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  Noi di...

Mensile di attivitÀ politico-culturale

 

  

   Racconto

 

 

Giancarlo Tammaro

 

 

“Paolina fatti in là, ma…

non smettere di suonare il violino”

 

 

        

Nel bel mezzo della quinta sinfonia di Gustav Mahler, nel secondo movimento, che pure è un movimento robusto – non per nulla è indicato “Impetuosamente mosso e con la massima veemenza” – c’è un punto in cui quasi tutti gli strumenti stanno silenziosi, i soli violoncelli “cantano”, con dolcezza suadente, su un tenue rullare di timpani, quasi il brontolio di un tuono lontanissimo: i violini tacciono per poi riaccendere gradualmente il registro acuto dell’orchestra, subito dopo che le viole han fatto da raccordo tra essi ed i violoncelli. Lo sguardo, teso a seguire l’avvicendarsi e il sovrapporsi delle sezioni della grandiosa compagine orchestrale mahleriana, mi torna allora sui violini di fila, che ho davanti a me, seduti rivolgendomi il fianco destro e guardando al centro del proscenio, verso il direttore: mi trovo in una poltrona proprio sotto il palco dell’orchestra, nel settore di sinistra. Di fronte a me una violinista dai lunghi capelli di un biondo scuro, che le ricadono sulle spalle lasciate nude dall’abito da sera; immediatamente a destra, seduto davanti a lei, un violinista con i capelli completamente rasati e le code del frac che dalla sedia giungono fino a terra; dietro la sagoma di lui, quasi coperto dalla sua spalla sinistra, attraverso un varco tra questa e un leggio che gli sta dietro, mi colpisce… quasi che prima non ci fosse stato… eppure era già lì!… mi colpisce lo sguardo un volto, rigorosamente di profilo, con una chioma di capelli ondulati biondo cenere, morbidamente tirati sul capo e raccolti in uno chignon sulla nuca: una nuca che appoggia con levità su un collo eburneo e slanciato, che nulla ha da invidiare a quello de “La bella del Pollaiolo” o dei ritratti di Modigliani. 

Come in un effetto speciale cinematografico, improvvisamente il resto dell’orchestra si sfoca alla mia vista e rimane nitido soltanto quel volto, quel profilo di donna, di una finezza particolare, quasi un’icona, un cammeo: il naso e la bocca di forme morbide, contenute ed aggraziate; il mento pronunciato quel tanto che basta per non essere né sfuggente né prominente; una fronte alta e quasi perfettamente verticale fino ad essere incorniciata dai capelli; l’occhio, vigile sullo spartito che condivide col violinista suo vicino, ha una vivacità immobile, come in una bella statua; ma… perché mi colpisce? cosa ridesta nella mia mente?... Sì, è quasi un profilo da manuale di storia dell’arte,… ma no, non mi rammenta l’immagine dell’Italia Turrita dei francobolli e delle banconote e monete di un tempo: quello era un profilo troppo severo! e allora?... ma sì: Paolina! è lei che mi torna alla mente! Quella statua dal profilo quasi perfetto che solleva il busto dal divano di pietra sul quale è incredibilmente, morbidamente sdraiata; quella Paolina che Canova ha impresso per sempre nel bel marmo levigato della Galleria Borghese: una vita senza tempo, senza un limite, infusa in quella pietra, dura, eppure apparentemente soffice, fredda, eppure apparentemente tiepida, come la pelle delicata di una bella donna… viva. 

Non so com’è: … che Mahler mi perdoni; che mi perdoni il Maestro, che si affanna a dirigere l’orchestra in questa bella ed impervia sinfonia; che mi perdoni la Musica (ma… che non sia anch’essa galeotta?)!  potenza dell’eterno femminino! Mi rivedo improvvisamente ragazzo a spiare talvolta, nelle tiepide notti di primavera o d’estate, nel finestrone del Palazzo del Museo Borghese – allora si poteva – quello, con le grosse inferriate a maglia quadrata, dirimpettaio del giardino segreto all’italiana con la fontana dell’aquila.

Alla fioca luce della strada antistante la facciata del palazzo (all’epoca ancora percorsa da qualche rara automobile notturna), ma ancora meglio al chiarore delle notti di luna, spiavamo l’interno del museo: tra le pareti grigie del salone, con i quadri che apparivano neri, biancheggiavano le statue di marmo e soprattutto lei: Paolina! Nel suo luminoso biancore sembrava vegliare, là al centro della sala, con il busto sollevato su un fianco e il volto, di profilo, rivolto verso il fondo buio, alla nostra destra, quasi stesse aspettando l’arrivo di qualcuno.

 E forse qualcuno un giorno – o meglio una notte – arrivò, come fantastica Antonio Baldini in un suo delicato racconto (subito affiorato alla mia mente) “Paolina fatti in là”, ove egli immagina di essersi introdotto fortunosamente, di notte, nel Museo Borghese e, dopo aver girovagato circospetto nei saloni del pianterreno, di essersi finalmente detto, non senza un certo imbarazzante senso di maliziosa colpa: “E adesso andiamo da Paolina!”… 

« Paolina, seduta sul suo letto di marmo, stava sveglia; cioè non propriamente seduta, ma rilevata sul fianco e appoggiata col gomito sui colmi cuscini: e si sarebbe detto che in quel momento sorridesse alla luna lucente dietro l'inferriata della fi­nestra. 

Santissimo Iddio, bisogna dire tutto? Saliti i due scalini di legno sui quali s'eleva nel mezzo della stanza il cassone del classico let­tuccio, mi sono seduto su quel poco di mate­rasso che Paolina lascia a disposizione. 

Come il medico le ho appoggiato un momen­to l'orecchio sulla gelida schiena. Poi le ho passato il braccio intorno al collo, e le ho mor­morato nell'orecchio, fra i ricci: “Paolina, fatti in là. Dammi ancora un po’ del tuo fresco ­giaciglio. Non ho, tu vedi, dove andare a dor­mire”. 

Ma stavo molto scomodo. Allora sono andato a sederle da piedi, dove c'era un po' più di posto. E così stando stringevo nella mia mano quel suo piedino liscio e nervoso, dal fine calcagno, dai diti lunghetti, dalla pianta grassottella: piedino di donna che non ha co­nosciuto le strade terrene se non dall'alto d'un cocchio o d'una lettiga. 

... Così le ho preso la mano che tiene il pomo del giudizio: e ho sentito distintamente la grana dolcissima della pelle e la buccia liscia della mela e le fossette delicate sul dorso della mano e l'attaccatura del picciuolo nel frutto. E se tenevo chiusi gli occhi e salivo con la mano, non c'era parte del braccio che sotto le mie dita non rispondesse come vera carne. E quando le passai le mani sul capo, i riccioli mi piovevano tra le dita dalla nuca rotonda.

Quale divino e diabolico artista fu mai Canova! Altri al tatto erano i ricami del giaciglio, altre le nappe dei cuscini, altra la finezza del lino del mate­rasso, altra del lino dei cuscini, altra di quello del lenzuolo che in belle pieghe teneva involti i fianchi e le gambe di Paolina, altra infine la benda che le reggeva i capelli alla foggia greca. E quando le dita fatte già esperte sdrucciolavano da quelle pieghe del lenzuolo sulle belle membra sentivo veramente che lì sotto, per virtù d'un'arte perdutissima, cambiava temperatura, e che altro era in fine il gelo della spalla e altro dove la vita si piega, altro il freddo della fronte, altro delle guance. E quando senza risposta le ebbi chiesto un ba­cio, sentii anche il freddo particolarissimo di quel suo superbo nasino.

Che ragazzata! So che non finivo mai di chiederle scusa e d'arrossire della mia villania. E peggio rimasi quando, essendosi la luna pro­prio in quel punto nascosta dietro qualche nu­vola vagante, lì dentro improvvisamente tutto fu pieno d'ombra e tutto mi disse: Va via ».

A quello stesso modo, un pieno orchestrale fragoroso mi dice imperiosamente: “Ritorna qui!”.

Una dimensione del tempo onirica, falsamente dilatata, mi fa ridestare dalle mie fantasticherie dopo un tanto lungo divagare: in realtà è passato un tempo brevissimo.

Trascorre il resto del secondo movimento, poi il lungo Scherzo della Sinfonia, con quel suo andamento, a tratti di delicato galoppo, talvolta su un tempo di valzer, e alla fine del movimento un silenzio quasi irreale è rotto – o meglio appena incrinato – dall’inizio dello splendido “Adagietto”.

Di tanto in tanto avevo sbirciato quel profilo di donna, senza esserne più rapito, ma ora… i violini all’unisono accarezzano letteralmente l’ineffabile melodia dell’Adagietto: le arcate, lunghissime e lentissime in un verso e nell’altro, fanno descrivere alle braccia dei violinisti un movimento ampio, in fuori e all’indentro, ma senza alcun peso e di una lentezza estenuata, come una piuma che volteggi nell’aria in assenza di vento. Preso da questa malia, scorgo di nuovo il profilo di “Paolina”: sembra con il braccio farmi cenno dolcemente, languidamente, di avvicinarmi... Ma sì … vengo a sedermi vicino a te… “Paolina fatti in là”, ma… non   smettere di suonare il violino, che per incanto ha sostituito nelle tue mani il pomo di “Venere vincitrice”: non smettere di rapirmi con questa melodia!... Dicono che Mahler l’abbia usata per dichiarare il suo amore ad Alma, senza far uso di parole, le quali mai avrebbero raggiunto tale profondità… 

Ti prego, giovane, bella violinista, non girare ora il viso verso il pubblico, verso di me!... e se lo fai, che io non ti veda! ché… se di fronte non le somigliassi più?... Non togliermi quest’illusione! Se pure in una prossima occasione mi capitasse di vedere per intero il tuo viso, comunque non sarà mai la stessa cosa: nulla cambierà più. E così l’immagine di stasera, questa fantasia, riuscirà forse a soppiantare, o almeno ad affiancare, quell’immagine, pur bellissima, di un vecchio battello a vapore che solitario, in un rosso tramonto, fende i flutti della laguna veneta verso l’ineluttabile meta finale della vita del professor von Aschenbach: la scena iniziale del film “Morte a Venezia” di Visconti, che fin da ragazzo si è legata inconsciamente, ma quasi indissolubilmente, a questi suoni di indicibile, estenuante dolcezza. 

“Paolina”… – anche il tuo solo nome, oggi così desueto, ha qualcosa di morbidamente aggraziato, musicale!.. – “Paolina fatti in là”, ma… ti prego, continua ad ammaliarmi col tuo violino… con la magia della musica.

 

 

 

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