Noi di...
Mensile di attivitÀ politico-culturale
Scienza e tecnica
Gianluca Pititto
Introduzione. Negli scorsi anni si è sentito parlare, molto ed a sproposito, di armi intelligenti, particolarmente, con riferimento agli eventi bellici di rilevanza internazionale verificatisi nell’ultimo decennio: la prima guerra in Iraq, la guerra nell’ex-Jugoslavia e quella in Afghanistan. Il tema era l’accresciuta precisione (vera o presunta, secondo i punti di vista) delle armi tattiche di medio calibro, in dotazione essenzialmente all’Aviazione Militare degli Stati Uniti.
L’argomento è stato trattato, secondo le circostanze, o con eccessiva enfasi sull’infallibilità nel raggiungimento del bersaglio assegnato e sul contenimento dei danni causati ai civili (la cosiddetta precisione chirurgica, sintesi giornalistica quanto meno di dubbio gusto), o con spirito critico preconcetto motivato, normalmente, non tanto da considerazioni basate su dati concreti, quanto da ragioni morali sulla guerra e, ideologiche, sul ruolo degli Stati Uniti nell’odierno scenario politico-militare mondiale.
Tenteremo, in questa sede, di fornire, sia pur in uno spazio limitato rispetto alla complessità del tema, qualche elemento di valutazione sugli aspetti, essenzialmente tecnici, del problema; lasciando poi, alle personali convinzioni etiche e politiche, il loro inserimento in un contesto di carattere più generale.
Quale raccordo con quest’impostazione porremo, pertanto, un assunto iniziale da cui avviare le nostre considerazioni; assunto che può essere formulato nei seguenti termini: posto che ambizione di ogni essere umano ragionevole è quella di cancellare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra i popoli, considerando però che, nell’attesa di raggiungere tale obiettivo, visto che comunque oggi il ricorso alla guerra è frequente, è sperabile che tutti auspichino che il potenziale distruttivo delle armi impiegate sia sempre più confinato agli obiettivi designati (nell’ovvio assunto ulteriore che questi siano di natura esclusivamente militare).
Il concetto di ‘arma intelligente’. Sulla base di questa premessa è facile mettersi d’accordo su cosa debba intendersi, nel contesto in argomento, per arma intelligente.
All’epoca della prima guerra del Golfo, in ambiente militare, vigeva sostanzialmente la ‘regola’ che, per distruggere un obiettivo con armi convenzionali, fosse necessaria l’intera dotazione standard di un velivolo d’attacco del tipo F-16. Questa dotazione era mediamente costituita da sei bombe, sganciabili, di vario potenziale. L’opinione allora corrente era che, per avere una ragionevole certezza di neutralizzazione di un singolo obiettivo con molteplici punti di impatto, fosse necessario impiegare 20-24 velivoli tipo F-16, con le immaginabili conseguenze, in termini di effetti distruttivi sul terreno circostante l’obiettivo designato (particolarmente, nei casi in cui il bersaglio non fosse in luogo isolato ma in prossimità d’insediamenti civili). Uno dei problemi allora molto sentiti era legato alla scarsa flessibilità delle armi rispetto alla necessità, spesso concreta, di modificare efficacemente le coordinate dell’obiettivo, allo scopo di migliorarne la precisione, pochi istanti prima del lancio dell’arma, (si pensi, ad esempio, al caso di obiettivi mobili sul terreno, oppure ben localizzati temporalmente solo in prossimità del lancio).
Le armi di penultima generazione. I sistemi d’arma tradizionali di maggior precisione (ancora ampiamente in uso per le loro elevate prestazioni, almeno in condizioni ambientali idonee) sono costituiti, in prevalenza, da ordigni a guida laser, oppure guidati tramite schermo televisivo con apparati di guida inerziale (sulla guida inerziale si veda l’articolo a latere sul GPS). Nel primo caso un designatore di bersaglio (lo stesso velivolo attaccante, un altro velivolo o un osservatore al suolo) deve permanere nelle vicinanze del bersaglio stesso illuminandolo con un laser, il cui riflesso costituisce il riferimento di guida per l’ordigno, munito di sensori che rilevano l’energia laser riflessa. Nel secondo caso si ricorre per la guida ad una vera e propria ripresa televisiva del bersaglio.
In entrambe i casi il meccanismo di acquisizione dell’obiettivo costituisce il limite intrinseco della precisione degli ordigni, precisione fortemente vincolata all’efficacia dell’azione del designatore, peraltro esposto a pericolo, dovendo permanere in prossimità del bersaglio fino al momento dell’impatto. Altra importante criticità di queste armi sono, inoltre, le condizioni di visibilità: polvere, fumo o densi strati di nubi, assorbendo tutta o in parte l’energia del raggio laser, possono renderle inefficaci.
Le armi di ultima generazione. Passando alle armi di ultima generazione, eufemisticamente battezzate armi intelligenti, possiamo affermare che l’innovazione tecnologica che le caratterizza consiste essenzialmente nell’adozione del Global Positioning System (GPS) come sistema di localizzazione di precisione (e da grande distanza) dei bersagli e l’integrazione dei sistemi d’arma convenzionali con questo strumento di acquisizione di coordinate (alcuni brevi cenni sul sistema GPS sono riportati in un articolo separato del nostro mensile, ma sull’argomento torneremo in futuro con un articolo di maggior dettaglio). In sostanza, quella GPS è una tecnologia (di origine militare, ma oggi ampiamente utilizzata in campo civile) basata su una costellazione di satelliti artificiali orbitanti attorno alla Terra. Questi satelliti artificiali sono collocati su orbite tali che consentono, ad un osservatore ubicato in posto qualsiasi della superficie del pianeta, di averne almeno quattro sopra il proprio orizzonte. Dei piccoli e compatti ricevitori possono captare i segnali emessi da tali satelliti e calcolare la posizione geografica dello strumento (e, quindi, dell’osservatore) con una precisione, oggi, dell’ordine del metro.
Questi ricevitori, opportunamente dimensionati, costituiscono il fulcro del sistema di guida delle armi di ultima generazione. Una bomba assistita dal GPS, una volta sganciata, si autoguida sul bersaglio: non richiede la presenza sulla scena del ‘designatore di bersaglio’ e non è influenzata dalle condizioni atmosferiche (possono essere lanciate tra le nubi e, in ogni caso, in condizioni di scarsa visibilità). Il ricevitore GPS di bordo (governata da un processore Motorola Power PC, lo stesso utilizzato nel personal computer Power Macintosh della Apple) calcola, per triangolazione, la posizione dell’ordigno e trasmette il dato ad un’unità inerziale (autopilota) che traccia la rotta corretta. Avvenuto lo sgancio, i primi 25-30 secondi di caduta sono destinati all’acquisizione dei segnali GPS, dopo di che la rotta viene calcolata e seguita mediante il controllo elettronico delle alette di coda dell’ordigno. In molte varianti, un sensore all’infrarosso prende, nell’ultimissimo tratto della rotta, il controllo della stessa effettuando il cosiddetto ‘adattamento di scena’, in cui l’immagine all’infrarosso viene comparata con un’immagine del bersaglio acquisita in precedenza (da rilevamento aereo o satellitare).
L’industria che nel 1995 vinse, tra 12 concorrenti, la gara d’appalto per la produzione di queste armi è stata la Boeing, la quale ha battezzato questa famiglia d’ordigni JDAM (Join Direct Attack Munition), dove il termine ‘join’ sta ad indicare che questi sistemi possono essere utilizzati indifferentemente da velivoli di qualunque forza armata. Altri colossi americani del settore, come Raytheon e Lockheed-Martin, si sono aggiunte per la produzione di ulteriori varianti. Nel 1998, queste nuove armi sono effettivamente entrate in servizio, dopo essere state radicalmente integrate con tutto il sistema di acquisizione dei bersagli già operante negli arsenali americani (sensori laser, radar, passivi, ottici, etc., “occhi” capaci di calcolare con estrema rapidità e precisione le coordinate dei bersagli per caricarle nelle memorie digitali degli ordigni). Si tenga conto, per quanto concerne l’impiego operativo, che tali armi hanno costituito il 90% circa del munizionamento impiegato in Afghanistan e, nell’attuale conflitto in Iraq, il trend risulterà probabilmente confermato.
Le prestazioni dei nuovi sistemi d’arma. L’adozione di questa tipologia di arma, con conseguente diminuzione delle missioni necessarie per colpire un obiettivo prefissato, ha portato anzitutto un sensibile risparmio sul numero degli equipaggi con diminuzione dei rischi per il personale, che può tenersi lontano dai sistemi di difesa antiaerea: in particolare, le JDAM, attualmente in servizio, hanno un raggio d’azione di 13 km se sganciate da una quota di circa 7000 metri e sono in corso studi miranti ad aumentare tale raggio d’azione fino a 40 km.
Altro importante effetto dell’impiego di queste armi dovrebbe essere legato all’accresciuta probabilità di evitare danni accidentali (in passato, ritenuti inevitabili) ai civili, risultato dovuto alla possibilità di aggiornare tempestivamente le coordinate del bersaglio, fino alle ultime fasi del percorso dell’ordigno. I test, condotti sull’efficacia di questi armamenti, affermano che la loro precisione è tale da centrare il bersaglio designato entro un raggio di 13 metri, nel 50% dei casi: un dato, questo, che testimonia l’alto livello tecnologico raggiunto.
È poi anche interessante notare come, da un punto di vista economico, i costi di questa tecnologia abbiano portato ad un abbassamento sensibile di alcune importanti voci di spesa militare (il tema della spesa per gli armamenti è, come sappiamo, comprensibilmente molto dibattuto dall’opinione pubblica). Questi ordigni, infatti, potranno essere utilizzati, per obiettivi di importanza strategica, in sostituzione dei costosissimi ‘missili da crociera’ (Tomahawk, Harpoon), di cui tanto si è parlato negli ultimi conflitti. Questo senza che fosse necessario costruire nuovi ordigni (in sostituzione di quelli ‘a basso costo’ che già sono prodotti o in produzione). Infatti, l’idea non è stata quella di riprogettare un’arma completa, bensì di ideare una sorta di ‘imbragatura’, che viene applicata alle normali bombe a caduta (vedi Fig. 2), nella quale trova alloggio il sistema di controllo e guida (ricevitore GPS, sistema inerziale, computer di bordo, attuatori, cablaggi e software) che fornisce all’arma tutto quello di cui ha bisogno per diventare ‘intelligente’. Con riferimento ai costi, basti pensare che un singolo modulo JDAM ha un costo di circa 20000$ (da aggiungere al costo dell’ordigno, di poche migliaia di dollari), contro il milione di dollari di costo del singolo missile Cruise (del tipo di quelli utilizzati nella prima Guerra del Golfo).
Il punto debole dei nuovi sistemi d’arma. Questa tecnologia ha, tuttavia, un suo ‘punto debole’: è vulnerabile ad azioni di disturbo elettronico, le quali possono impedire l’acquisizione corretta dei segnali GPS. Va anzitutto detto che, in caso di perdita dei segnali GPS, l’autopilota continua comunque a dirigere l’ordigno sull’obiettivo designato, sulla base delle ultime coordinate acquisite (o impostate prima del lancio), con un prevedibile decadimento della precisione. Ma la perdita dei segnali GPS può avvenire non tanto per un guasto dell’elettronica di bordo (caso presumibilmente raro), quanto soprattutto a causa di ‘contromisure elettroniche’ (jamming), cioè disturbi elettromagnetici appositamente indotti dalla parte avversa, la cui efficacia punta sulla estrema debolezza dei segnali GPS. Per dare un’idea della debolezza di questi segnali si tenga conto che essi sono trasmessi dalla costellazione satellitare verso terra con un livello di potenza garantito (alla superficie terrestre) pari a quello di una lampadina di 25 watt osservata a 16000 km di distanza! Come si può capire, interferire con tali segnali non risulta particolarmente difficile, e l’effetto è quello di abbassare ancora una volta la precisione degli ordigni. A questo, però, i costruttori hanno posto in qualche modo rimedio, dotando i ricevitori GPS delle JDAM di sofisticati dispositivi anti-jamming, come ricevitori a ‘canale multiplo’ (capaci di modificare il set di satelliti GPS da cui acquisire i segnali) o software molto evoluto, capace di riconoscere e cancellare i segnali di interferenza.
Tuttavia, ad oggi, le protezioni dalle contromisure elettroniche non hanno ancora avuto un test veramente attendibile, test che può essere dato solo da un teatro bellico operativo e, soprattutto, dal confronto con un avversario tecnologicamente avanzato.
Infine, in questo contesto di tecnologia, spinta verso i suoi limiti estremi, non può essere dimenticata la variabile ‘errore umano’, sempre in agguato anche di fronte alle soluzioni tecniche più avveniristiche e che può vanificare il tentativo messo in campo di limitare i danni e le perdite tra i civili. Statisticamente si tratta, tuttavia, di casi sempre più rari, in ragione del grado di addestramento del personale impiegato.
Conclusioni. Il dibattito sulla reale efficacia di queste armi, nei termini fin qui esposti, è tuttavia ben lungi dall’essere esaurito. Le considerazioni fatte in apertura sul concetto di ‘intelligenza’ di un’arma trovano una qualche fondatezza nella misura in cui gli obiettivi perseguiti restino quelli di ridurre il più possibile, in caso di guerra, gli effetti sulle popolazioni civili ed, al contempo, di ridurre per quanto possibile le enormi spese assorbite dal comparto militare. Nonostante in passato si sia parlato in certi casi di ‘bombardamenti chirurgici’ (vedi prima Guerra del Golfo), di fatto solo negli ultimi anni si è avuta la reale disponibilità di ordigni cosiddetti ‘intelligenti’ ed il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq sono stati gli unici, reali banchi di prova per queste nuove armi. Del resto, da questo punto di vista i dati relativi guerra in Iraq, appena terminata, sono ancora da valutare anche se abbiamo tutti assistito ad operazioni che sono apparse, almeno televisivamente parlando, estremamente selettive (come confermerebbe il numero complessivo delle vittime civili). Va tuttavia segnalato che, secondo alcune fonti documentali pervenute, sebra, dallo stesso Pentagono, risulterebbe che per tutte le bombe, intelligenti e non, la media dei bersagli colpiti si aggiri tra il 50% ed il 70%. Se questo dato fosse confermato saremmo ancora ben lontani dalla soluzione del problema dei ‘danni collaterali’.
Una soluzione che va comunque perseguita con forza, senza tuttavia perdere di vista l’impegno basato sulla convinzione profonda che il fine ultimo delle politiche e delle diplomazie dei popoli debba ricercarsi a monte, nell’abolizione definitiva dei conflitti bellici
___________________________