Fu assalita da un senso di schifo e di degrado. Tutte quelle rovine dentro, le facevano male allo stomaco, era un Archeologo dechirichiano che conteneva nelle sue viscere tanti puntelli vivi mostrandoli alla vista dei passanti, proprio come un quadro vivente.
Pioveva fuori e pioveva dentro di lei mentre si districava tra quelle strade battute dall’acqua e dal vento. Si voltò a destra e non vide che una buia campagna; a sinistra, palazzi-celle-alveari alti come grattacieli. Non era ancora giunta l’ora di tornare a casa. Era notte fonda e lei aveva urgenza di recuperare qualche pezzo di vetro, qualche briciola di pane che aveva seminato durante il tragitto di andata per non perdersi al suo ritorno. Doveva ritrovare delle tracce di sé che forse aveva lasciato inviste lungo il cammino. Doveva ritrovare sua Madre, quella che, comprendendo e andando oltre alla madre in carne ed ossa, alludeva alla sua stessa Origine, all’origine della sua lacerazione, della sua Rovina, che avrebbe trovato la sua pace solo quando sarebbe giunta all’ultima stazione dell’ultimo ponte. La vita, questa, era un’altra cosa. Era tutta una questione di equilibrio.
L’orologio del cruscotto correva, come la sua macchina, segnando le quattro del mattino. Di notte, nel buio, il critico sosteneva di vedere meglio. I fari delle macchine soprattutto, in modo da potersi accorgere in tempo della loro eventuale presenza, e così si concedeva ogni tanto il lusso di accelerare quando c’era un dosso giocando un po’ con la strada e, in generale, di godersi la sua solitudine in quella piccola scatoletta di latta ambulante nella quale poteva cantare e urlare fino a che aveva fiato in gola senza essere udita. Viaggiò tutta la notte. Aveva bisogno di pensare. ‘in moto’ però, questa volta. Non davanti alla tastiera del suo computer. Per chi scriveva quella notte su quelle quattro ruote quella donna inquieta? A chi indirizzava quella strana forma di ‘scrittura in movimento’? Mentre guidava allucinava una visione di sé che prendeva la penna con una mano e che, con l’altra, si portava una maschera al volto. Cercava deserti metropolitani battuti dal vento e dalla pioggia. Il silenzio. Solo il rumore del motore a farle compagnia. Stava percorrendo le vie che aveva attraversato così tante volte...
“In che tempo sono? In quale vita?” si stava domandando mentre le attraversava. Quelle vie a lei così familiari – Piazza Fiume, Piazzale Aldo Moro, Le vie di San Lorenzo… - d’improvviso le avevano dato l’impressione di un’estraneità, le sembravano finestre temporali che collegavano quelle tante vite scollegate che sentiva dentro di sé. Quelle tante rovine che si affastellavano dentro il suo stomaco. Nel movimento di recupero del suo materno, della sua Origine, del suo Senso, attraverso tutte quelle tracce in quella notte insonne, si era resa conto che l’uomo che aveva aspettato per così tanto tempo era morto da quasi due anni ormai o forse, aveva aspettato invano da quasi 29 anni qualcosa di cui neanche lei sapeva o non ricordava più. Stava elaborando così tanti lutti dentro di sé da poter pensare di ricondurli ad unità, ad una sorta di lutto originario. Chi si celava dietro tutta quella successione di maschere/persone che scorrevano davanti ai suoi occhi mentre guardava – senza vedere – la strada? Per quale uomo stava scrivendo quella notte? Ma era poi dovuta ad una uomo tutta quella nostalgia di non so cosa che sentiva dentro fin nel più profondo delle sue viscere? Tutto si confondeva in quell’abisso notturno…
“Vorrei piangerti – pensava – ma non so chi sei. Non vedo il tuo volto”. Le venne in mente l’uomo che aveva atteso per tutti quegli anni e che aveva dovuto lasciare con grande dolore e pensò tra sé: “è forse per te che dovrei piangere? Non ti cerco neanche più. In un’altra vita, nell’altra vita, quella passata assieme, ti avrei detto: dove sei ora? Ma ora non mi importa più. Perché non sono più così sicura che sei tu l’uomo che ho pianto per tutto questo tempo”.
Non so più cosa o per chi ho pianto.
Mentre tornava verso sua Madre, verso il recupero della sua Origine attraverso tutte quelle visioni, si era chiesta se non era a suo Padre, a quel padre che le era mancato così tanto da bambina, l’uomo al quale aveva chiesto, in quei 29 anni, amore, stabilità, certezze, autorizzazione a…vivere? Si era chiesta se non aveva finito con il proiettare quella sua mancanza incolmabile sui volti degli uomini che aveva incontrato. Se così fosse stato, in tutti quegli anni, non aveva aspettato un uomo, ma un (suo) fantasma. Visto che lei, un padre ce l’aveva sempre avuto al suo fianco. Ed era ed era stato un ottimo padre.
Ecco cos’era il suo ‘abitare poeticamente’: un abitare questa sua stessa esistenza facendo, scegliendo, in un modo o nell’altro, ma, in ogni caso, incarnandosi, assumendo su di sé il peso di quella colonna che, a dire il vero, per lunghi tratti in quei 29 anni della sua esistenza, non era sempre stata poi così pesante.
Nessun’altro, se non se stessa, avrebbe mai potuto autorizzarla a vivere. Non c’era nessun’altra certezza, se non quella che ora, per lei, era questo il suo stare in equilibrio su quel ponte sospeso con quella forza, quel coraggio di vivere che le aveva insegnato proprio suo padre.
Il critico guardò l’orologio del cruscotto: le cinque del mattino. Albeggiava. Una mano poggiava sulle dita che serravano strette il volante. Sentiva pulsare il sangue, il suo cuore. C’era tanta vita che chiedeva solo di essere vissuta. Mentre si stava avviando verso casa, attraversando la Tiburtina, pensò che stava andando nella sua casa, quella in uno stabile a Casalbertone che suo padre stava ristrutturando per lei, per sua figlia, con le sue stesse mani che non erano mai state avvezze a lavori di muratura. Il critico fermò per un attimo la macchina davanti al palazzo bombardato che si trovava all’imbocco della via. Stavano iniziando i lavori di restauro. Sulle impalcature era stato appeso uno striscione “La memoria non si cancella”. Davanti a quello spettacolo, si sentiva così diversa, ora. Eppure, di quello stesso palazzo, non avrebbe mai potuto dimenticarsi, sarebbe stato come dimenticarsi di se stessa. E neppure avrebbe mai potuto dimenticare quella notte.
Rimise in moto la macchina e proseguì oltre. Tempo addietro il critico aveva acquistato una cartolina raffigurante una donna su un’automobile celeste che impugna il volante con dei guanti crema. Tamara de Lempicka – l’autrice dell’opera – l’aveva dipinta con lo sguardo assorto, di chi guarda senza vedere, come se i suoi occhi stessero vedendo una scena che si sta svolgendo Altrove.
Chi avesse visto la macchina blu-violetto del critico, in quel momento, avrebbe visto una donna sola che tiene il volante a mani nude.
Andando verso casa, nella notte che albeggia, guido distratta, ma guido moi.
A mio padre
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